Una domenica mattina

Mia madre mi svegliava tutti i giorni alle 7 in punto, anche la domenica o durante le vacanze. Andavo a dormire alle 22:00, senza neppure lamentarmi o fare i capricci. “Da grande ti servirà questa sana abitudine, vedrai”, mi diceva.
Quella mattina ero sicura di non dover andare a scuola, era domenica e papà mi avrebbe portato il cornetto al cioccolato. Ero sveglia già da un bel po’, aspettavo che mia madre venisse a chiamarmi, ma non arrivò. Non sentivo le loro voci. C’era soltanto il rumore dei passi di papà, ma non quello delle ciabatte di mamma. La tapparella della mia cameretta era chiusa e la porta semiaperta, come la sera precedente. Non era cambiato nulla, non fosse stato per mio padre avrei pensato che fosse ancora piena notte. Rimasi a letto ancora un po’ e abbracciai il mio peluche. Respirai profondamente per godermi l’odore dei cornetti della domenica mattina, ma di quel profumo non c’era traccia. Papà non li aveva comprati. I suoi passi mi infastidivano, così mi alzai per scoprire cosa stesse facendo. Presi Gigi, il mio morbido peluche, peloso e marrone. Per la prima volta non ebbi bisogno della mamma per alzarmi e la tapparella rimase chiusa. Avanzai verso la cucina timidamente. Quando arrivai mi misi ad aspettare sulla soglia. Mio padre stava trasportando degli scatoloni fuori dalla porta di servizio, riuscivo a vedere il cofano della macchina aperto, colmo di roba. C’erano due valigie proprio davanti a me e una scatola accanto al tavolo. Aveva quasi finito di riempire l’auto e io non capivo se stessimo per partire o meno. Papà sembrava nervoso, continuava a sistemarsi i capelli, che parevano più biondi del solito quel mattino, e corrugava la fronte quando trasportava gli scatoloni nell’automobile.
Mia madre era seduta sul divano, con le gambe accavallate e lo sguardo perso nel vuoto. Aveva gli occhi tanto rossi da coprire l’originario color castano delle iridi, i capelli poi, erano raccolti in modo disordinato. Aveva il viso stanco, come se quella notte non avesse dormito affatto. Non riuscivo a capire cosa stesse guardando, di certo non mi aveva neanche vista. Ero lì ormai da qualche minuto, ma loro non si erano accorti di me. “Perché non parlano?”, pensai. Cominciai a chiedermi se il problema fossi io, se li avessi fatti arrabbiare la sera prima o se i miei voti fossero troppo bassi. Forse avevo combinato qualche guaio e avevano deciso di portarmi in un’altra casa con degli sconosciuti che avevano accettato di essere i miei nuovi genitori. O forse avrei vissuto insieme ad altri bambini, in quei posti grandi e rumorosi. Forse tutte quelle valigie contenevano i miei vestiti e i libri per la scuola. Non capivo cosa stesse succedendo, ma quella mi sembrava la risposta più sensata da dare a una miriade di domande. Non riuscivo a chiedere nulla a mia madre, e papà non si fermava un attimo.
“Ma perché non si accorgono che sono qui?”

Avanzai a piedi nudi verso il frigo, lo aprii e presi il latte. Cercai di afferrare la tazza, ma era tropo in alto, non ci arrivai. Guardai mia madre, chiedendole silenziosamente aiuto, ma ancora sembrava non essersi accorta di me. Mi misi accanto a lei.
“Mamma”, sussurrai. Sbatté le palpebre, poi mi guardò negli occhi, come se avessi attivato un interruttore, come se fino a quel momento fosse rimasta spenta. Bastò quella semplice parola e ritornò da me.
“Tesoro, quando ti sei svegliata?”
“Ah, non mi hai vista davvero…”
“Ma certo, io… scusami, ero un po’ distratta. Vuoi mangiare qualcosa?”
“Oggi è domenica, non c’è il cornetto al cioccolato?” La sua espressione cambiò all’improvviso e capii subito di aver posto la domanda sbagliata.
“No, non… non c’è. Ti va un po’ di latte con i cereali?”
“Sì, va bene.” No, in realtà non andava per niente bene. Tutto non andava affatto, ma ancora non capivo il perchè. Papà stava parlando al telefono con qualcuno, il suo tono di voce era lo stesso di sempre e non vidi tristezza nei suoi occhi.
La mamma riscaldò il latte e io misi i cereali nella tazza. Non ci parlammo, non mi fece le sue solite domande, non mi ricordò che dovevo fare i compiti per il giorno dopo. Versò il latte e si sedette accanto a me.
“Non facciamo colazione tutti insieme?”
“Cosa? No, oggi no.”

Quella domenica mattina era immersa nel silenzio di una casa troppo grande, priva di sorrisi e cornetti al cioccolato. Ero sola e a nessuno sembrava importasse.
Mio padre continuò a trasportare la sua roba e solo in quel momento compresi che era sua, non mia o di mamma. Aveva tagliato la barba e il viso non mostrava lacrime o rossore, come, invece, quello di mia madre. Stava andando via ma non sapevo ancora dove fosse diretto e se ci avrebbe portate con sé. Avevo otto anni e tante domande nella testa, ma non osavo porle a nessuno dei due. Mi limitavo a osservare, stringendo forte il mio peluche.

La macchina era piena, c’era spazio solo per due passeggeri. E noi eravamo in tre. Mi parve ovvio che io e mamma saremmo rimaste a casa. Papà tornò finalmente in cucina senza più scatole da trasportare e mi sorrise, come se fosse una domenica come tante altre.
“Piccola, hai fatto colazione?”
“Sì”, risposi soltanto.
“Bene. Ieri ti ho comprato una cosa, vuoi vedere?”
“Va bene.”
Andò in macchina, prese una grande busta e me la porse. La aprii e vidi un pupazzo enorme.
“Allora, ti piace?”, mi chiese sorridendo.
“Io ho già il mio peluche.”
“Lo so tesoro, ma quello è vecchio e piccolo. Questo è grandissimo.”
“Gigi non è vecchio, a me piace.”
“Lo so, ma puoi giocare con entrambi, no?”
“Dove stai andando?”, gli chiesi ignorando la sua domanda.
Cadde di nuovo il silenzio e il suo sorriso scomparve. Guardai mia madre e vidi delle lacrime scenderle sul viso.
“Vado via per un po’, ma verrò spesso da te, non devi preoccuparti, ok?”
“Ma perché te ne vai?”
“Sofia, ci sono dei problemi che io e tua madre dobbiamo risolvere, ma tu non c’entri. Io e te ci vedremo come sempre.” Mi sfiorò il volto e mi guardò con tenerezza, ma io non avevo ancora capito nulla.
“E noi non possiamo venire con te?” Si massaggiò la fronte con la mano destra, poi guardò mia madre. Non l’aveva fatto fino a quel momento, lei distolse lo sguardo.
“Per adesso no, devo andare in una casa piccola e c’è posto soltanto per me, ma…”
“Ma perché non rimani qui? Questa casa è grande e possiamo stare qui. Non te ne andare, papà”, gli dissi sentendo gli occhi che si riempivano di lacrime.
Proprio in quel momento squillò il suo cellulare. Dopo un attimo di incertezza distolse lo sguardo da me e rispose. Io stavo piangendo, gli avevo chiesto di restare e lui aveva ignorato la mia richiesta, preferendo una telefonata a me. Mia madre mi prese per mano e mi portò nella mia cameretta. Cercai di divincolarmi, ma mi prese in braccio. Avevamo entrambe il viso bagnato  e avevo l’impressione che neanche lei sapesse rispondere alle mie domande. Mi mise ai piedi del letto e mi sfiorò le guance con entrambe le mani, asciugando le mie lacrime, così io feci la stessa cosa con lei.
“Sofia, ascoltami… tu non c’entri nulla, ok? Non è colpa tua, non pensarlo neanche per un momento. Tuo padre deve andare via, ma non smetterai di vederlo. Verrà qui e ti porterà in molti posti, vi divertirete come sempre e andrete a prendere il cornetto la domenica. Non cambierà niente, l’unica differenza è che non abiterà con noi, ma lo vedrai lo stesso. Va bene, amore?”
“Perché deve andare via? Io non voglio”, le dissi piangendo.
“Ne parleremo un’altra volta. Adesso vai a salutarlo.”

Dopo continue insistenze, andai in cucina e finsi di accettare quella partenza. Mio padre mi abbracciò come faceva ogni singolo giorno, ma quella volta mi strinse più forte.
Lo osservai dalla finestra mentre andava via, lasciandosi alle spalle la nostra grande casa e tutto quello che conteneva. Non c’era posto per noi nella sua macchina e, soltanto dopo, compresi che non c’era posto neanche nella sua vita.

La sera stessa, dopo una giornata di pianti silenziosi e domande irrisolte, mi misi nel letto matrimoniale con la mamma. C’eravamo solo noi due, la nostra villa sembrava ancora più grande quella sera. Non si sentiva la risata rumorosa di papà e in tv non c’era quel programma noioso che parlava di calcio, ma che ormai avevo imparato a guardare anch’io.
Era quasi mezzanotte, la mamma non mi aveva ordinato di dormire, si era sopita prima di me con il viso rigato dalle lacrime. Guardai i suoi lunghi capelli, lisci e neri, umidi anch’essi della stessa tristezza. Li toccai, un’abitudine che avevo da sempre e che aiutava ad addormentarmi.

Non capii mai fino in fondo perché mi lasciarono osservare in silenzio e, soprattutto, perché mio padre scelse proprio una domenica mattina per andare via.

“Papà, ma le lacrime versano odio o amore? Quando piangi cosa versi? Cosa butti via?”

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Martina Macrì

Studentessa ventiduenne di Lettere moderne. Ho la passione per la letteratura, l'arte, i viaggi e le serie tv. Scrivo fin da bambina, amo ordinare il caos che abita nella mia testa attraverso la scrittura. Quando scrivo mi sento me stessa e qualcun altro allo stesso tempo. Sono me stessa perché non riesco a mentire nell'esatto momento in cui i miei pensieri si tramutano in parole; sono qualcun altro perché, spesso, quando rileggo i miei scritti non ricordo di averli creati.

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