Run away from the darkness: Capitolo 5

Blindspot: Run away from the darkness
Disclaimer:
I personaggi di seguito descritti sono stati ideati
da Martin Gero e fanno parte dello show tv “Blindspot”.

Questa storia non ha scopo di lucro.

Run away from the darkness

“Amami, ma non fermare le mie ali se vorrò volare.
Non chiudermi in una gabbia per paura di perdermi.
Amami con l’umile certezza del tuo Amore ed io non andrò più via
e se sarò in un cielo lontano ritroverò la strada del tuo pensiero.
Se sarai con me ti insegnerò a volare e tu mi insegnerai a restare.”
Preghiera Indiana

Capitolo 5

 

SIX MONTHS BEFORE

– Qual è il problema, adesso? – scandì l’ultima parola mentre entrava nell’ufficio di Kurt Weller sbattendo la porta alle sue spalle. Aveva sopportato abbastanza: il black site, il doppio gioco, l’odio da parte del team, la solitudine, Sandstorm, Shepherd, Ian… e ora anche la gelosia di un uomo che non riusciva più a capire. – Ce l’hai con me per cosa, questa volta?

Weller, sentendosi aggredito, lanciò sulla scrivania la penna che aveva in mano e si alzò in piedi di scatto – Mi hai mentito! Mi hai mentito ancora una volta! – gridò, spiazzando completamente Jane che spalancò leggermente la bocca dinanzi a quell’affermazione assurda.

Giusto il tempo di riprendere fiato e rispose: – Su cosa? – allargò le braccia, visibilmente stupefatta. Non sapeva davvero di che cosa la stesse accusando, ma era arrivato il moment odi smettere di farsi ricoprire di colpe che non aveva. – Stai esagerando!

– Mi hai mentito, Jane. Come per la Mayfair, mi hai mentito su Roman e su Oliver!

– Ok. Adesso basta. – disse con voce dura, ma tremante mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. Non poteva davvero credere a ciò che aveva appena sentito. – Mi sembra di essermi scusata e prostrata abbastanza ai tuoi piedi e a quelli del team. Cosa ti brucia, Kurt? Davvero il fatto che ti abbia mentito per proteggerti oppure perché non ti ho parlato di Oliver? Non credevo davvero di doverti venire a dire con vado a letto! Non mi pare tu ti sia preso la briga di venirmi a dire che ti sei scopato Nas!

-Kurt rimase un istante in silenzio, bloccato, trafitto da quelle parole. Non si era ancora reso conto che gli occhi di Jane erano pieni di lacrime ma, in quell’istante, aveva sentito addosso tutta la collera e la rabbia repressa che Jane aveva dentro di sé. – Non devo venire a dirti cosa faccio nella mia vita. Tu e la tua famiglia avete già ficcanasato abbastanza.

– Io non devo dirti nulla di ciò che faccio fuori di qui. – gelida, fredda, decisa. Ricolma di dolore.

– Ci hai tradito. Era tuo dovere farlo. Dovere che non dovevo venire a spiegarti!

– Ho lasciato morire mio fratello! – gridò a pieni polmoni. Sapeva perfettamente che al di là del vetro dell’ufficio, tutti avrebbero sentito le sue grida, ma sapeva anche che, con grande sicurezza, tutti stavano già assistendo alla scena. Nemmeno quando Nas entrò per cercare di mettere a tacere quella lite, Jane si mosse dalla sua posizione di difesa. – Credo di aver dimostrato la mia lealtà più e più volte! Ho abbandonato Ian, ho abbandonato mio fratello, l’unica famiglia che ancora mi rimaneva. Per te. – respirò velocemente. – Perché sapevo che tutto quello che stava accadendo era colpa mia, mia e di Roman. Credo… – guardò Nas, poi Patterson, Tasha e Reade che erano arrivati pochi istanti dopo l’agente del NSA. La osservavano stupefatti, forse troppo sconvolti per poter intervenire, come se non avessero mai assistito ad una lite tanto brutale fra il loro capo e Jane. Li avevao spesso visti litigare, ma mai con così tanta durezza e, soprattutto, per pure sciocchezze alle quali, probabilmente, nemmeno Kurt credeva davvero. – Credevo di aver dimostrato la mia lealtà e quando Ian…

– Jane… no… – mormorò Nas, quasi la stesse implorando di non continuare a farsi del male. 

– La Mayfair è morta, Jane. – Kurt interruppe entrambe. Stava per aggiungere qualcosa, ma un impeto di collera scoppiò nell’agente Kamal che, con un passo deciso, si mise in mezzo alla coppia: – Smettetela! – Gridò prima che chiunque altro potesse replicare o intervenire. Fissò Kurt. – Sandstorm è stata eliminata. Abbiamo vinto questa guerra portando le vittime a un livello minimo. Abbiamo salvato milioni di vite e questo soprattutto grazie a lei. E a Roman. Di che cosa stiamo parlando ora? Sempre degli stessi problemi di mesi fa? Della Mayfair? Del doppiogioco? Perché? Per cosa? 

Weller strinse i pugni. Guardò Jane, non curandosi quasi della presenza dell’altra donna fra di loro. – Avresti dovuto… 

Jane si lasciò andare in una amara risata, interrompendolo bruscamente. Una risata triste, piena di esasperazione. – …dirti che sono uscita una volta con Oliver e, dopo nemmeno un ora che ero assieme a lui, me ne sono andata perché pensavo di non meritare di essere felice per quello che avevo fatto? Perché pensavo che non fossi stata abbastanza punita dalla CIA, da te o da voi? Perché pensavo a te? – scosse il capo, senza nemmeno un motivo apparente. Si morse il labbro. – Che cos’altro vuoi da me, Kurt? – le lacrime le offuscarono la vista. – Che me ne vada? Beh, allora puoi stare tranquillo.. – guardò prima Patterson, poi Zapata e Reade, infine Nas. – Appena mi darai i documenti dei quali mi hai parlato, me ne andrò. – Guardò un’ultima volta Kurt che aveva assunto un’espressione attonita, quasi sconvolta poi, avvolta da un silenzio quasi surreale, abbandonò l’ufficio.

 

 

PRESENT TIME

Mentre Patterson trafficando sul suo laptop fra siti di linee ferroviarie e aeree nel disperato tentativo di arrivare a New York il più in fretta possibile, Jane stava cercando di recuperare abbastanza lucidità per poter preparare un valigia che contenesse il necessario per i successivi giorni. Ma la sua mente, le sue mani e il suo stomaco non riuscivano a collaborare e trovare un compromesso. Continuava a sentire l’ansia arrivare a ondate, quasi volesse soffocarla e i ricordi vividi e dolorosi dell’ultima volta in cui aveva visto Kurt al NYO. Erano zampilli che le bloccavano il respiro, impedendole di trovare quella lucidità che le serviva. Si sentiva persa, strana, non più la Jane che aveva combattuto contro Sandstorm. Aveva smarrito la sua forza, la sua tenacia e il suo coraggio e aveva lasciato spazio all’insicurezza, come se avesse il timore che ad un suo minimo movimento, tutto sarebbe andato in frantumi.

Il poco sonno dalla sua parte non giocava a suo favore. Perché Kurt doveva aver bisogno di lei? Perché cercava il suo aiuto dopo ciò che era successo fra di loro? Dopo il modo in cui l’aveva trattata? Eppure il suo cuore le stava gridando di sbrigarsi, di correre da lui e smettere di nascondersi perché come lui, anche lei si sentiva tremendamente sola. Che avessero entrambi bisogno l’uno dell’altro? Forse, ma non poteva esserne certa nonostante Patterson e Nas la stessero incoraggiando a tornare verso l’uomo che non riusciva a dimenticare.

Sentiva troppa pressione pesarle sulle spalle: cosa si sarebbe dovuta comportare? Cosa avrebbe potuto fare? Dopo sei mesi lontana dal campo, non si sentiva più in grado di fare nulla per poter aiutare la sua vecchia squadra. Ora era una semplice insegnate del liceo che passava le serate a correggere compiti in classe e trascorreva nottate in bianco a pensare al passato. Sapeva che quella non era vita, sapeva che, da quando era uscita da quella borsa a Time Squares, non stava vivendo, ma stava solo cercando di sopravvivere come meglio poteva, tentando di non annegare in quell’abisso di dolore. L’unica cosa che le dava un briciolo di coraggio era il ricordo di Zapata. In realtà, le pareva assai strano ricordare quella donna, che l’aveva odiata talmente tanto, in maniera così positiva e così incoraggiante. Eppure era stata proprio lei a sorreggerla e a tenderle la mano nel momento in cui stava per crollare, nel momento in cui le forze non riuscivano più a reggerla. Da quel momento, nonostante la lontananza, il loro rapporto si era fatto più stretto, probabilmente Zapata aveva capito, finalmente, che tutto quello che Jane aveva fatto, l’aveva davvero fatto per proteggerli.

Socchiuse gli occhi e respirò profondamente

 

 

 

SIX MONTHS BEFORE

-Si sentiva distrutta, come se le avessero strappato suo fratello dalle braccia ancora una volta.

Le faceva male tutto il corpo, la testa sembrava dovesse esploderle e sentiva freddo. Aprì il suo armadietto e prese le poche cose che vi erano all’interno, poi lo sbatté rumorosamente continuando a mordersi la lingua, quasi preferisse il dolore del corpo a quello della mente. Indossò la giacca e fece finta di nulla quando sentì la porta degli spogliatoi aprirsi.

Con la coda dell’occhio, scorse Zapata entrare e camminare verso la sua direzione. Fu solo in quel momento che Jane la bloccò senza nemmeno voltarsi. Non avrebbe dovuto farlo, ma non avrebbe potuto resistere ancora a un suo commento sprezzante su quanto odiava il fatto di dover lavorare assieme a lei. – Se sei venuta per gettare altra benzina sul fuoco, risparmia il fiato. Me ne sto andando.

Ma Tasha non si mosse, rimase alle sue spalle. Ferma. Come se stesse ponderando se parlare o girare su se stessa e tornare da dov’era venuta. Impiegò qualche secondo prima di arti corale una frase. – Non sono qui per questo.

Jane si bloccò, mordendosi il labbro.

– Mi dispiace. – Mormorò Zapata trattenendo il respiro.

– Hai sbagliato…  Jane contrasse i muscoli del corpo e strinse più forte i denti sul labbro, spazientita. Stava per replicare, ma Tasha la precedette

– Ma ho sbagliato anche io. Sono stata dura e prepotente, capricciosa a volte. Volevo… io… – abbassò lo sguardo e strinse gli occhi. – Avevo bisogno di prendermela con qualcuno, di dare tutte le colpe a qualcuno, percché…era più facile che restare in silenzio. Ti ho messa al muro e… all’inizio, mi sono sentita bene, felice di aver trovato un capro espiatorio però, poi, ho iniziato a sentirmi in difetto, in colpa per quanto avevo fatto. Hai sbagliato, è vero ma ho sbagliato anche io, come ha sbagliato Weller poco fa. Non so perché l’ha fatto, però non è stato giusto.

Jane si afferrò il polso con l’altra mano, conficcandosi le unghie nella carne.

Tasha proseguì. – Vorrei fare qualcosa per farmi perdonare e per smettere di apparire ai tuoi occhi una grande stronza. Mi hai salvato la vita in più occasioni e, l’ultima volta, meno di una settimana fa. Non sarei qui senza di te… e senza tuo…fratello.

Jane si voltò lentamente, in silenzio. Non si aspettava certo di sentir parlare Zapata in quel modo. Aveva sempre sperato che un giorno lei la potesse perdonare, ma non avrebbe mai immaginato una situazione come quella, soprattutto dal momento che lei era pronta ad andarsene da New York. Per sempre.

Sentì qualcosa bagnarle il viso, qualcosa di caldo e veloce che non riusciva a controllare, e fu solamente quando Zapata piegò la testa di lato, sorridendole, che Jane si rese conto di stare piangendo. Sentirle dire quelle parole, sentirle citare il fratello dopo tutto quello che aveva passato in quegli ultimi giorni, era come stringere fra le braccia un bambino rimasto da solo.

Zapata le si avvicinò e, senza troppe cerimonie, la cinse in un abbraccio. – Weller si accorgerà in fretta di questa stronzata…

Jane rimase qualche secondo in selenzio. I capelli di Zapata profumavano di vaniglia, un profumo fastidioso ma che, in quell’istante, la faceva sentire meno sola. – Non cene sarà bisogno… – Ci mise un po’ ma, alla fine, trovò la forza di sciogliendo l’abbraccio e asciugarsi le lacrime.

– Sì, invece. Possano togliermi un braccio, se Weller non capirà presto della cazzata che ha appena fatto. Sia per il fatto di essere stato con Nas, sia per questa sciocca gelosia verso questo Oliver. – Fece un piccolo e amaro sorriso. – Ha solamente sbagliato modo e tempo in cui fare il geloso. È un uomo, cosa vuoi pretendere?

Jane sorrise all’ultima affermazione scherzosa, poi ripiombò subito nel suo stato di sconforto. – Lo so, ma oramai è davvero troppo tardi. Lui ha ragione: la mia famiglia l’ha ferito, l’ha usato e manipolato… l’ha tenuto sotto controllo per anni interi per… – si morse il labbro. Proseguì: – Io ero parte del piano, sono stata io a idearlo e sono stata io a farlo soffrire.

– Anche tu hai sofferto. Anche noi. – Sospirò scuotendo il capo. – Jane, questo è quello che ti hanno fatto credere loro, se questo è stato davvero un tuo piano, come mai le redini di tutto ciò che è accaduto le tirava Shepherd mentre tu sei stata gettata a Time Squares senza memoria? – Fece una pausa. – Ascoltami, Weller non è la vittima sacrificale. Quella era tu, sei sempre stata la pedina da sacrificare per Sandstorm. Eri tu che dovevi essere salvata, ma l’abbiamo capito troppo tardi e tu sei rimasta schiacciata da tutto questo…

– Non ha più importanza. Conta il fatto che io sono qui e non dovrei esserlo. Avrei dovuto morire con Shepherd ed Ian. La squadra non ha più bisogno di me e… probabilmente nemmeno il mondo. – Guardò Tasha negli occhi. – Forse avrei semplicemente dovuto morire con i miei compagni quando Orion è stata sterminata… – Fece spallucce, sconfitta. – Io… non posso più vivere così.

– Aspetta… – Zapata corrugò la fronte, perplessa. In seguito, la vide afferrare la sua roba e metterla nel un borsone che si mise sulla spalla destra. – Te ne stai andando davvero?

Jane annuì, guardandola negli occhi. Lo aveva fatto così tante volte quando Zapata la fissava con la rabbia che scorgava dalle pupille, che in quel momento le venne quasi naturale.

– Jane… ne… ne hai parlato con qualcuno? Cioè non… – farfugliò.

– Kurt? L’ho appena fatto.

Lei scosse frettolosamente il capo. – Ma lui non pensava tu stessi dicendo sul serio, credeva fossi arrabbiata e che non avessi davvero intenzione di lasciare la squadra e New York! Jane, noi abbiamo bisogno di te nel team!

Ma nonostante quelle parole le accarezzassero il cuore, scusse il capo. – Nas mi sta procurando i documenti necessari per poter andar via da qui…

– Per andar dove? A far che? Stai solo scappando dai tuoi sentimenti, Jane!

– Maine. Nel liceo di Brunswick stanno cercando una docente di russo. – Non aggiunse altro.

– Sei consapevole che stai solo fuggendo dai tuoi sentimenti e da Weller e che fare l’insegnante non è il tuo futuro? O almeno, non lo è lontano da qui.

Jane la guardò, ma non rispose.

 

 

 

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Adoro leggere, collezionare libri e ordinarli per genere nella mia libreria stracolma di intrighi e storia. Ho una relazione complicata con le serie tv e con i finali di stagione, soprattutto se finiscono con uno dei miei personaggi preferiti morti o, peggio, fra la vita e la morte. Cosa che mi rende particolarmente nervosa per i giorni successivi. Ma l'amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

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