I’ll Never Stop Fighting For Us

Disclaimer: I personaggi di seguito descritti sono
stati ideati da Adam Horowitz ed Eddy Kitsis
e fanno parte dello show tv “Once Upon a Time”.

Questa storia non ha scopo di lucro.

 

I’ll Never Stop Fighting For Us

 

Sentiva freddo, un freddo che le entrava nelle ossa e le spezzava la schiena. Un freddo che l’avvolgeva e le stritolava il corpo. Le braccia lasciate debolmente sulle gambe, rannicchiate sopra la brandina, la spalla destra e la testa premute senza forza contro al muro freddo della cella. Lo sguardo fisso su un punto indefinito e la vista sdoppiata, quasi stesse perdendo lucidità. Non le importava di essere ancora una volta dietro a quelle sbarre, non le importava di quel bracciale, nero e stretto, che le legava il polso. Non le importava.

Eppure non era vero.

Non era vero che non le importava, ma riusciva a sentire solo freddo. In realtà, non sapeva nemmeno se fosse freddo o semplicemente dolore. Un dolore rovente e glaciale che le consumava ogni fibra del corpo, scorrendo nelle vene, sino ad arrivare al cuore.

Non riusciva a muoversi. O non voleva muoversi.

Aveva paura che facendolo sarebbe crollata in centinaia di minuscoli frammenti di vetro e allora sarebbe stato impossibile ricomporre il suo cuore. Se avesse potuto, se lo sarebbe strappato dal petto, lo avrebbe avvolto con le dita e lo avrebbe stritolato fin quando quello straziante dolore, quel dilaniante vuoto fosse cessato.

Ma nemmeno questo poteva fare.

Ogni cosa attorno a lei le scivolava addosso e l’unica cosa che riusciva a fare era tenere fisso lo sguardo sulle sue mani. Quelle mani fredde, pallide, inermi e tremanti che custodivano l’unico gioiello che ancora la teneva in vita. Sapeva che se avesse alzato gli occhi avrebbe visto quelle figure oscure che la tormentavano, insinuandosi nella sua mente. E ora era troppo debole per riuscire a contrastarle.

Gli occhi le bruciavano. Non sapeva nemmeno che al Signore Oscuro potessero bruciare in quella maniera terribile. Anche le palpebre pesavano. Eppure a lei non serviva dormire. Non ne aveva bisogno.

Deglutì, lentamente. E si ricordò che stava trattenendo ancora il fiato. Doveva lasciare passare meno tempo fra un respiro e l’altro. Ma era difficile perché anche respirare faceva male.

Tutto era intorpidito, avvolto da qualcosa di ovattato che la teneva rinchiusa in una bolla di vetro. Tutti i suoni, i rumori, le voce erano distorte, lontane… Il suo cuore era in frantumi. La sua testa era in fiamme, voci e forme si susseguivano nella sua mente senza un vero senso. Risate stridule, voci di donna, suoni confusi, immagini rarefatte di ricordi, alcuni sbiaditi ed altri talmente nitidi da tagliarle l’anima… Tutto era talmente annebbiato che non si era nemmeno accorta che la cella nella quale era rinchiusa era stata aperta.

– Emma… – la voce di un uomo si fece largo a spintoni fra voci, risatine e disegni distorti. – Emma… – Era una voce che riconosceva, che sentiva famigliare. Era una voce calda, affettuosa. E ricolma d’amore.

Ma lei non poteva rispondere. Non poteva. “Non farlo… per favore…”, supplicava quel barlume di luce che ancora galleggiava dentro di lei. Con la coda dell’occhio, intravide l’uomo avvicinarsi e inginocchiarsi al suo fianco. Lei non si mosse, rimase immobile nella sua posizione: spalla destra e fronte addossati al muro, braccia inermi sulle gambe rannicchiate e mani in protezione della sua unica ancora di salvezza.

– Emma… sono io…

Lei tremò impercettibilmente e strinse per un istante le palpebre, con forza. “Per favore… no…”.
La sensazione di un tenero tepore le sfiorò la mano. Solo allora distolse lo sguardo dal quel punto che oramai era diventato il suo rifugio, e lo posò sulla mani di suo padre. Entrambe le mani dell’uomo che le aveva dato la vita stavano stringendo le sue. Un tepore così dolce e delicato che dovette respirare a pieni polmoni per ricacciare giù tutto ciò che le stava arroventando la gola.

Emma, – sussurrò, impacciato. Quasi avesse paura, ma non di lei, bensì di se stesso. Come se avesse il timore lancinante di farle altro male. – vuoi mangiare qualcosa?

Non ho fame…”, gli occhi le pungevano. Il cuore accelerò il battito. Non gli rispose.

– Ti prego, parlami…- la sua voce risuonava una supplica straziante. – Non posso levarti il bracciale, lo sai. Regina mi ucciderebbe e… – fece una pausa – E io non ho magia…

Scosse impercettibilmente il capo, sperando che lui capisse che non voleva essere liberata. Trattenne il fiato e strinse forte gli occhio. No, non era quello che voleva.

Lui si tirò più vicino a lei e strinse di più le mani attorno alle sue. Si accorse solo allora che sua figlia stringeva qualcosa fra di esse. Qualcosa di piccolo, luccicante come un tesoro, prezioso come la vita. Qualcosa che non aveva voluto lasciare a Regina, prima che le mettesse il bracciale, prima che la portasse alla stazione dello Sceriffo. O, forse, aveva capito perfettamente che alla sua bambina importava solo che la sua piccola ancora fosse al sicuro fra le sue mani, lontana dal male, lontana dal dolore.

Lei percepì chiaramente il movimento delle mani del padre. Era certa volesse capire che cosa stringeva. Forse aveva paura che lei lo attaccasse, oppure voleva solamente cercare di aiutarla e farle capire che non era più da sola. Lo sentì aprirle la stretta con delicatezza, in silenzio. Lei non si mosse, non oppose resistenza e non cercò di impedirglielo. Oramai era troppo tardi, oramai tutto ciò in cui aveva creduto, tutto ciò in cui aveva sperato, stava crollando su se stesso, come castelli di carta in mezzo ad una tormenta.
Aveva provato, si era dilaniata per riuscirci, aveva allontanato tutto e si era rinchiusa dentro muri spessi ed infiniti nel disperato tentativo di riportare la luce dentro l’uomo che amava. Ma non ce l’aveva fatta. Non ci era riuscita. E ora, ora che tutto era crollato, anche lei si sentiva crollare. Se solo avesse parlato, quelle lacrime che aveva trattenuto sino ad infuocarle la gola e quel dolore che aveva sempre accantonato in un angolo del cuore, l’avrebbero distrutta e fatta accartocciare su se stessa. Come un pezzo di pergamena fra lingue di fuoco.

Emma osservò le mani forti del padre sfiorare quel piccolo anello d’oro che teneva nel suo palmo. Era caldo, rovente. Ricolmo di amore.
Lentamente, lo vide prenderlo fra le dita. Non sarebbero servite spiegazioni, David avrebbe certo compreso di chi fosse quel monile: la fattura, gli intarsi e la pietra potevano collegarsi solamente ad una persona. Una sola. Lui.

Emma osservò l’anello girare fra le dita del padre, come se lui lo stesse scrutando in ogni minimo particolare. La fiamma che sentiva in gola divenne ancora più rovente, tanto che dovette distogliere lo sguardo e premere la fronte contro al muro per scacciare quei demoni che le contorcevano anima e corpo.

– Emma non sei da sola. – disse ad un tratto David, questa volta con tale decisione da darle la forza necessaria per scacciare quelle risatine che si impossessavano pian piano di lei. Forse aveva preso forza, forse si era deciso a trovare il coraggio per parlare. O semplicemente, non aveva mai visto la sua bambina così fragile e distrutta, così terribilmente devastata. – Hai fatto tutto questo per lui, per Killian. Hai allontanato tutti noi, – le si sedette accanto e, lentamente, iniziò a slegarle i capelli da quella acconciatura fredda e lontana dalla fresca semplicità alla quale era abituato – solo tu sapevi la verità, solo tu eri a conoscenza di tutto. Ci hai lasciato all’oscuro per proteggerci e ti sei messa davanti a noi ancora una volta. Per salvarci. Come tutte le altre volte, hai messo da parte la tua felicità ed hai cercato di fare tutto da sola. – levate le forcine, le lasciò cadere una lunga treccia lungo la schiena. Ridacchiò con amarezza e rimpianto, mentre pensava che quello fosse solo un semplice gesto ma, in quel istante, lo sentiva talmente prezioso da riuscire a scaldarlo. – Ma ora, Emma… è arrivato il momento di allungare una mano e chiedere aiuto. – le sciolse la treccia e i suoi lunghi capelli, bianchi come la neve, le ricaddero leggere lungo la schiena.

Emma girò il capo ed incontrò, finalmente, gli occhi del padre.

David lesse il dolore in quel verde smeraldo, schegge di disperazione e distruzione. Come se la sua anima avesse abbracciato l’inferno. Le accarezzò la guancia con un mano, mentre con l’altra ne afferrava una delle sue. Fra di esse: l’anello. – Sei la mia bambina. E nessuno può farti del male, ma so che sei grande e non posso più difenderti da tutto il male che ti circonda. Avrei voluto farlo, e rimpiango tutti i giorni di non averlo potuto fare quando ne avevo le possibilità. Ma adesso sono qui, proprio qui. – la voce divenne forte e decisa.

Gli occhi di Emma divennero due piccole fessure, annebbiati ed offuscati dalle lacrime. Il nodo in gola oramai non poteva più essere contrastato. Non poteva, non ne aveva le forze. Il suo cuore accelerò il battito, il suo viso e la sua gola andarono in fiamme e le lacrime iniziarono a riempirle gli occhi.

– Lo riporteremo indietro. – continuando ad accarezzarle la guancia, asciugandole le lacrime. – Lo riporteremo indietro ed io potrò andare avanti ad odiarlo perché mi ha portato via la mia bambina. Una principessa e un pirata! Non si può davvero sentire! – David sorrise, scherzoso. Poi, lasciandole l’anello, le prese il viso fra le mani e tornò serio – Lo salveremo, Emma. Fosse l’ultima cosa che faccio, ti riporterò quell’uomo. Vi riporterò il vostro lieto fine. Non smetterò di lottare per te, figlia mia. Per la tua felicità.

Fu allora, dopo quella frase, che Emma sgranò gli occhi. Corrugò la fronte ed aprì la bocca, quasi volesse dire qualcosa, quasi stesse cercando la forza di riuscire ad articolare un frase senza scoppiare inesorabilmente in lacrime. Perché sapeva perfettamente che se fosse scoppiata, non sarebbe riuscita a riprendersi. Ma, alla fine, osservando gli occhi caldi e paterni di David, non poté far altro – Mi disse… che non avrebbe mai smesso… di lottare per noi… – mormorò Emma in un sussurro, con voce strozzata, mani tremanti ed occhi vitrei.

Sentendo la sua voce, David lasciò andare un piccolo sospiro di sollievo. – Perché è così. Lui non smetterà mai per lottare per voi. Siete destinati, c’è un filo rosso che vi lega. Indissolubile, Emma… – la fissò negli occhi.

– Mi dispiace, papà… – disse solamente. Poi, nascondendo il viso fra le mani, non poté far altro che lasciare andare quelle lacrime che da settimane erano impigliate fra le sue ciglia. Lasciarsi andare alla disperazione ed al dolore di un cuore in frantumi. Calpestato dall’odio di un amore.

David sorrise. E la prese fra le braccia. Socchiuse gli occhi appoggiando il mento sulla testa della sua bambina, sentendo il suo corpo spezzato da mille singhiozzi. Non disse più nulla. L’unica cosa che poteva fare, era donarle tutto il suo calore.

 

Killian: “I’ll never stop fighting for us. All you have to do is trust me. This’ll work.”
Killian: “Non smetterò mai di combattere per noi. Tutto quello che devi fare è fidarti di me. Dovrai fare questo.”

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Adoro leggere, collezionare libri e ordinarli per genere nella mia libreria stracolma di intrighi e storia. Ho una relazione complicata con le serie tv e con i finali di stagione, soprattutto se finiscono con uno dei miei personaggi preferiti morti o, peggio, fra la vita e la morte. Cosa che mi rende particolarmente nervosa per i giorni successivi. Ma l'amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

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