Madrid, Cervantes e la Montfort

Madrid

Avevo sentito a lungo parlare di questo libro, ancora prima di vederlo sugli scaffali della libreria.

Sono un’accumulatrice seriale di libri, ne compro a decine tutti in una volta ma poi non ho il tempo materiale di leggerli: questo è uno di quelli che ho comprato compulsivamente, ignorando la pila altissima che avevo già sul comodino.

Vanessa Montfort ha scalato rapidamente le classifiche, proponendo un romanzo dalla trama parecchio banale che però ha un certo non-so-che che me l’ha fatto apprezzare – proprio a me, che le cose banali non le apprezzo mai.

La storia si sviluppa quasi interamente nel barrio de las Letras a Madrid, e dato che non è esattamente un segreto che io ami la letteratura tanto quanto amo viaggiare, ho subito drizzato le orecchie.

La ragione è molto più semplice di quanto non sembri: anche chi non sa il castigliano può intuire cosa si cela dietro questo toponimo, cosa vorrà mai dire “letras”?

Si tratta infatti del quartiere letterario di Madrid, situato nel centro della città, e porta questo nome per un motivo altrettanto semplice. È il quartiere dove hanno vissuto alcuni dei letterati più illustri del Secolo d’Oro della letteratura spagnola, ovvero del XVII secolo.

Molte delle strade di questo quartiere sono intitolate proprio a questi scrittori, nomi come Lope de Vega, Tirso de Molina, Gongora, Quevedo o Miguel de Cervantes, i quali avevano scelto questo quartiere come loro residenza a Madrid.

E chiamiamoli scemi.

Barrio de las Letras, Madrid
Barrio de las Letras, Madrid

È la storia di cinque donne che ruotano intorno a un negozio di fiori che si trova in questo quartiere, il Giardino dell’Angelo, raccontata da una di loro: Marina

Marina si trasferisce a Madrid dopo la morte del marito, compra un appartamento nuovo dove va a vivere con il suo gatto e decide di cambiare vita andando a lavorare proprio al Giardino dell’Angelo, luogo in cui entrerà in contatto con la bizzarra proprietaria Olivia e le sue tre amiche. Queste donne che comprano fiori, la spingeranno ad intraprendere un’avventura che era molto cara al defunto marito, ma non racconterò in questa sede le sue peripezie.

Per raggiungere l’appartamento al suo arrivo, Marina attraversa molte delle stradine di questo quartiere fra cui la nominatissima Calle Huertas.

Forse non è solo a più nominata, ma anche una fra le principali. Attraversa il quartiere completamente, dalla Plaza del Angel a quella di Plateria Martinez.

Plaza del Angel, Madrid
Plaza de Plateria Martinez, Madrid

La sua importanza è dovuta alla sua forte essenza simbolica, in quanto lungo tutta la via si trovano scritti frammenti di opere dei maggiori autori della letteratura spagnola, gli stessi che hanno abitato il quartiere nel diciassettesimo secolo.

Scritta di Francisco de Quevedo su Calle Huertas, Madrid
Scritta di Miguel de Cervantes su Calle Huertas, Madrid

Un libro molto femminile, che a tratti mi ricorda Sex and the City.

Sono frequenti le chiacchiere e i gossip fra queste donne, le cui vite sentimentali somigliano più a quelle di adolescenti che a quelle che dovrebbero condurre delle quarantenni quali sono, che spesso si svolgono dietro un bicchiere di vino nel Giardino dell’Angelo o davanti ad un caffè all’Hotel Ritz – quando decidono che le loro maledette giornate devono finire bene, quando hanno voglia di scappare dalla loro quotidianità, quando hanno voglia di coccolarsi un po’.

Giardino dell’Hotel Ritz, Madrid

Il fatto che mi ha davvero colpito è, ovviamente, un altro.

Un genere come questo, così simile al romanzo rosa, non poteva piacermi più di tanto, ma se l’ho apprezzato una ragione c’è.

Come si evince dall’ambientazione, c’è molta letteratura: non solo le citazioni che la Montfort spiattella qua e là nel corso della storia, ma c’è una vicenda che si cela fra i ricordi di Marina e i pettegolezzi delle amiche.

È la questione delle ossa perdute di Cervantes, che gli archeologi cercano scrupolosamente da pressocché sempre in questo quartiere.

Marina è sempre stata un’archeologa, prima di trasferirsi a Madrid, e in quanto tale conosce la questione della tomba di Cervantes.

Egli muore nel 1616 e (pare) sepolto nel Convento dei Trinitari Scalzi, sempre in quel di Madrid, ma (pare) che questi indici di luogo siano andati perduti negli anni successivi, tanto che la fantasia dei letterati e dei comuni mortali si è inoltrata in oscuri sentieri. Al punto di ipotizzare che i suoi resti fossero stati spostati in una fossa comune – roba da matti, considerato di chi si tratta.

Eppure, per oltre quattrocento anni nessuno ha più sentito parlare delle sue ossa perdute, finché nel 2014 un’equipe di antropologi e archeologi ha cominciato a cercare i resti del padre di Don Chisciotte nella cripta del convento di cui sopra, dove erano state trovate le iniziali M.C. formate da una serie di chiodi incastonati nel legno.

Ma non è finita qui, perché oltre ai resti ossei che sarebbero anche potuti appartenere a Cervantes ci sono ossa di donne e bambini. È un lungo processo di separazione, analisi e ricerca, basato sulle poche conoscenze delle condizioni fisiche di Cervantes che sono pervenute fino a noi: la ferita alla mano sinistra che la battaglia di Lepanto gli ha lasciato come souvenir, l’arcata dentaria ridotta a soli sei denti e l’artrosi alla colonna vertebrale.

Dettagli a prima vista sporadici e di poco conto, ma sono proprio quelli che hanno reso possibile individuare, fra tutti i resti rinvenuti, quelli del nostro amigo Miguel.

Non era stato documentato che il suo corpo era stato esumato in occassione della ristrutturazione del convento, e i resti erano esattamente dove dovevano trovarsi: nel convento. Dietro un muro.

Vista su Madrid

Non è dunque una storia basata totalmente su quella frivolezza che mi ha fatto divorare il romanzo in due giorni. È vero, ci sono tanti dettagli narrativi che non mi hanno entusiasmata – ripeto, è la storia di cinque donne che ragionano come adolescenti – ma ha delle lezioni di vita, seppur ben nascoste, che un’adolescente come in fondo sono io ha bisogno di sapere.

Che i grandi amori finiscono ma di certo non finisci tu, che si soffre ma poi si guarisce, che solo perché qualcuno non ti dice esplicitamente che a te ci tiene non vuol dire che non te lo dimostri (anche se in un modo tutto suo).

Lezioni banali, quasi stupide, da principesse Disney e che forse le mamme ci hanno ripetuto fin da bambine, ma se le affianchi a un’archeologa che condivide la mia stessa ansia del “letterato senza futuro” e che cerca la tomba di uno dei più grandi autori di tutti i tempi beh, forse forse non è una storia così sbagliata.

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Gaia

Studentessa per sbaglio, viaggiatrice per scelta, lettrice da una vita. Nata per fare la principessa, ma pare che l’Italia sia “una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Sono una scrittrice con il sogno di vivere delle proprie parole. Nel frattempo, accarezzo gattini. E mangio lasagne.

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