Lo spleen di Parigi in quel di Parigi

Lo spleen di Parigi

Non mi piacciono i viaggi banali.

Non mi piacciono le gite in quei posti pieni di turisti, quelli che “se vai in quella città devi assolutamente vedere”, quelli che ti fanno fare assurdi bagni di folla e spendere cifre astronomiche per fare quelle foto che hai visto in milioni di varianti su Instagram.

Per questo motivo, ho deciso di rovinare anche lo sfondo delicato e amoroso di Parigi, ribaltandola fino a farla diventare la città dello “spleen”, di quella forma particolare di disagio esistenziale che caratterizza il poeta decadente, incapace di adeguarsi al mondo reale.

Basilica di Notre Dame, Parigi

La Parigi decadente e ottocentesca di cui parlo io è quella che Charles Baudelaire presenta nei suoi “Piccoli poemi in prosa”, poemetti provocatori che sondano i sentimenti e le abitudini dei personaggi della Parigi del suo tempo.

Baudelaire non poteva certo raccontare della Parigi del Moulin Rouge, della Torre Eiffel, delle cene a base di formaggio e di buon vino francese: è un poeta maledetto, abilissimo quando si tratta di fare poesia ma completamente incapace di adattarsi alla vita terrena. È un albatros mitologico, meraviglioso mentre vola ma goffo e bitorzoluto quando atterra sulle navi, dove viene deriso dai marinai per la sua bruttezza.

Come poteva un personaggio del genere sentirsi a casa nella meravigliosa Parigi, tanto da poterla dipingere come avrebbe fatto un pittore impressionista?

Scorcio di una Parigi impressionista
Scorcio di una Parigi impressionista

Infatti, non lo ha fatto. Questo poeta che tracanna vino rosso e fa abuso di sostanze stupefacenti, che vive sul lastrico e vaga ciecamente nella notte per le vite di Montmartre vede una Parigi filtrata dai suoi occhi, mezzi chiusi e offuscati dall’alcol, in cui il cielo azzurro che fa da sfondo alla basilica del Sacre Coeur lascia spazio a una luce fredda e indifferente, in cui le persone conducono vite miserabili e non ti guardano in faccia.

Il quartiere di Montmartre e la basilica del Sacre Coeur, Parigi

Nessuno si aspetterebbe, oggi, di vedere una Parigi così.

Siamo così abituati ai musicisti di strada che chiedono qualche spicciolo, ai fiori che penzolano giù dai balconi, alle luci della città quando cala la sera da non immaginare neanche lontanamente che si sia stato un momento nella storia in cui tutto questo non esisteva, e che possa avervi vissuto qualcuno che non riusciva a vedervi quello splendore che immaginiamo noi quando pensiamo a Parigi.

Ponte Alexandre Dumas, Parigi

Eppure, in quest’opera che sicuramente meriterebbe la stessa fama de “I fiori del male”, è proprio questa la sensazione che emerge dalle parole del poeta: un brivido che corre lungo la schiena, dovuto in parte all’umidità delle piogge parigine che scendono dal cielo plumbeo e in parte alle azioni dei personaggi che abitano i quartieri di questa immensa città, personaggi alienati e alienanti che però vivono di questi brevi ed essenziali atti di virtù.

Prima di sprofondare nuovamente in quei bassifondi che meravigliano e disgustano Baudelaire, con il loro fumo, il loro squallore e la sua nebbia.

Veduta su Parigi

È una Parigi che noi lettori non conosciamo, ma che Baudelaire rievoca con una tale veracità da farcela rivivere attraverso la sua anima tormentata. Il nostro sguardo si farà allora satirico e disilluso, rancoroso e spaventato, distante da ciò che ci circonda, e la nostra visione del luogo in cui ci troviamo si farà viziosa e difettosa.

Ne percepiremo lo stesso disagio del poeta, ma alzando lo sguardo sulla Senna ci accorgeremo comunque di quanto in realtà Baudelaire si sbagliasse: vedremo che in fondo è la forte alternanza di nebbia-sole e luce-ombra a costituire la vera bellezza di Parigi, che sono le sue contraddizioni e non la sua chiarezza a renderla così affascinante al viaggiatore che si ritrova, oggi, a passeggiare sulla Rive Gauche, fra i venditori di libri ambulanti e i vecchietti che portano a spasso il cane.

Rive Gauche, Parigi

Ma oltre a distruggerci l’atmosfera da sogno che circonda il nostro stereotipo di Parigi, Baudelaire una cosa buona l’ha fatta.

Ci ha resi partecipi di un viaggio nella natura umana della città in cui ha vissuto, un viaggio che con il nostro sguardo di contemporanei illusi non saremmo mai riusciti a compiere da soli, semplicemente sfogliando la guida del Touring.

A volte, abbiamo bisogno anche noi di qualche storia confusa e incomprensibile. Almeno per poter ritornare alla realtà.

 

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Gaia

Studentessa per sbaglio, viaggiatrice per scelta, lettrice da una vita. Nata per fare la principessa, ma pare che l’Italia sia “una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Sono una scrittrice con il sogno di vivere delle proprie parole. Nel frattempo, accarezzo gattini. E mangio lasagne.

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