Il taccuino

Il taccuino era accanto a lei, sul letto che non condivideva più con nessun altro. A farle compagnia, nelle notti più buie e silenziose, c’erano soltanto dei fogli bianchi o macchiati dall’inchiostro di una penna stilografica. Beatrice spalancò la finestra per far entrare la luce del sole, e preparò un caffè con la moka che le aveva regalato sua madre. Funzionava ancora, come se gli anni non fossero passati. Lara, sua figlia, per il suo sessantesimo compleanno le aveva comprato una costosissima macchina per il caffè, ma Beatrice non la utilizzò mai.
Dopo aver fatto colazione, prese la penna e il taccuino marrone e continuò a scrivere il suo romanzo. Le sue storie prendevano forma in poco tempo, pagina dopo pagina, come se le avesse vissute una ad una e dovesse solo limitarsi a raccontarle. Del vero era contenuto in ogni sua narrazione, c’era a sprazzi confusi e introvabili un frammento della propria vita e dei propri pensieri. Le capitava, a volte, di scrivere ciò che non aveva mai voluto ammettere, né a sé stessa né ad altri.
Dopo tre mesi di lavoro intenso, A modo mio stava giungendo a termine. Lo scoprì quella mattina, senza nessun preavviso. Arrivata al quindicesimo capitolo, capì di aver raccontato tutto quello che aveva in mente. Sapeva di aver tralasciato qualcosa, ma non le importava. Amava quella sensazione di incompiutezza alla fine di ogni suo scritto, come se ci fosse ancora altro da dire, come se quella fine non fosse una vera fine; come se dovesse ancora giungere un epilogo, per lasciare al lettore la libertà di poter decidere se continuare o tacere.
Scrisse l’ultima frase, sentendo all’istante la mancanza di quel taccuino ormai privo di pagine bianche. Lo aveva acquistato mesi prima in un negozio di antiquariato. Le aveva tenuto compagnia ogni singolo giorno e le prime ore della notte per tre mesi.

Si lavò e si vestì in fretta, si recò alla stazione di Napoli e acquistò un biglietto per Milano. Odiava viaggiare in aereo, così optò per un mezzo di trasporto che conosceva bene e aveva fatto da sfondo a lunghe giornate di gioventù. Osservò attentamente le persone sedute vicino a lei, intente ad utilizzare il cellulare. Si accorse di essere l’unica, in quel vagone, ad osservare chi aveva di fronte, anziché fissare uno schermo.
Scese alla stazione centrale, che conosceva ormai molto bene da diversi anni. Arrivò in piazza della Repubblica a piedi e si fermò da un fioraio per acquistare dei girasoli. Non erano i suoi fiori preferiti, a lei piacevano i tulipani, ma conosceva bene i gusti della persona a cui li avrebbe regalati. Camminò un po’, soffermandosi ad ammirare le vetrine dei negozi più costosi, quelli che lei non avrebbe mai voluto frequentare. Lì vicino abitava la persona che avrebbe incontrato.
Suonò il campanello di una casa che visitava saltuariamente. Simona sorrise, ma non rimase sorpresa. Conosceva Beatrice, non usava il telefono e non dava nessun preavviso prima di prendere un treno per Milano. Erano passati otto mesi dall’ultima volta, e quella donna le mancava. Notò che i suoi capelli stavano diventando sempre più bianchi e che dall’ultima volta era dimagrita. Ipotizzò che la stanchezza e lo stress causati dalla scrittura, avevano influenzato il suo aspetto e reso più accentuate le rughe sulla fronte. Eppure, Simona era convinta che la sua amica non dimostrasse i suoi anni.
“Non ci sentiamo da mesi e pensi di risolvere tutto portandomi dei fiori?”, le chiese ironicamente.
“Sì, proprio così”, rispose sorridendo.
“Grazie, sono bellissimi. Li metto subito in un vaso.”
Simona prese i fiori e andò in cucina, e Beatrice notò che aveva cambiato la disposizione dei mobili e acquistato un divano troppo grande per una sola persona.
“Allora, come stai? Non ci vediamo da molto tempo.”
“Sono stata un po’ impegnata, ma sto bene. Tu? Bel divano, comunque. La casa ha un aspetto molto moderno.”
“Presumo che ti piaccia sempre di meno, allora.” Scoppiarono a ridere, consapevoli di essere due persone completamente opposte.

Si sedettero e Beatrice prese dalla borsa il taccuino. Simona sorrise e capì che aveva terminato un nuovo romanzo.
“Quanto tempo hai impiegato stavolta?” le chiese sorridendo.
“Tre mesi, ma molto intensi. Ho scritto notte e giorno senza sosta. Ho avuto anche un’infiammazione al polso e il dottore mi ha raccomandato di abbandonare la penna per un po’ ed evolvermi al computer.”
“Beh, questa sì che sarebbe un’ottima idea. Usi da sempre carta e penna, ma guadagneresti molto tempo se utilizzassi un computer, e io non dovrei trascrivere un intero romanzo.”
“Lo so, Lara mi ha permesso di utilizzare il suo mesi fa, ma non riesco a scrivere in quel modo.”
“Imparerai, non è difficile.”
“No, non hai capito. Perdo le idee, l’ispirazione, come se non avessi mai scritto. Ho bisogno di fogli bianchi e di una penna stilografica, nient’altro.”
Simona decise di non insistere, non avrebbe cambiato idea.
Si erano conosciute cinque anni prima a Napoli. Quella ragazza alta e magra era un’amica di sua figlia dai tempi dell’università, così Lara la le confidò che sua madre scriveva da sempre, ma non aveva mai avuto il coraggio di far pubblicare i suoi scritti. Simona la volle conoscere ed insistette affinchè le facesse leggere qualcosa. Il suo primo romanzo, Gli anni ’60, era in parte autobiografico, e Simona rimase piacevolmente colpita dal suo talento. Leggere un romanzo scritto a mano su un quaderno non fu facile, ma ne valse la pena. Iniziarono un percorso insieme, e diverse case editrici le proposero di pubblicare quel libro. A sessant’anni, dopo la morte di suo marito, Beatrice iniziò a scrivere per gli altri, non solo per sé stessa.

“Allora, qual è la trama? Anticipami qualcosa.”
“Il primo romanzo che ho pubblicato parlava un po’ della mia giovinezza, della mia infanzia. Poi ho smesso di farlo, ho raccontato storie d’altri, vere o inventate. Stavolta ho voluto scrivere ripensando a me stessa.”
“Non vedo l’ora di leggerlo, e spero che non ci sia troppo disordine qui dentro”, disse indicando il taccuino.
Dopo una giornata trascorsa insieme, Beatrice andò in albergo. Si mise a letto e aspettò di addormentarsi, distrutta per quel viaggio. Ogni volta che lasciava il proprio romanzo a Simona, ne sentiva terribilmente la mancanza. Il lavoro estenuante di tre mesi era nelle mani di un’altra persona, che l’avrebbe trascritto, corretto e, in qualche modo, cambiato. Far leggere le proprie storie ad altri era una soddisfazione per Beatrice, ma custodiva anche un po’ di gelosia. Le persone la fermavano spesso per strada, confidandole quale fosse stato il capitolo o la pagina più bella ed emozionante. Lei ricordava l’esatto momento in cui era stata scritta, se di notte o in pieno giorno, seduta sul divano o ai piedi del letto. Ricordava quelle frasi e ne riusciva a descrivere i pensieri che le avevano composte. Erano sue un tempo, quando ancora nessuno le aveva lette. Poi, dopo averle rese note, cessava di possederle e le consegnava a qualsiasi potenziale lettore.

Simona, seduta nella sua piccola veranda, provò a leggere il nuovo romanzo di Beatrice, ma il vento le scompigliò i capelli e fece voltare le pagine. Si affrettò a rientrare in casa per preservare l’unico oggetto che conteneva il romanzo. Beatrice le consegnava il taccuino che possedeva quel che aveva scritto perché si fidava di lei, sapeva che l’avrebbe custodito con cura.
Iniziò a leggere “A modo mio”, piena di aspettative:

Spediva ancora le lettere. Marta scriveva e aspettava.
Quell’attesa, un giorno come tanti altri, venne distrutta da un’immediata risposta. Squillò il telefono di casa e, dopo essersi chiesta chi potesse essere alle 9:00 del mattino, rispose. Era Agata. Le fece sapere di aver ricevuto la sua lettera pochi minuti prima, di averla letta e di essersi emozionata. La ringraziò e poi ridendo le disse: “Poteva bastare anche una semplice chiamata.” In quell’istante Marta capì che l’attesa non piaceva più a nessuno.
Smise di spedire le lettere, ma continuò a scriverle, lasciandole in un cassetto. Forse s’era perduto il senso di quel gesto, ma preferiva preservarne ancora il ricordo.

 

 

 

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Martina96

Studentessa ventiduenne di Lettere moderne. Ho la passione per la letteratura, l'arte, i viaggi e le serie tv. Scrivo fin da bambina, amo ordinare il caos che abita nella mia testa attraverso la scrittura. Quando scrivo mi sento me stessa e qualcun altro allo stesso tempo. Sono me stessa perché non riesco a mentire nell'esatto momento in cui i miei pensieri si tramutano in parole; sono qualcun altro perché, spesso, quando rileggo i miei scritti non ricordo di averli creati.

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