IL BICCHIERE DELL’ADDIO

IL BICCHIERE DELL’ADDIO

Ero al “Re di Fiori”. Si avvicinavano le sette di sera ma il sole era ancora alto, picchiava con violenza sulle pareti dietro al bancone, illuminando la vasta schiera di alcolici, posizionati meticolosamente.

Me ne stavo al mio solito tavolino. Legno lucido, laccato, e con una tovaglia rossa e bianca a quadri, che faceva a pugni con il resto dell’arredamento. Il locale era sempre stato sobrio, casalingo, ma negli ultimi mesi il figlio del proprietario si era lanciato in una campagna di modernizzazione, stravolgendo tutto quello che trovava sulla sua strada. Per fortuna, non aveva ancora convinto il padre a bruciare quelle orribili tovaglie. E neppure a cambiare il nome. Rimanevano forse l’ultimo nostalgico tocco del passato. Insieme a me, ovvio.

Ricordo bene quel giorno. Ero andato lì quasi per caso. Davanti a me solo una grossa tazza di cioccolata fumante, che profumava di casa. Mi guardavo intorno. In quei giorni avevo cominciato a pensare un po’ troppo alla mia vita, e per distrarmi mi divertivo a guardare tutti gli sconosciuti che mi passavano a tiro, tentando di immaginarmi quale fosse stata la loro strada fino a quel momento. Quali scelte li avevano condotti al “Re di Fiori”. Da cosa scappavano o in quale gabbia sociale si erano incatenati senza neppure rendersene conto. Vedevo lacrime e sorrisi. Vedevo occhi tristi e sguardi speranzosi. Vedevo l’umanità per quello che era, autentica come quando pensava di non esser vista. E non era diversa da quella della mia città. Non vi dirò il suo nome, si rovinerebbe questa storia se andaste a cercare informazioni da qualche parte, dirò solo che non è molto conosciuta. Ma non è difficile da immaginare: è una comunità come tante altre, circa ventimila teste, non diverse da quelle che potreste trovare in una qualsiasi città.

È bella la mia città. È accogliente, la mia città, e per tutta la durata della mia vita è sempre stata un luogo dove regnava l’allegria e il buon umore. Siamo qualcosa di più di un piccolo paese, forse, ma le regole sono circa le stesse: noi della vecchia guardia ci si conosce un po’ tutti, mentre quelli della nuova sono alle prese con l’evoluzione tecnologica, vivono metà del loro tempo in un luogo immaginario, digitale che, sinceramente, ancora non ho capito dove stia. Ma torniamo al “Re di Fiori”.

Ricordo bene quel giorno. Nei tavolini attorno al mio ero circondato da poche persone, una più curiosa dell’altra. Alla mia sinistra, non sarà stato a più di tre o quattro metri, vi era una coppia di ragazzi. Uno biondo, sorrideva incerto, senza reale allegria o felicità, mentre l’altro era moro e gli parlava, senza riuscire ad alzare lo sguardo dal boccale di birra che aveva davanti. Proprio dietro di loro c’era una ragazza, vestita bene, in abito da sera e borsetta. Mi aveva decisamente colpito, era molto giovane. Era arrivata in compagnia di un ragazzo della sua età, ma una volta scesa dalla Ford Anglia blu scuro era entrata da sola. Pareva arrivare da un altro mondo. Voltandomi a destra, invece, notai un signore, appena più giovane di me, che sedeva accanto a quello pareva esser suo figlio, ed era visibilmente imbarazzato. Infine, al bancone, davanti a me, c’era una ragazza sulla ventina, con i capelli lunghissimi, con le punte colorate di blu e arancio. Beveva, da sola, quello che ero piuttosto certo esser un whisky liscio. E questo, era decisamente il dettaglio più curioso nella sala. Insomma, quando mai si è vista una ventenne dei giorni d’oggi bere del whisky liscio, da sola, al bar? Quel giorno, fu lei la sconosciuta che attirò la mia attenzione. Quale poteva essere la sua storia?

Ricordo perfettamente che mi accesi una sigaretta. Un pessimo vizio, sì, ma all’epoca non importava, anzi, per un uomo della mia età era normale fumare. Poggiai il mio zippo tutto graffiato sul tavolino, accanto alla tazza di cioccolata, ormai finita, e il mio sguardo si incollò all’immagine di quella ragazza. Non poteva davvero avere più di vent’anni, eppure centellinava quel whisky con una delicatezza sopraffina, lo gustava veramente, sentendone tutte le sfumature.

Non smuoveva lo sguardo dal bancone. Vestiva di pelle, e dei merletti colorati sbucavano dalla giacca. Credo d’aver notato una certa somiglianza con degli uccelli esotici che vidi durante la guerra, vista la gran gamma di colori che aveva addosso tra vestiti e capelli. Proprio una ragazza da cui non mi sarei mai aspettato un whisky liscio. L’incoerenza di quell’immagine mi lasciava senza parole, tanto quanto mi affascinava. Cosa aveva potuto farle perdere persino la forza di alzar lo sguardo dal bancone?

Mi cadde della cenere sulla mano, riportandomi per un attimo alla realtà. Spensi la sigaretta, senza neanche accorgermene l’avevo già fumata tutta. In quell’attimo di lucidità mi venne in mente cosa poteva esserle accaduto.

Si chiamava Donna. Donna Sand. Finito il liceo era andata al college, voleva diventare un avvocato. Era di buona famiglia, cresciuta con un’ottima educazione e un indottrinamento alle buone maniere. Tutto ciò che faceva doveva farlo alla perfezione. Come bere quel whisky. Non si spreca un buon whisky invecchiato, nemmeno per delle lacrime. Aveva passato tutta la vita a fare quello che voleva la sua famiglia, ma finalmente poteva vestirsi come voleva, poteva tingersi i capelli e non risponderne a nessuno. O quasi. Comunque, era ormai all’ultimo anno di college e la sua vita stava per cambiare. Avrebbe iniziato a lavorare, sarebbe entrata nel mondo delle cravatte dal sapor d’inganno. E a quel tempo le donne non avevano vita facile sul lavoro, no davvero. Ma lei era una dura. Così, un pomeriggio, era fuggita per un po’ dalla sua vita, ed era tornata nella sua città. Era entrata nel primo bar che aveva trovato e, come aveva visto fare al padre per anni, aveva ordinato un whisky liscio. Un Johnnie Walker Platinum Label, invecchiato diciotto anni. Un nuovo sfarzo del “Re di Fiori”. Lo guardava. A ogni sorso che centellinava chiudeva gli occhi. E si guardava dall’alto. Sentiva il calore del liquore che scendeva in gola, infiammandola lentamente. E si vedeva prima in un ufficio, col cappio al collo e le tasche piene di rimpianti. Poi si vedeva in giro per il mondo, in maglietta e decapottabile scassata. Poi riapriva gli occhi. Presto il whisky sarebbe finito, e lei avrebbe preso la sua decisione. Ancora non sapeva quanto fosse fortunata ad aver la possibilità di decidere. La libertà assoluta.

Ovviamente non era quella la sua storia, almeno credo. Ma avrebbe potuto.

Mi accesi un’altra sigaretta. Il sole stava calando, lasciando lentamente nell’oscurità la schiera ben allineata di alcolici dietro il bancone. Io, finalmente, distolsi lo sguardo da quella ragazza. E vidi il fondo della mia tazza di cioccolata. Era giunto anche per me il momento di una decisione, probabilmente, e dopo quella bella pausa, dovetti tornare a pensare alla mia vita. Qualcuno mi stava aspettando. E anche qualcosa. Un momento. Un attimo. Quell’attimo.

Mi alzai, mi misi in tasca il mio zippo tutto graffiato e passai davanti al bancone. Mi voltai verso il mio solito tavolo, con la sua solita orribile tovaglia. Guardai il figlio del proprietario che parlava con suo padre, il vecchio Jason Bold. Lui sì che era un mio coetaneo, uno come me, la vecchia guardia, quella che non cede facilmente alle nuove mode e abitudini. Stavano discutendo come al solito sull’arredamento, e mi venne da sorridere. Gli lanciai un’occhiata, e ordinai velocemente due bicchieri di whisky, lo stesso della ragazza uccello esotico. Uno lo lasciai per lei. Qualsiasi fosse la sua storia, meritava certo un altro bicchiere, prima di prendere la sua di decisione. L’altro lo presi io, e mi diressi verso l’uscita. Quando arrivai sulla soglia mi voltai un’ultima volta, e vidi Jason che mi guardava incuriosito, seguito a ruota dal figlio, che finalmente aveva smesso di blaterare termini new-age associati al Re di Fiori. Tirai una boccata di fumo e sorrisi. Rovesciai il bicchiere giù per terra, per poi poggiarlo sulla finestra vicino la porta. Mi voltai e me ne andai.

Tanti anni prima, in guerra, avevo un commilitone irlandese. Eravamo diventati amici, compagni d’armi, e mi raccontò di una tradizione molto bella. Ora, non so sinceramente se fosse vera o meno, ma mi piacque talmente tanto che la ricordo ancora a distanza di anni. Al funerale di qualcuno, si beve tutto d’un fiato un bicchiere di whisky, e uno pieno lo si versa in terra per colui che non c’è più. E così, salutai il “Re di Fiori”. Forse non era la sequenza giusta degli eventi, ma chissenefrega. Volevo anche io il mio bicchiere dell’addio.

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Carlo Marchioni

Vorrei dire: sono convinto che volare sia possibile, basta solo avere pensieri felici, ma sarebbe citare in malo modo un mio idolo. Dico quindi che sono uno scrittore, autore della saga di Àdaran, co-creatore di IoVoceNarrante.com e, come tutti gli altri, un amante della lettura.

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