“Io, Steve Jobs e Carducci”. Pascoli si racconta-Le Interviste Impossibili

Il mio orologio da polso digitale nero segnava le sette, erano ormai venti i minuti di ritardo del mio ospite. Stavo quasi per andarmene, quando San Pietro, con una lunga e folta barba bianca mi venne incontro chiedendomi di aspettare ancora. “Ha avuto un contrattempo”, mi disse scusandosi per lui. Rispetto all’ultima volta che mi aveva rimproverato, il custode delle chiavi di Hog…volevo dire, del Paradiso, era più gentile. Che il mio lavoro fosse apprezzato?
Mi risedetti e aspettai un altro quarto d’ora, in quella camera piccola in mattoncini e legna, quando entrò caracollante Giovanni Pascoli. Il suo ventre abbondante si muoveva a ritmo con i suoi folti baffi, creando un’immagine quasi ipnotica che per poco non mi faceva venire un attacco epilettico. Si era appena seduto, ma un forte odore di cognac e alcol mi riempì le narici, facendomi lacrimare gli occhi.

La ringrazio infinitamente per aver accettato l’invito. Come mai questo ritardo?
“Le chiedo scusa, stavo concludendo un’accesa discussione con Carducci”.

Argomento?
“Il male di vivere negli anni dei social network”.

Beh, che alleg…
“Si fermi, lo so che cosa sta per dire. Lei crede che questa citazione montaliana possa essere fuori luogo e pensa che io non abbia pagato i diritti d’autore, ma si fidi. Eugenio mi ha dato il permesso”.

Pensavo proprio a questo. Parla spesso con Montale e Carducci?
“Con Giosuè regolarmente. Abbiamo deciso di mescere un vino tutto nostro nei dintorni di Castagneto Carducci. A un paio di nuvole di distanza da Bolgheri. Sarà una bella sfida per il loro rosso”.

Non ho capito, mi scusi. Chi si occuperà del vigneto?
“Io e Giosuè, con un aiuto da qualche lavorante ovviamente. Sembra che Charles sia interessato a contribuire”.

Charles?
“Baudelaire. A lui il vino è sempre piaciuto”.

Ah. Quindi come funzionerà? Avrete il permesso di tornare in vita?
“Non fa ridere. Nessuno può tornare in vita. O meglio, solo Gesù, ma Lui è il figlio del capo. Ha un trattamento speciale. Noi ci accontentiamo di coltivare sulle nuvole”.

E come vanno le vendemmie?
“Male. Quel signorotto pelato è sempre in mezzo a interromperci con la sua squadra”.

Mussolini?
“Ma quale Mussolini! Intendo Crozza. È sempre in mezzo a fare spot per la Lavazza. Ci rovina le nuvole con i cavi. Non so a chi abbia chiesto i permessi, ma inizia a sembrare Dante”.

Crozza poeta?
“No, viaggiatore interdimensionale. Secondo me ha qualche amico importante, ma la cosa non dovrebbe stupirmi”.

In che senso?
“Ho letto dei commenti su De-facebook che lo mettevano in relazione ai poteri forti. Anche se pare che San Pietro non abbia particolarmente apprezzato l’ultima imitazione. Possibile che venga lic…”

De-facebook?
“Il Facebook dei defunti”.

Esiste un Facebook dei defunti?
“Ahinoi. Da quando Steve Jobs è salito da queste parti la qualità del segnale ha fatto passi da gigante. Anche se ci sono stati un po’ di problemi di privacy”.

Cambridge Analytics?
“Vuole dire Gomorra Analytics. Lo scandalo di privacy più grosso del millennio. Dio era furibondo. Diceva di continuare ad avere inserzioni per acquistare prodotti Fitvia. Non ne poteva più. Ha minacciato di far chiudere…”

Chiudere De-facebook?
“Macchè. Voleva chiudere il Paradiso. Sa com’è fatto. Certi affronti li prende sul personale. Come la storia della mela. Tutto quel casino per una mela. E non era nemmeno della Melinda”.

Perché ammicca?
“Non è un’intervista video?”

Ehm, no.
“Ah. Peccato ero a caccia di sponsor. Grazia Deledda è stata contattata da Herbalife. Non volevo essere da meno”.

Capisco…
“Guardi che scherzo”.

Grazia Deledda non sponsorizza Herbalife?
“E io non cerco sponsor. Ero ironico, non l’aveva capito?”

Quindi niente De-Facebook?
“No, quello c’è davvero. Intendevo solo sugli sponsor”.

Di che cosa parla con Carducci solitamente?
“Del più e del meno. È il mio maestro, gli devo infinito rispetto. Discutiamo per lo più di poesia”.

Su che cosa vi siete confrontati, oltre al male di vivere al tempo dei social ovviamente?
“Sui nuovi temi del poetare. Su quanto la vita del nuovo millennio sia quasi incompatibile con il fare poesia. Troppa frenesia, poco tempo per pensare.”

Penso si possa trovare ispirazione anche in un mondo frenetico sinceramente.
“Ma certo! Si può trovare sempre ispirazione, ma non si scrive più. Carta e calamaio stanno scomparendo. Adesso si è digitali. Secondo me uno schermo luminoso non aiuta a imprimere la pennellata del dolore dell’anima”.

La poesia per lei è dolore?
“No. Non solo. La poesia è un attimo, un momento di verità. Bisogna coglierlo e buttarlo subito su carta. Se aspetti di accendere un pc non è più vero. Diventa solo rielaborazione”.

Il computer nega il ritorno al fanciullino?
“In un certo senso si”.

Come mai?
“Quando parlavo del fanciullino e del ritorno a uno stato di verità primordiale, c’era una parte fondamentale che non penso sia stata colta. Il flusso delle idee e della verità deve essere istantaneo. Va bene la rielaborazione, va bene il labor limae, ma se non si scrive subito l’idea svanisce, la purezza si perde e resta un artefatto. Vede, io ho lavorato parecchio sui miei testi, specialmente in Myricae, ma non ho stravolto il punto di partenza, non ho ricreato una poesia dal nulla. Ho lavorato sempre sulla stessa emozione iniziale.”

Lei ha scritto poesie su diversi oggetti. Le venivano di getto o ci ragionava sopra?
“Era una miscela. L’idea di scrivere una poesia su una forchetta è istantanea, il resto è rielaborazione. Ripeto, va bene il labor limae, ma la base deve essere quasi istintuale.”

Non esiste poesia senza un ritorno al fanciullino?
“Esiste poesia, ma non verità. Dipende tutto da quello che si vuole vedere nel poeta. Se basta un cantore di storie in maniera raffinata, non è necessario un ritorno a uno stato primordiale. Se invece si cerca una guida nel mondo delle ombre, è necessario cercare la verità nella maniera migliore possibile.”

Perché il fanciullino può arrivare alla verità e l’uomo fatto e finito no?
“I preconcetti. L’uomo vede spesso ciò che vuole vedere, il bambino vede ciò che è. Bisognerebbe tornare a guardare il mondo con gli occhi di un bambino per poter comprendere il caos.”

“A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino.”
“Pablo (Picasso n.d.r) ha reso bene l’idea.”

Che cos’è fondamentale per fare poesia?
“Le emozioni. Se no, come le ho già detto, tutto torna a essere artefatto.”

È importante il simbolismo?
“Fondamentale. Lei pensi a una finestra. È solo una lastra di vetro, se è ben pulita nemmeno la nota da lontano. Eppure c’è. Eppure dietro di essa è tutto diverso. È tutto filtrato. C’è un’anima diversa.”

Le finestre hanno un’anima?
“No, ma chi le guarda si. Gli occhi vedono un mondo che a volte non c’è. Anche una forchetta può avere un valore diverso per persone diverse. Anche da un oggetto insignificante può nascere un’emozione.”

È per questo che ha scelto il quotidiano come argomento principale?
“Quotidiano non vuol dire scialbo.”

Poesia cosmica e geocentrismo.
“Io direi più antropocentrismo. Non nego le conoscenze scientifiche, ma è fuori discussione che l’uomo sia al centro. Abbiamo tutti una visione personale. Se io guardo il mondo è scontato che lo percepisca tutto intorno a me. Simbolicamente la terra è al centro di tutto, fisicamente no. Questione di sfere.”

Com’è stato crescere mutilato negli affetti?
“Ti cambia. Perdere qualcuno ti lascia un vuoto enorme. È la cosa più assurda è che con il tempo non ti passa. Il vuoto resta sempre, si può cercare di riempirlo come si può, ma per lo più cerchiamo di espandere il resto per coprire quella mancanza. Non basta. Resta sempre un tarlo che spinge per abbattere la corteccia.”

È riuscito a ricostruire il suo nido?
“Non posso rispondere. Ci sono simboli il cui significato non va svelato fino alla fine. La morte è uno di questi.”

Il pessimismo sembra aver lasciato posto alla serenità. Possiamo interpretarlo come un si?
Sorride (n.d.r.).

Con quali personaggi parla più spesso?
“I soliti. Carducci, Baudelaire e Leopardi, ma ultimamente ho parlato molto con Alda Merini. La sua sensibilità è affascinante. Ah, anche con Eugenio. Avevamo molto in comune.”

Per esempio?
“La passione per gli animali, per il fonosimbolismo e il simbolismo in generale. Lui ha fatto un passo in più di me. Glielo devo riconoscere. Ha unito due mondi con una mosca.”

Ci tolga una curiosità, l’arresto la portò a meditare il suicidio. Scrisse davvero lei quell’ode?
“Legga le carte. Sono stato scagionato.”

Non è una risposta.
“Per me si.”

Che cosa le piace del nostro tempo?
“A essere onesto poco o nulla. Non sono un’amante della tecnologia spinta, troppo fredda.”

I social fanno questo effetto.
“Non i social network, tutto il resto. Macchine che fanno lavori che una volta erano degli uomini. Riducono il contatto.”

Il tempo a nostra disposizione è scaduto, ci lascia qualcosa di inedito?
Tra città e paesini di campagna,
corre solitario notte e giorno
con il tempo alle calcagna.

Insegue una lancetta e fischia forte,
il ritmo dell’andata e del ritorno
ne segna la vita e la sorte.

Tutto scorre mentre io l’aspetto,
su un binario mezzo grigio e mezzo nero
riecheggia un sibilo che sento nella sera,
ma è solo il pianto del vento e di quel che era.

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Francesco C. Inverso

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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