E se… Patroclo non avesse sostituito Achille?

Iliade, XVI libro.
Dopo che Achille, offeso da Agamennone, decise di ritirarsi dalla battaglia, Patroclo, suo amico fraterno, ne prese il posto in battaglia. Protetto dalle armi del re dei Mirmidoni, Patroclo diede prova della sua bravura, mettendo in seria difficoltà i troiani, ma Ettore, più forte dell’acheo, non avendo notato la differenza tra lui e l’amico, lo sconfisse e l’uccise, con l’aiuto di Apollo. Questo avvenimento scatenò la rabbia del Pelide che, messo da parte l’orgoglio, tornò a combattere e contribuì alla vittoria achea.

Come finì la guerra di Troia lo sappiamo bene, ma che cosa sarebbe successo se Patroclo non avesse preso il posto di Achille? Agamennone e i suoi avrebbero ugualmente vinto?
Immaginiamo.

Patroclo, indeciso sul da farsi, decide di obbedire agli ordini del suo re. Lascia le armi e, assieme al resto dei Mirmidoni, non combatte. Achille fa caricare armi e bagagli sulle navi. Parte, lasciando Agamennone e Menelao, con un esercito ridotto e raffazzonato, vedono la sconfitta, assaporano il gusto del sangue e della perdita. Ettore e i suoi decimano ulteriormente i nemici, obbligandoli a sfruttare l’astuzia.

Gli achei si rivolgono a Odisseo (Ulisse in latino) e l’eroe di Itaca partorisce la brillante idea del cavallo. I greci si nascondono all’interno, in silenzio, pronti a uscire nella notte.
La spiaggia è deserta, solo questo enorme monumento di legno è rimasto del loro accampamento. La gioia sul volto di Priamo e sudditi.

Laoconte, però, non sembra convinto.

Per primo accorre, davanti a tutti, dall’alto della rocca Laocoonte adirato, seguito da una grande turba; e di lungi: “Sciagurati cittadini, quale così grande follia? Credete partiti i nemici? O stimate alcun dono dei Danai privo d’inganni? Così conoscete Ulisse? O chiusi in questo legno si tengono nascosti Achei, o questa macchina è fabbricata a danno delle nostre mura, per spiare le case e sorprendere dall’alto la città, o cela un’altra insidia: Troiani, non credete al cavallo. Di qualunque cosa si tratti, ho timore dei Danai anche se recano doni.

Fidarsi degli achei? No, grazie.

Priamo è confuso, Paride insiste, la vittoria e il sacrificio, dopo 10 anni di guerra, ottenebrano la ragione e il cavallo viene trasportato lentamente verso le possenti mura della città.


Un passo dopo l’altro, Priamo accompagna questo percorso. Vuole esserci, vuole entrare in città con il simbolo di un successo sofferto. Fino ad arrivare sotto le mura, dove una voce, a Priamo tanto famigliare, lo ferma.
‘Padre, non credo che sia la scelta giusta. Gli strateghi greci possono vantare, tra le loro file, menti brillanti. Laooconte mi ha informato del ritrovamento, delle sue sensazioni. Credo che sia un inganno e che loro – abbassa la voce e si avvicina all’orecchio del re – possano essere nascosti all’interno del cavallo.’
Ettore, ancora vivo, è la voce della verità. Priamo lo ascolta, gli crede. Il cavallo viene portato dentro, messo in piazza. Un falò viene organizzato in tempo zero.
Ulisse, Aiace, Diomede, Menelao. Nessuno ne esce vivo, di loro resta solo il ricordo.

Agamennone, intanto, si avvicina alle mura nel cuore della notte, aspettando il segnale e l’apertura delle porte, ma in realtà trova solo, ad attenderlo, Ettore e l’esercito schierato, che fanno a pezzi ciò che resta della forza greca.

E pensare che sarebbe bastato così poco per vincere la guerra e cambiare la storia…

E secondo voi? Come sarebbe andata?

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Francesco C. Inverso

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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