E se…Holden Caulfield non fosse stato espulso?

“La maggior parte dell’arte americana è stata prodotta da omosessuali, neri, ebrei e donne. Salinger è il loro pioniere”, e Holden è la sua maschera, lo dice Foer, lo pensano in molti. Quando si parla de “Il giovane Holden” non si parla solo di un romanzo, ma di una pietra miliare nell’analisi di quello che erano, e sono ancora, gli adolescenti. Salinger, in queste pagine, ha descritto con sapienza l’animo ribelle, le paure e le volontà di un quasi diciassettenne, tra gioie, delusioni e voglia di scoprire un mondo a lui proibito. Un’età di mezzo, i diciassette anni, che per Salinger non conoscono segreti. Negli Usa la prima pubblicazione risale al 1951, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio della Guerra Fredda, in un’America pronta a caricarsi sulle spalle il ruolo di superpotenza, sempre afflitta dai problemi interni.

In Italia arrivò solo dieci anni dopo, rivoluzionata nel titolo e tra le polemiche per il linguaggio, volutamente provocatorio e non moderato, che diventerà poi fonte d’ispirazione per una corrente letteraria nota come realismo sporco, la quale avrà tra i suoi esponenti di punta Charles Bukowski. Un titolo figlio delle difficoltà di traduzione a causa di uno sport che nel nostro Paese era lontano dalla popolarità. Un adattamento italiano che ha scelto di richiamare Goethe, piuttosto che optare la via della fedeltà al testo, strizzando fin dall’inizio l’occhio a “I dolori del giovane Werther” e al romanzo di formazione.

I ritmi del baseball sono simili a quelli della vita americana. Lunghi periodi di tempo libero interrotti da attimi di frenetica attività. – Roger Kahn

Holden Caulfield, come già detto, è un diciassettenne problematico, figlio di una famiglia benestante e moderata, che rispettava e rispecchiava i canoni della famiglia americana anni 50’, che fin dall’inizio mostrerà tutti i lati oscuri del suo carattere e le turbe della sua psiche, tormentata dalla difficoltà di vivere in un contesto che gli stava stretto. Espulso dalla scuola, Holden torna a casa prima del previsto e, per non dirlo ai genitori, si rifugia in un hotel di infimo livello, tra topi e rischio di malattie. Holden cresce rapidamente in quei giorni, vivendo esperienze ben oltre i suoi diciassette anni, scoprendo ciò che, fino a poco prima, gli era stato precluso. Un percorso di formazione che lo conduce fino a una crescita totale, che passa da amore, sesso, alcol e fumo, in una spirale che continuava a vorticare sempre più rapidamente, tra un nuovo amore e 10 dollari speso dalla “vecchia Sunny”.

“Questo è il guaio con le ragazze. Ogni volta che fanno una cosa carina, anche se a guardarle non valgono niente o se sono un po’ stupide, finisce che quasi te ne innamori, e allora non sai piú dove diavolo ti trovi. Le ragazze. Cristo santo. Hanno il potere di farti ammattire. Ce l’hanno proprio.”

Ma che cosa sarebbe successo se Holden Caulfield non fosse stato espulso?

Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. È spaventoso. Perfino se vado all’edicola a comprare un giornale, e qualcuno mi domanda che cosa faccio, come niente dico che sto andando all’opera. È terribile.

Holden è depresso, sul suo destino pende una spada di Damocle pesante. Gli esiti degli esami appena sostenuti stanno per uscire. Lui non ha studiato abbastanza, ha fatto il minimo indispensabile per provare a strappare qualche stiracchiata sufficienza. È sicuro di aver fallito, ma la fortuna è dalla sua parte. Si è salvato per il rotto della cuffia. Potrà tornare a casa con qualche livido, ma non con le ossa rotte. Holden torna, la famiglia non è soddisfatta, si litiga, senza però arrivare a una rottura definitiva. Phoebe, la sorella a cui è legato come a nessun’altra, lo coccola e per lui le vacanze natalizie trascorrono in una pace quasi irreale, nonostante avesse litigato con Stadlater e fosse sempre di cattivo umore.

 

Mi sentivo così maledettamente felice, tutt’a un tratto, per come la vecchia Phoebe continuava a girare intorno intorno. Mi sentivo così maledettamente felice che per poco non mi misi a urlare, se proprio volete saperlo. Non so perché. Era solo che aveva un’aria così maledettamente carina, lei, là che girava intorno intorno, col suo soprabito blu eccetera eccetera. Dio, peccato che non c’eravate anche voi”. Il ritorno in collegio è traumatico, Holden si isola, il rendimento cala ancora. E il semestre successivo, tra un’insufficienza, una rissa e una bocciatura, viene espulso. Sta guardando una partita di football, ma la sua mente è altrove. Dovrà dirlo a casa.

“Voglio cominciare il mio racconto dal giorno che lasciai l’Istituto Pencey. L’Istituto Pencey è quella scuola che sta ad Agerstown in Pennsylvania. Probabile che ne abbiate sentito parlare. Probabile che abbiate visto gli annunci pubblicitari, se non altro. Si fanno la pubblicità su un migliaio di riviste, e c’è sempre un tipo gagliardo a cavallo che salta una siepe. Come se a Pencey non si facesse altro che giocare a polo tutto il tempo. Io di cavalli non ne ho visto neanche uno, né li, né nei dintorni. E sotto quel tipo a cavallo c’è sempre scritto: «Dal 1888 noi forgiamo una splendida gioventù dalle idee chiare». Buono per i merli. A Pencey non forgiano un accidente, tale e quale come nelle altre scuole. E io laggiù non ho conosciuto nessuno che fosse splendido e dalle idee chiare e via discorrendo.”

Alla fine non sarebbe cambiato nulla. La vita, tutto sommato, è come il baseball: non puoi vincere una partita se non occupi le basi, non puoi imparare se prima non hai sbagliato. E quando sei sul diamante, o sull’orlo del baratro, a volte devi fare un passo avanti e guardare in faccia il nemico per poterti rialzare. A volte è necessario che nulla cambi, affinchè tutto cambi. E quando hai diciassette anni e vedi il mondo come un nemico devi per forza sbatterci la testa per diventare grande.

Sento un po’ la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate finisce che sentite la mancanza di tutti

 

 

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Francesco C. Inverso

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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