Until Last Breath

blindspot
Disclaimer:
I personaggi di seguito descritti sono stati ideati
da Martin Gero e fanno parte dello show tv “Blindspot”.

Questa storia non ha scopo di lucro.

Until Last Breath

“Tu mi ricordi una poesia che non riesco a ricordare,
una canzone che non è mai esistita
e un posto in cui non devo essere mai stato”
Efraim Medina Reyes

Rimase lì.

Immobile.

Fermo e con le gambe incastonate nella terra, quasi fossero divenute macigni di roccia ghiacciata.

Avrebbe voluto muovere un passo, uno solo, piccolo, minuscolo, per annullare la distanza che lo separava da lei. Avrebbe voluto avere la forza per parlare, per chiamarla, per articolare un unico e piccolo nome.

Quattro lettere, una parola: Jane. Perché non importava quale fosse il suo nome, per lui era solamente Jane. E solamente in quell’istante se ne era davvero reso conto.

Secondi infiniti si susseguivano l’uno dopo l’altro, immersi in un turbinio di paura e sentimenti. Un turbinio talmente feroce da riuscire a scalfire persino il suo corpo.

Abbassò lo sguardo quanto bastava per vederla a terra, davanti i suoi piedi. I capelli corvini, diventati un po’ più lunghi, erano aperti a ventaglio intorno al suo viso, pallido, esangue, mentre quella linfa vermiglia scivolava via dal suo corpo ad una velocità tale da vincere il tempo. Il suo corpo era inerte e solo un leggero movimento del petto gli fece balenare il pensiero che ci fosse ancora una fievole speranza di aver la possibilità di amarla davvero, come avrebbe dovuto fare sin dal principio.

Una frazione di secondo perso a trovare la forza per riprendere a respirare e dare quel dannato comando alle sue gambe: doveva farlo, doveva muovere quel maledetto passo. Doveva andare da lei.

E quando lo fece, tutto ciò che lo circondava divenne buio e senza suono. Non importava più che Patterson, fra le lacrime, stesse chiamando un’ambulanza o che Shepherd fosse fuggita con ancora proiettili in canna e che Reade, Zapata e la SWAT si fossero gettati al suo inseguimento. Era il suo team, era il loro Supervisore ma, in quell’istante, l’unica cosa che riusciva a tenerlo aggrappato alla realtà e a rapire la sua attenzione era il petto di Jane che continuava a sollevarsi piano, lentamente, mentre il sangue si riversava sull’asfalto.

– Jane… – sussurrò a fior di labbra, portando una mano tremante sulla guancia della donna e l’altra sulla ferita all’addome. – Jane. – ripeté con più forza, cercando di riportarla a sé.

Lentamente e con un fievole respiro, la vide schiudere gli occhi. Quegli occhi chiari come smeraldi dispersi sulla riva del mare, sempre attenti e luminosi, ma infinitamente spaventati e persi, persi in un passato fatto solo da grovigli di buio e incertezza.

Sapeva che respirare e tenere aperti gli occhi era difficile, l’aveva provato sulla sua stessa pelle tempo addietro. Sapeva che chiuderli ed addormentarsi sarebbe stato per lei l’unico modo per allontanarsi da tutto quel dolore, del corpo e della mente, che lui stesso le aveva causato, ma lui non poteva permetterle di smettere di lottare.

Abbandonò la sua guancia ed afferrò con forza la sua mano. – Jane, guardami. – La chiamò. – Jane! Guardami! – Ripeté con decisione.

La voce di Jane arrivò al suo orecchio debole e lontana. – Kurt… – Un gemito soffuso, rotto forse da un nodo alla gola oppure, ancor peggio, dal sangue che iniziava a riempirle i polmoni. Non poteva esservene sicuro.

Le strinse più forte la mano. – Jane, resta sveglia. Andrà tutto bene! Patterson ha chiamato il 911. Stanno arrivando. – Le disse, sforzandosi di lasciare da parte quei sentimenti che aveva incatenato dentro di sé e che se avesse liberato in quel momento gli avrebbero fatto perdere il controllo.

– Cosa… – Iniziò lei – cosa fai qui…

Weller si sentì spezzare il cuore a metà – Come puoi pensare che ti lasci qui da sola proprio in questo momento… – Non aveva nemmeno considerato Patterson, poco distante da loro, ancora al telefono con qualcuno, forse con Nas ma non poteva esserne certo.

– E che… momento è questo…?

Weller percepì qualcosa di umido scivolargli lungo la guancia. Qualcosa di bagnato e freddo che non riuscì a riconoscere immediatamente. – Jane… – Premette di più la mano sopra la ferita nel disperato tentativo di bloccare l’emorragia. – …perché l’hai fatto? Perché mi hai protetto da Sandstorm?

– …davvero pensavi… che ti avrei… lasciato… morire? – La sentì ribattere soffusamente, mentre gli occhi le diventavano vitrei.

Fu in quell’istante che Kurt non riuscì più a reggere quella frustrazione, una frustrazione dettata dall’impotenza talmente pesante da fargli vomitare tutta la paura. – DOVE DIAVOLO È QUESTA DANNATA AMBULANZA? – Si voltò verso Patterson e vide la bionda andar loro vicino, il viso contrito, i denti che mordevano il labbro inferiore e gli occhi lucidi. – Sta arrivando, Weller. Cinque minuti saranno qui.

Kurt la vide inginocchiarsi accanto a Jane e accarezzarle la testa, levandole le ciocche madide di sudore dalla fronte imperlata. La sentì tirare su con il naso e sospirare tremante – Andrà tutto bene. Ok?

Jane chiuse gli occhi, poi li riaprì.

Weller pensò immediatamente che non li stesse davvero vedendo e un vuoto nello stomaco gli fece stringere la lingua fra i denti, forse il dolore del corpo lo avrebbe portato via da quella sofferenza dell’anima. Il sangue, nonostante la pressione sempre più forte, continuava a defluire senza fermarsi. Di getto, abbandonò la mano della donna e la ferita, e si levò la giaccia per poi poggiarla sopra quel colpo d’arma da fuoco che le aveva colpito il torace. Ultimo tentativo disperato di bloccare almeno un po’ quello scorrere senza sosta.

Sentì Jane tossire e percepì il debole tocco della sua mano sul suo polso. – Mi… mi dispiace…

– Ssth. Non devi parlare, continua a respirare e a guardarmi. Guardami e basta. Guardami. – ripeté come un mantra.

Intravvide Patterson continuare ad accarezzarle la fronte e notò che la pelle di Jane stava perdendo colore, ma si sentiva altrettanto certo che una ferita simile non potesse in alcun modo mettere fine alla vita di quella donna, quella donna ritrovata a Time Square, nuda e senza memoria, ricoperta di tatuaggi e con il suo nome scritto sulla schiena. Lei era fragile, ma forte. Doveva farcela. Ce l’avrebbe fatta. Aveva vinto la morte così tante volte che per lui era divenuta quasi una creatura immortale.

Non importava se fosse stata davvero un terrorista, se avesse davvero organizzato tutto quanto come capo di un’organizzazione terroristica o se fosse stata, sin dalla nascita, usata a manipolata da Shepherd. Non importava più in quel momento.

Solo pochi mesi prima, si era sentito tradito, umiliato da lei. L’aveva allontanata, non aveva lottato abbastanza per lei e per questo era stata rinchiusa e torturata in un blacksite per estorcerle informazioni che non avrebbe mai potuto dare. Poco importava se lei non avesse alcuna memoria. L’aveva ferita, le aveva fatto del male. Eppure lei era rimasta al suo fianco, lottare con lui contro la sua famiglia, lottare per un mondo che ha perso la strada e aveva deciso di mettersi fra lui e una pallottola che l’aveva colpita in pieno. Sapeva di amarla, sapeva che chiunque ella fosse non avrebbe avuto davvero importanza per lui, perché la persona stesa a terra, in un bagno di sangue, era Jane. La sua Jane. Solamente lei.

Aveva sempre allontanato tutte le donne dalla sua vita, sapeva di essersi fatto scudo di muri alti e spessi quanto montagne invalicabili, ma lei era riuscita a far cedere quelle pareti e creare un piccolo varco. Forse minuscolo, ma era l’unica ad esserci riuscita e lui glielo aveva permesso, ma non lo aveva fatto perché lei era Taylor Shaw, perché sapeva perfettamente che lei non era quella piccola bambina uccisa dalle mani del padre che lo aveva messo al mondo. Lo sapeva. Ma aveva bisogno fosse lei. Scoprire la realtà, sentirla ad alta voce e vederla a occhio nudo, aveva fatto in modo che una scossa facesse franare quei muri e chiudere quel varco.

– Patterson… – la voce gorgogliante di Jane lo fece sussultare. – Mi dispiace… Reade e Zapata…dì loro..

– Lo so.. – la interruppe la biondina, annuendo. – E lo sanno… ma glielo dirai tu, ok?

Weller vide piccole lacrime scivolarle fra le ciglia, come una carezza. E anche lui non riuscì a trattenere quel nodo in gola che ardeva come carbone. – Jane… – le afferrò ancora una volta la mano e Patterson prese il suo posto nella compressione della ferita. – Jane! – la richiamò a sé quando vide gli occhi chiari della donna chiudersi lentamente e il suo viso piegarsi di lato. Non poteva prenderla fra le braccia, non poteva muoverla, non poteva far nulla per avvicinarla a sé. Si sentiva impotente mentre la guardava con occhi sgranati, pieni di paura.

Poi vide il cenno di un sorriso sul suo volto – Non sai… da quanto tempo… aspettavo che mi guardassi così…- La sentì tossire, mentre piccole gocce di sangue uscivano dalla sua bocca per andare a macchiare l’asfalto. Ogni piccola goccia che vide, fu come uno spillo che gli trafiggeva il cuore.

– Stupida… sei una stupida… – lui si morse il labbro e le strinse la mano più forte. – Non lasciarmi, Jane. Non puoi lasciarmi. Continua a guardarmi. Ok? Continua a guardarmi, hai capito? Vedrai che andrà tutto bene, ma devi continuare a guardare i miei occhi. – continuava a ripeterle, forse nell’estenuante convinzione che i suoi occhi potessero tenerla aggrappata alla vita. – Non posso perderti. Ti ho già persa troppe volte, Jane. – E non gli importava nemmeno che Patterson sentisse. Oramai, l’unica cosa che davvero contava era che quella linfa vitale smettesse di abbandonarla e che la sua pelle diafana riprendesse quel colore umano che aveva sempre amato.

– Non puoi… – mormorò fievolmente. – Non puoi…non ora… – Deglutì. – …non…adesso… – Weller vide la mano della donna nuotare a fatica nell’aria per sfiorargli la guancia. Quando la pelle di lei sfiorò la sua, la percezione gelida di quel tocco gli scosse il cuore.

Lui scosse la testa e lanciò uno sguardo contrito a Patterson – Dove diavolo sono? – ma lei, come unica triste risposta, dovette scuotere il capo. Non lo sapeva. Non poteva saperlo.

– Kurt… – la voce di Jane attirò nuovamente la sua attenzione. – Ho fatto cose orribili… e… mi dispiace per aver tradito… la tua… fiducia. Ma… forse questa… è la punizione giusta…

– Jane… no… – Gli occhi che sino a quel momento avevano lottato contro chiodi roventi e il nodo che sino a quell’istante gli stava corrodendo la gola, dilaniandogli l’anima e il cuore, avevano lasciato spazio a quelle gocce d’acqua salata che strisciavano sulle sue guance, trafiggendolo. – Andrà tutto bene, vedrai. Tornerai a casa e ricostruirai la tua vita daccapo… non importa quello che è stato, non sei la persona che eri, ora sei Jane. E poi… io ti devo ancora una birra, ricordi? – Sorrise fra le lacrime. – E abbiamo bisogno di te! Ho… bisogno di te… – le strinse quella mano che continuava a sfiorare il suo braccio.

– Kurt… – la sua voce gli apparve ancora più flebile e lontana, mentre i singhiozzi di Patterson si facevano sempre più intensi. – Non potrò aiutarvi… ma… avete tutto ciò che vi serve… – Fece una piccola pausa, poi riprese: – Non vendicarmi, Kurt… non fare come per… Taylor… non lo merito… Prenditi solo cura di… Roman…

– No. Non lo farò. – I suoi occhi lasciarono cadere una lacrima, poi un’altra. – Non lo farò, perché non te ne andrai. – La voce gli si spezzò in gola. – Ti voglio al mio fianco in questa guerra, ti voglio al mio fianco di modo da non dover rivivere ciò che ho vissuto con Taylor…

In lontananza, iniziò a percepire il suono dell’ambulanza che si faceva sempre più vicino, rompendo quel silenzio spesso e innaturale.

Jane mosse leggermente il capo e poterono specchiarsi l’uno negli occhi dell’altra.

– Stanno arrivando. Le senti? – Le mise una mano sulla guancia e le si avvicinò ancora di più.

Vide Jane sorridere, poggiando il volto sulla mano calda, forte. La vide chiudere gli occhi e riaprirli subito dopo, mentre gocce salate le bagnavano il viso.

Weller sentì Patterson muoversi ed urlare ai paramedici la direzione da prendere. Percepì indistintamente portiere che si aprivano, sbattevano e passi veloci muoversi verso di loro… Ma lui aveva sguardi solo per lei.

Vide il tatuaggio a forma di uccello sul suo collo farsi sempre più debole e quando lei tentò di respirare, il suo tentativo fallì rovinosamente, con l’unico risultato di voltarsi verso l’asfalto e tossire sangue. Parve quasi che le ali sul suo collo si stessero chiudendo, deboli e insicure, ultimo gesto di una creatura allo stremo delle forze.

– Kurt… – un altro sussurro.

– Hmm? – la strinse, poggiando una guancia contro la sua. – Sono qui. – Disse, consapevole che ormai i suoi occhi non vedevano altro che un cielo grigio e senza luce.

– Ti amo, Kurt. – a fatica, ma lo fece.

Lo disse. Disse quelle due parole che aveva da sempre temuto ma che, ora, non riusciva a temere. Weller impallidì, pregando che quello non fosse il suo addio. Sentì la mano di Jane non regger più la presa. E allora scosse il capo, con agitazione e nervosismo -No. No! Svegliati! Jane! – Scosse il capo febbrilmente, strattonandola leggermente per riportarla a sé.

Respirava, debolmente. Il cuore batteva, piano. Troppo debole ed esangue per poter usare più forza. Piangendo, si abbassò su di lei e le baciò il viso, la fronte, le labbra… e proprio nel momento in cui i paramedici correvano verso di loro e lo tiravano via dal quel corpo debole e fragile, il cuore gli esplose nel petto – Anche io ti amo, Jane… Anche io… – Sentì il paramedico afferrarlo per le braccia e spostarlo bruscamente, senza dargli tempo di guardare la donna che amava un’ultima volta.

Vide Patterson allontanarsi con gli occhi colmi di lacrime e le mani sporche di sangue, come le sue. Le guardò, le scrutò piano sentendole talmente bagnate e viscide da sentirle ghiacciate. Le strinse forte, quasi sentisse ancora la pelle di Jane sotto il suo tatto. Strinse gli occhi, inconsapevole che Patterson gli stesse andando accanto mentre i paramedici tentavo disperatamente di rianimare quello che restava della figlia di una terrorista.

-Ce la farààà non è vero? – Kurt fissò la biondina e si lasciò andare in un convulso pianto disperato.

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Adoro leggere, collezionare libri e ordinarli per genere nella mia libreria stracolma di intrighi e storia. Ho una relazione complicata con le serie tv e con i finali di stagione, soprattutto se finiscono con uno dei miei personaggi preferiti morti o, peggio, fra la vita e la morte. Cosa che mi rende particolarmente nervosa per i giorni successivi. Ma l'amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

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