Il sacrificio e la follia

PRECEDENTE

Non prese la via del dormitorio, ma si diresse verso la montagna e, una volta giunto all’ingresso della miniera, proseguì qualche minuto, fino ad arrivare a una rientranza nelle rocce. Si fermò e, dopo essersi assicurato che nessuno lo seguisse, toccò una pietra di grandi dimensioni, poco a lato. La sua mano rimase ferma per qualche secondo, fino a che non cominciò a emettere una luce intensa. La montagna parve squarciarsi, seppur in un silenzio irreale. Entrò nel cunicolo che si era aperto davanti ai suoi occhi, con passo deciso, come se conoscesse meglio quel luogo di se stesso. Neppure le tenebre ne rallentarono il passo. Era una galleria scavata tra le rocce, stretta, in fondo alla quale si poteva intravedere una luce, alla visione della quale il giovane sorrise. Arrivato alla fine del tunnel il sorriso divenne risata. Folle.
Davanti a lui si era aperto un antro tra pareti rocciose che poggiavano su un terreno umido e insidioso, su cui dei corpi rantolavano, cercando di aggrapparsi a delle pietre per rimettersi in piedi. Ogni tentativo era vano, parte di loro era ormai solo un ricordo. Erano corpi mutilati, chi aveva perso le gambe, chi le braccia. Solo uno sembrava ancora in buone condizioni. Era sdraiato su un tavolo di legno massiccio, rettangolare, che solo avvicinandosi al centro poteva essere intravisto nella penombra.
Evan era immobile.
Jon, pensieroso, si avvicinò al corpo e sorrise. Aveva gli arti, ma non c’era parte di lui che non fosse stata profanata da una lama. Il sangue era ormai secco, l’odore di morte proveniva da lui più forte che mai. Si vedeva chiaramente che i suoi organi non gli appartenevano più.
Turner non emise un solo verso, prese il corpo, lo gettò al suolo e alzò gli occhi al cielo. Le pupille si dilatarono e l’iride, forse a causa delle torce infuocate sulle pareti, divenne rosso.

Neil rimase a fissare la notte, dalla finestra della sua camera, in attesa del sole, in attesa che qualcosa illuminasse i suoi pensieri. Attendeva la luce, ma una giornata uggiosa si prospettava. Le nuvole basse e grigie indebolivano gli animi.
Si vestì e, come ormai era consuetudine, riprese la ricerca dei giovani.
Erano trascorsi quasi due mesi dalla prima scomparsa. Difficilmente avrebbe potuto rinvenire altro se non i corpi senza vita dei giovani. Tutti lo pensavano, ma nessuno aveva il coraggio di dirlo.
Il regno era in subbuglio per l’apertura del torneo di cavalieri, poche erano le spade valide a disposizione nelle ricerche dei corpi. Qualche scomparsa non preoccupava minimamente il continente “figuriamoci quando a scomparire sono delle donne”.
La giornata trascorse come tutte le altre, l’allegria aveva abbandonato quei luoghi. Sembrava l’ennesima giornata inutile e la sera arrivò più in fretta del solito.
Seduto, come sempre, alla locanda, Neil tracannava birra, mentre la sala si svuotava.
Mancava poco alla mezzanotte.
– Vado a dormire, domani partirò per Tuc, magari troverò qualche soldato disposto ad aiutare.
Si stava dirigendo verso casa, quando, arrivato a pochi passi dal portone, un urlo attirò la sua attenzione. Corse rapidamente fino alla fonte dell’urlo e trovò senza fatica il luogo. Un uomo di mezz’età, che pochi minuti prima aveva lasciato la taverna, giaceva al suolo, riverso nel proprio sangue. Non distante da lui, altre tracce di un liquido rosso vermiglio coloravano il terreno. Neil si avvicinò al corpo e, con stupore, vide che ancora riusciva a respirare. La sua vitalità lo sorprese.
L’uomo lo fissava negli occhi, con la gola tagliata quasi completamente.
– Chi è stato?
– Hanno rapito mio figlio.
Poche parole, qualche rantolo e il dolce soffio della vita lo abbandonò.
Un altro rapimento, nessun testimone.

Nei giorni successivi il villaggio sospese ogni attività e si dedicò unicamente alla ricerca dell’ennesima vittima di quelle che, ormai, non potevano più essere considerate sparizioni, ma veri e propri rapimenti. Le ricerche si interruppero solamente per i riti funebri del padre, a cui partecipò l’intera cittadinanza, compreso Jon Turner, con il viso profondamente turbato. Avendolo notato tra la folla, il vigilante si avvicinò a lui, per consolarlo.
– Non è detto che anche Evan abbia fatto la stessa fine, se l’avesse voluto uccidere avrebbe potuto farlo direttamente sul posto.
“Già” pensò Neil “se avesse voluto uccidere per il puro gusto di farlo, lo avrebbe fatto in quel momento. Se ha rapito i giovani deve avere qualche intenzione. Potrebbero essere ancora vivi.”
Questi pensieri lo spinsero a credere che ci fossero speranze per le anime degli scomparsi, ma Neil, che non aveva riposto grandi aspettative in quelle ricerche, conscio che sarebbe stato il solito buco nell’acqua, era maggiormente interessato ad analizzare il luogo del delitto.
Le tracce di sangue erano statiche, non andavano da nessuna parte, ma accanto ad esse c’era una impercettibile traccia nera. Pochi centimetri, ma abbastanza da fare salire dei sospetti all’investigatore, “sembra polvere di pietre, che sia stato uno dei minatori?”
Il rito seguì la cerimonia tipica del tempo:
sugli occhi del defunto vennero poste delle pietre placcate d’oro, un pegno per la divinità, affinché potesse avere i favori del Dio una volta giunto alle porte del suo regno. Una tunica bianca, simbolo di purezza, ne copriva le fattezze mentre il corpo era adagiato su un altare, circondato da fiori e da pegni che gli amici avevano portato. La moglie, in lacrime, era in ginocchio accanto al marito, ma accanto a se, invece del figlio, c’era una sedia vuota. Fu una cerimonia straziante, l’intera cittadinanza pianse la scomparsa di uno dei suoi figli prediletti, Byron, questo il suo nome, era figlio di nobili origini.
Finito il tutto, Neil si rifugiò nel suo loculo, studiando resoconti e mettendo su carta qualunque ragionamento. Ogni idea che aveva in mente veniva riportata su pergamena, per non perdere neppure una possibile pista.
Dopo giorni di inconcludenti pensieri, adesso aveva finalmente un indizio.
– Da domani volgerò il mio sguardo sui minatori, ma avrò bisogno di un informatore nascosto tra le loro fila. Turner sarà disposto ad aiutarmi, l’affetto per l’amico sembra sincero.
Parlare ad alta voce lo faceva sentire più forte.

Gli incubi, sempre più inquietanti, lo attanagliavano a tal punto da non concedergli pace e lo tenevano sveglio nel cuore della notte. Quando il sole era sul punto di sorgere, Neil si trovava già nascosto in un vicolo vicino al dormitorio, un punto da cui avrebbe potuto sorvegliare la porta per intercettare il ragazzo non appena ne avesse varcato la soglia. Non ci volle molto a vedere la sua sagoma uscire trafelata, dopo un altro gruppo di minatori. I loro sguardi s’incrociarono e Jon, attento a non farsi notare dai colleghi, si defilò.
– Amico. Sarò diretto. Ho bisogno del tuo aiuto per tenere sott’occhio i minatori. Vicino al cadavere di Byron ho trovato delle tracce di polvere di pietra, probabilmente presenti sotto la scarpa di uno di loro. Devi cercare di scoprire qualcosa, se mi vedessero troppo interessato alle proprie abitudini, l’assassino potrebbe stranirsi e stare più attento. Mi aiuterai?
– Certo, ho a cuore la vita di Evan e degli altri. Sarò ben lieto di collaborare.
La velocità con cui il ragazzo accettò l’ingrato compito soddisfò a pieno il cavaliere, certo di aver trovato in lui un valido alleato.

La notte giunse rapida, e Jon, circospetto, si diresse a grandi passi all’ingresso del suo angolo d’inferno. Doveva assolutamente controllare i progressi dei suoi giovani ospiti. Aperto il varco, sentì dei rumori provenire dall’antro, così accelerò il passo, curioso per ciò che lo attendeva. Arrivato, notò subito il nuovo arrivato contorcersi per il dolore incatenato allo stesso tavolo rettangolare sul quale, qualche giorno prima, giaceva Evan, evidentemente doveva aver ripreso da poco conoscenza.
Per appropinquarsi al tavolo dovette evitare i cadaveri delle ragazze mutilate al suolo, la loro vita si era spenta da qualche giorno, tra atroci sofferenze. La vista di quei corpi e il pensiero del dolore che dovevano aver provato, lo portò a colmare il proprio cuore di purissima gioia.
Una volta accanto al corpo, ancora in movimento, steso sul legno lo guardò fisso negli occhi. Amava quello sguardo con cui le vittime lo guardavano prima della fine, un misto tra odio, paura e richiesta di misericordia. Si guardarono nelle pupille per qualche secondo, ma il dolore lancinante fece distogliere lo sguardo alla giovane preda, per concentrarlo sulla sua coscia: Jon Turner gli stava conficcando un coltello nell’inguine. Il calore del sangue cedette il passo al freddo della morte, sapeva di essere prossimo alla sua fine, e non ne vedeva l’ora.
Anche il suo aguzzino lo capì. Era il momento di prendere ciò voleva.
Prima che fosse tardi.
Estrasse il coltello dal suo inguine, lo pulì con uno straccio che aveva accanto a se e lo avvicinò agli occhi del malcapitato. Voleva urlare, ma non poteva farlo, dalla cavità orale usciva solo sangue, la lingua gli era stata strappata.
L’uomo estrasse prima l’occhio destro, lo recise di ogni suo vaso e lo gettò in un secchio colmo di un liquido verdastro. Aspettò qualche secondo, guardò l’occhio sinistro muoversi a destra e a manca. Ne colse il dolore, la disperazione. Sentì la vita abbandonare quel corpo e, un attimo prima che potesse sopraggiungere la morte, estrapolò dalla sua cavità oftalmica anche il secondo bulbo oculare, gettandolo anch’esso in quel secchio colmo e maleodorante. La vita della sua vittima si spense un attimo dopo.
Jon provò una gioia indescrivibile, seppur attenuata dalla sensazione che avrebbe potuto soffrire maggiormente.
– Il prossimo non sarà così veloce, mi godrò ogni singolo istante della sua sofferenza. Sarà l’ultimo.
Si pulì e uscì da quella necropoli.
In cielo le nubi si spostavano lentamente, andando ad oscurare la luna e le stelle.

Neil si faceva sempre più pressante, continuava a inseguire Jon, per avere novità e possibili sviluppi, ma ogni giorno che passava, il ragazzo escludeva qualcuno dalla lista dei possibili sospetti. Il cerchio si stava stringendo, il colpevole era vicino ad essere scoperto.
In pochi giorni fu direttamente il ragazzo a presentarsi alla porta con le notizie che il cavaliere voleva:
aveva trovato un colpevole e l’aveva visto addentrarsi nel bosco in piena notte. Bisognava solo coglierlo con in flagrante. Jeky, il minatore sospettato, aveva sempre l’abitudine di andare oltre il bosco, dopo il lavoro, per cogliere le verdure dall’orto che coltivava. Abitudine mantenuta, nonostante le sparizioni e i coprifuochi messi a protezione dei cittadini.
Non poteva che essere lui.
Neil ne era convinto.
Forse la voglia di chiudere questa serie di misfatti, forse il primo passo avanti nelle indagini, forse la speranza di poter ottenere nuovamente gloria per il suo nome, non fecero avere il minimo sospetto al prode cavaliere.
-Fa sorridere che tutto ciò avvenga proprio stanotte. Le famiglie portano fuori i loro bambini per fingere che tutto sia normale. Dolcetto o scherzetto. Si può credere che tutto vada bene?
Neil accennò una breve conversazione con il giovane amico, desideroso di stemperare la tensione che lo torturava.
Corsero verso la foresta e si fermarono, in attesa degli eventi.
Ed eccolo li, come preannunciato dall’amico in incognito, Jeky. Non usciva, però, dalla miniera, ma proveniva un posto più lontano. Oltre l’angolo.
– Andiamo. Prima vediamo che cosa nasconde, poi fermiamo lui. Non sospetta di noi, giusto?
Jon negò ogni sospetto muovendo dolcemente il capo da destra a sinistra.
Neil guidò il compagno oltre la miniera, diretto verso l’orto, ma il ragazzo lo fermò prima, facendogli notare una luce provenire da una rientranza tra le rocce.
La notte era ormai calata.
Il cavaliere spostò un cumulo di fronde e notò un varco aperto. All’interno della montagna c’era un tunnel. Sfoderò una spada e un’altra la diede al compagno, invitandolo a seguirlo all’interno, il più silenziosamente possibile.
Jon obbedì senza esitare.
Si addentrarono nel cunicolo, l’odore di morte era così forte che gli occhi della guardia non riuscivano a restare aperti, colmi di lacrime.
Pochi passi nel tunnel, il varco alle loro spalle si chiuse.
Il ragazzo, dietro di lui, sembrava spaventato, ma il cavaliere lo tranquillizzò.
– Andiamo avanti, dobbiamo venirne a capo.
Il passo era titubante, non sembrava più sicuro come all’inizio. La spada stretta in pugno. Era arrivato alla fonte della luce. Davanti a se si aprì un antro scavato nella montagna.
Fece un passo, la luce fioca era a malapena sufficiente per vedere il contenuto, che l’odore nauseabondo aveva abbondantemente preannunciato.
Corpi. Corpi ovunque. Cadaveri di esseri umani smembrati. Li riconosceva. Li conosceva. Tutti i giovani rapiti erano li, senza vita. Senza arti. Senza organi.
Fece appena in tempo a mettere a fuoco le immagini, fino a che un dolore lancinante alla testa non lo fece accasciare su se stesso. Una luce bianca, poi le tenebre.

Sembravano passate ore da quel momento, ore per risvegliarsi. La stanza la ricordava, quell’odore non poteva dimenticarlo. Era li. Gli occhi rossi che ne tormentavano le notti, adesso lo fissavano nell’oscurità, la luce flebile ne rendeva lentamente visibili i contorni, la sagoma era familiare. Era il suo giovane compagno.
– Jon, svelto. Liberami e scappiamo.
Il tempo di dirlo e notò che il ragazzo non portava segni di lotta. Nessuna traccia di una colluttazione, mentre sul suo viso si faceva largo un sorriso inquietante. Un lampo, la comprensione e il dolore per non aver capito prima.
– Jeky non c’entra nulla con tutta questa storia.
Jon Turner scosse il capo.
– Perché? Solo per il gusto di farlo? Ti avevano fatto qualcosa?
Il ragazzo davanti a lui non disse una parola, troppo impegnato ad armeggiare con ago e filo.
– Che diav..
Non fece in tempo a finire, l’uomo dagli occhi rossi aveva infilato un ago nella sua arcata sopraccigliare e stava legando le palpebre per tenerle spalancate.
Il dolore era intenso, non aveva mai provato nulla di simile.
Continuò fino a che non portò a termine la sua opera: non poteva più chiudere gli occhi.
– Eri curioso di capire che cosa succedesse a questi ragazzi, adesso potrai finalmente vederlo con i tuoi occhi e provarlo sulla tua pelle.
Le urla di Neil riecheggiarono nella montagna, mentre Jon Turner si dedicò a lui, ridendo e godendo di ogni momento. Come si era ripromesso di fare.

La notte giusta era finalmente giunta, l’allineamento delle stelle e dei pianeti era ben augurante.
‘Che sia capitato proprio il 31 Ottobre è una simpatica coincidenza. La notte di Halloween, quando il mondo non riconosce la differenza tra il male reale e la loro rappresentazione giullaresca dei miei valori. Avranno una bella sorpresa.’
Pensieri in una notte oscura. Il secchio degli organi presi dalle sue vittime era ancora lì, e accoglieva al suo interno i suoi averi in uno strato di gelatina verde. L’odore era pestilenziale, ma a lui non dispiaceva minimamente.
Il tavolo su cui riposavano le proprie vittime era stato risistemato a mo’ di altare e sulla porzione di terreno su cui poggiava era disegnato con il sangue un pentacolo.
Jon dispose meticolosamente il contenuto del contenitore, seguendo la linea dettata dalle 5 punte del pentacolo, riservando il centro per il cuore di Neil. Terminata la disposizione prese una lama e, dopo aver tagliato un lembo della sua camicia, si inflisse dolcemente una ferita da cui sgorgava parte del suo sangue. Ne accumulò un po’ nella sua mano e lo sparse sull’altare.
La mezzanotte era scoccata, il terreno cominciò a tremare, mentre il mondo, in quella grotta, sembrava si avvicinasse a una conclusione. Fuori dall’antro le nuvole si addensarono e coprirono le luci della luna. I pochi bambini rimasti nel villaggio fissavano il cielo, mentre uno strano fenomeno sembrava privarli della speranza. I genitori nel panico li strattonarono e cercarono di portarli in casa, mentre tutto iniziava a diventare buio e polvere.
La terra che tremava cominciava a squarciarsi, dalla foresta vicino, dove la miniera riposava, le fiamme divampavano violente, avvicinandosi al villaggio.
Il panico s’impadronì rapidamente delle anime degli abitanti. Ogni via di fuga era preclusa.
Era finita.

Il mattino successivo, non c’era più nulla che potesse ricordare al mondo che il villaggio di Climbwood fosse esistito. Nessuno sembrava essersi accorto di nulla, anche se da lontano si sentiva muoversi la grande carovana dei soccorsi.
Il sole stava sorgendo dietro la montagna, mentre una figura si stava allontanando con passo sicuro.
Aveva un cappotto nero e un cappello ampio che lasciava solo intravedere i suoi occhi rossi, il sorriso usciva dal bavero e i capelli scuri fluttuavano nel vento. Jon Turner camminava verso il lago, mentre la sua sagoma scompariva nella nebbia.

Maglioni colorati imbarazzanti, pantaloni ancora a vita alta, bambini con il caschetto e senza riga
Le onde si infrangevano violente sugli scogli, il vento freddo dell’inverno passava tra le fronde,
Mia madre vuole che lo lasci andare coi Guardiani della Notte. Privato di titoli e
Luce. Finalmente, dopo ore di buio e odore di catrame e petrolio. L’aria fredda e

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Francesco C. Inverso

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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