Run away from the darkness: Capitolo 6

Blindspot: Run away from the darkness
Disclaimer:
I personaggi di seguito descritti sono stati ideati
da Martin Gero e fanno parte dello show tv “Blindspot”.

Questa storia non ha scopo di lucro.

Run away from the darkness

“Amami, ma non fermare le mie ali se vorrò volare.
Non chiudermi in una gabbia per paura di perdermi.
Amami con l’umile certezza del tuo Amore ed io non andrò più via
e se sarò in un cielo lontano ritroverò la strada del tuo pensiero.
Se sarai con me ti insegnerò a volare e tu mi insegnerai a restare.”
Preghiera Indiana

Capitolo 6

Non appena scese dall’aereo, un senso di agitazione iniziò a tormentarla contorcendole lo stomaco. Il suo respiro accelerò gradualmente mentre si avvicinava all’uscita dell’aeroporto, e Patterson notò immediatamente quel cambiamento.
Si avvicinò all’amica e le passò una mano sulla schiena, accarezzandola, come per imprimerle un po’ di coraggio. – Andrà tutto bene. Vedrai! – Poi, le sorrise: sapeva perfettamente quando fosse duro lo sforzo che Jane stava facendo. Tornare in quel luogo non doveva essere per niente semplice per lei, soprattutto dopo la morte di Ian e il modo in cui lei e Weller si erano detti addio. Ma la bionda sapeva perfettamente che Kurt si era pentito di come si era comportato e desiderava intensamente poter finalmente riappacificarsi.
– Forse. – mormorò la brunetta mentre si guardava attorno, riconoscendo quei paesaggi che si era abituata a vedere dopo il suo risveglio a Time Square.
Dal momento che non faceva più parte dal NYO, Jane decise di recarsi in ospedale per capire come stavano Sarah e Sawyer e dar tempo a Patterson di raggiungere il suo laboratorio, aggiornarsi su quanto accaduto e cercare di mettersi al lavoro senza dover badare a lei, che sarebbe certamente apparsa come un pesce fuor d’acqua dopo tutti quei mesi di assenza dal campo.
Dunque presero due taxi e rimasero d’accordo sul sentirsi più tardi per capire come organizzare la serata. Consapevole che ci fosse un’altissima possibilità di trovare Weller all’ospedale, si morse il labbro. Per l’intero tragitto non pensò ad altro che alla sensazione strana che l’assillava dalla sera precedente, come se ci fosse qualcosa che le soffiasse ghiaccio sul collo, una sensazione spiacevole che le imponeva di restare in guarda da tutto ciò che la circondava. Corrugò la fronte, mentre il taxi sfrecciava fra il traffico della città per fermarsi, infine, dinanzi all’ospedale.
Pagò l’autista, recuperò il suo bagaglio e si recò all’interno dell’edificio. Appena entrata nell’atrio dell’ospedale, si fermò alla reception per chiedere informazioni. – Buongiorno, sto cercando Sarah e Sawyer Weller. Sono stati ricoverati ieri notte…
L’infermiera, una donnona dalle guance rosse e i capelli grigi, distolse lo sguardo concentrato dal pc e scrutò Jane da sopra gli occhialetti tondi, notando certamente il vistoso tatuaggio sul suo collo. – Lei è una parente della signora Weller?
Scosse il capo, tentennando. – Una…amica.
– Non potrei farla entrare, ma c’è qui il fratello della signora… se per lui non ci sono problemi, io non ho certo obiezioni. – il cuore le saltò nel petto e iniziò a battere più di quanto dovesse, minacciando di romperle le costole, mentre la donna si alzava in piedi e indicava il corridoio alla sua destra. – Infondo a destra. Lo trova in sala d’attesa. – poi, le sorrise e si risedette, immergendosi nuovamente nel suo lavoro al pc.
Jane rimase un istante immobile prima di prendere coraggio e muovere i primi passi per raggiungere la sala d’attesa. Provava una sensazione strana, come se si sentisse ancora una volta fuori luogo, inutile e totalmente causa di quanto stava accadendo. Non sapeva bene cosa dire a Kurt, non si era preparata alcun monologo o un inizio di conversazione ma, nel profondo, sperava di poterlo incontrare al di fuori del NYO. Forse perché avrebbe avuto una via di fuga più facile e meno complicata, lontana da sguardi indiscreti e curiosi che non aspettavano altro di vedere al conclusione di quella storia.
Con un respiro profondo, fatto a pieni polmoni, svoltò l’angolo e scrutò davanti a sé.
Tutto era immerso nella luce, nel silenzio e avvolto dall’inconfondibile odore di disinfettante. Si concentrò su qualsiasi cosa trovasse per evitare di incorarlo con gli occhi ma, infine, lo vide in piedi dinanzi alla porta. Era voltato di schiena, ma Jane lo riconobbe subito: il cappotto nero, corto, che accentuava il suo fisico e una mano che passava veloce sulla testa, quasi con nervosismo. Lo avrebbe riconosciuto fra mille. Come se il suo cuore non riuscisse a dimenticare le sfaccettature dei suoi movimenti.
Avrebbe voluto avvicinarsi di più o, magari, dire qualcosa ma, proprio in quel momento, seduta nella sala con lui, vide una donna dai capelli castano chiaro, lunghi e il suo cuore mancò un battito. La riconobbe, come poteva non farlo. Bloccandosi di soppiatto, sentì la voglia irrefrenabile di girarsi e scappare via, ma la donna si  accorgerse di lei prima che riuscisse a riprendere a respirare: – Jane!
Vide Allison Knight alzarsi in piedi e sorriderle, mentre lei sentiva lo stomaco contrarsi.
In quell’istante, come attirato da quel nome, anche Kurt si voltò di scatto. Aveva il volto stupefatto, la fronte corrugata a quella inaspettata presenza. Erano passati troppi mesi da quando i loro sguardi si erano incontrati in quel modo, perdendosi nel silenzio.
Si osservarono senza dire niente, come se tutte le parole, tutti i pensieri e le loro intenzioni fossero state cancellate al tocco dei loro sguardi. Erano avvolti unicamente da emozioni contrastanti che si spintonavano senza sosta per emergere.
Kurt si specchiò nei suoi occhi verdi, più stanchi e infossati di quanto ricordava.
E Jane si perse in quelli azzurri di lui, grandi e intensi come il cristallo.
Si guardarono e tutto quello che era accaduto sei mesi prima parve essersi spento, lasciando spazio alla voglia incessante di sfiorarsi, stringersi. Ma nessuno dei due si mosse: non potevano farlo, ognuno per un motivo diverso.
Kurt credeva che lei fosse arrabbiata per come l’aveva trattata e Jane credeva che lui stesse ancora assieme ad Allie, data la sua presenza in quella sala d’attesa. E ciò la fece sentire talmente sconfortata da farle pensare che fosse stato solamente un enorme sbaglio tornare a New York.
– Bentornata. – Disse infine lui, scrutando il suo viso pallido e i suoi capelli molto più lunghi, mossi, che le si posavano sulle spalle, nascondendo quasi il tatuaggio sul collo.
Lei lo fissò negli occhi, sostenendo a fatica il suo sguardo. – Non sono tornata. – Disse freddamente, lanciando uno sguardo alla donna, quasi volesse farle capire che non era lì per rovinare la loro relazione.
Allie, dal canto suo, sospirò emettendo un piccolo risolo a fior di labbra. Non sapeva bene come comportarsi, ma sapeva di essere parzialmente causa di quella situazione sciocca e dannosa che stava separando i due ex colleghi. Ricordava lo sfogo di Kurt la notte precedente, venuto a bussare alla sua porta in piena notte, quindi era più che certa di cosa stesse elaborando la sua testa da scapolo, perdutamente innamorato di una donna che lui stesso aveva allontanato. A malincuore, non era in grado di decifrare altrettanto bene i pensieri di Jane, nonostante avrebbe tanto voluto saperlo fare. Era certa, però, che tutto quello che stava accadendo la stesse facendo soffrire. Vederla assieme a Kurt, in quel momento, non la stava di sicuro aiutando. Allie avrebbe voluto dirle apertamente che stava fraintendendo ogni cosa e che Kurt la stava aspettando, ma non poteva farlo, non ne aveva il diritto. Poté muovere solo un piccolo ed innocuo passo: – Bene, credo sia arrivato il momento di andarmene.
Jane girò lo sguardo, fermandola. – Sono venuta solo per vedere come stanno Sarah e Sawyer, non c’è bisogno tu te ne vada. Non sono qui per creare problemi, credimi Allie. – mormorò fievolmente, fra un misto di ansia e dolcezza nei riguardi della donna. Nonostante il pensiero che le frullava per la mente, non poteva di certo odiare o voler male a Allie. Meritava tutto il bene.
Kurt si irrigidì, raggelato dinanzi all’equivoco.
Allie, invece, rimase tranquilla. Si avvicinò piano a Jane e poggiò una mano sul braccio – Guarda che hai proprio frainteso. – Le fece un piccolo sorriso.
Detto ciò, salutò Kurt chiedendogli di aggiornarla sulla salute di Sarah e Sawyer appena si fosse saputo qualcosa e se ne andò. Jane rimase a fissarla finché non scomparve nel corridoio, lasciandola da sola con il Vice Direttore del NYO.
Impiegò qualche istante prima di poggiare il borsone a terra e sedersi su una delle sedie verdi della sala d’attesa. Poi, dopo un respiro a pieni polmoni, spezzò il silenzio venutosi a creare. – Come stanno? Ci sono novità? – Chiese mentre lui le si sedeva accanto, facendo attenzione a non toccarla, ma cercando un modo per farlo.
– Pare Sawyer abbia solo un grosso ematoma in testa dovuto alla caduta, mentre Sarah un taglio sopra la tempia e una commozione celebrale. Li stanno visitando… – strinse forte i pugni – Il medico è un caro amico, quindi li terranno comunque in osservazione…
Annuì. Successivamente, nonostante non volesse saperlo per paura di ricevere quella risposta che tanto temeva, chiese: – Non eri con loro?
Lui scosse il capo con nervosismo. – No. Ero uscito, avevo bisogno d’aria. – fece un pausa. – Sono stati mesi difficili. E… – si bloccò ancora. – avevo solo bisogno di parlare. – Fissò Jane, quasi volesse implorarla di credergli. – Allie è una buona amica. – Fece peso sull’ultima parola, ma Jane, che dapprima aveva accolto il suo sguardo, lo distolse nuovamente. Così, Kurt chiuse gli occhi con forza e strinse i pugni – Era andato là per parlare, e bere. Lei stava cercando di farmi ragionare, di farmi capire che sono un emerito idiota quando… Quando mi hanno chiamato…è stata colpa mia. – Picchiò un pugno sul ginocchio.
Jane voltò lo sguardo di scatto, fissandolo crucciata.
– Se fossi stato a casa, questo non sarebbe accaduto. Sarei stato lì a proteggerli…
Non seppe cosa dire, forse perché l’immagine di lui a casa di Allison in piena notte la stordiva, nonostante lui la stesse considerando come amica. Si morse il labbro e mormorò un soffocato: – Non è colpa tua. Sarebbe potuto accadere a chiunque…
– Invece lo è. Come tutto quello che è accaduto. Cerco sempre il modo più corretto per rispettare le regole, il modo migliore per rispettare le volontà del FBI o ciò che ci si aspetta da un Vice Direttore del FBI. E cosa sto ottenendo? – Allargò le braccia poi le richiuse. – Niente. Non ho una vita fuori dal lavoro. Sono come un computer che funziona solo quando è acceso poi, quando non serve, viene spento.
– Il pc di Patterson è sempre acceso però… – cercò di alleggerire il discorso in qualche modo. Era consapevole che Kurt si stesse riferendo anche a quanto era accaduto fra di loro, ma non aveva davvero voglia di affrontare l’argomento fuori da una sala d’attesa. In realtà, l’avrebbe voluto più di ogni altra cosa, ma la paura le frenava la voce e il respiro.
Weller sorrise per una frazione di secondo. – È vero… – Ci fu un momento di pausa. In seguito, trovò il coraggio per porre quella domanda che avrebbe voluto porle ogni giorno negli ultimi mesi. – …e tu? Come stai?
Lei trattenne il respiro. – Normale. – Rispose senza guardarlo.
– Il nuovo lavoro? Patterson mi ha detto che ora insegni russo al liceo…
Lo fissò, chiedendosi perché avesse chiesto informazioni su di lei e non avesse mai cercato di contattarla. – Non certo rilassante, ma non si rischia la vita… I ragazzi sono molto bravi e apprendono in fretta. Diciamo che all’inizio è stata dura, ma alla fine sono riuscita ad addomesticarli. L’antirabbica funziona sempre.
Kurt accennò a un sorriso. – La maggior parte dei ragazzi di quella età sono terribili, soprattutto quando si cambia un docente e il nuovo insegnate è molto giovane.
– In realtà, erano le ragazze ad essere arroganti. Ma siamo riuscite a trovare un compromesso.
Non avevo alcun dubbio a riguardo. – le sorrise. – E i colleghi come sono?
Lei lo scrutò con la coda dell’occhio. Si morse il labbro inferiore. – Socievoli.
Ma Jane lo interruppe – Ok, adesso basta, Kurt. Non devi per forza sembrare interessato… – esclamò fredda, stanca di quell’insulso interrogatorio che non avrebbe mai portato a nulla. – Non c’è bisogno di riempire silenzi di domande sulla mia dannata vita! Se avessi voluto davvero sapere come stavo, avresti preso il telefono. Il mio numero è ancora nella tua rubrica. E se così non fosse, Patterson e Zapata avrebbero potuto dartelo.
– Jane…
– Jane che cosa, Kurt? Credevi davvero che sarebbe stato facile per me parlare del più e del meno dopo come ci siamo salutati? Dopo come mi hai trattata? Dopo avermi fatta sentire uno schifo?
Lui non disse nulla e strinse solo i pugni, con forza.
Jane si morse il labbro inferiore. – Non puoi pretendere che tutto sia come prima, che io stia bene e che tutto… – deglutì. – Sono passati sei mesi, sei mesi senza vederti, sentirti o aver alcuna notizia da te! E ora, arrivo qui e mi parli come se tutto fosse tornato normale? – Distolse lo sguardo per timore che le vedesse gli occhi licidi. Non si aspettava di reagire in quel modo.
– Non puoi nemmeno immaginare quanto volte avrei voluto prendere il telefono e chiamarti… Anche ieri notte…
– Ma non l’hai mai fatto! – guardò fissò Kurt. Gli occhi lucidi. La mascella serrata. I muscoli contratti. – Hai preferito andare da Allie.
Proprio nell’istante in cui lui stava per replicare, una infermiera dal camice celeste si parò davanti a loro. – Signori Weller?
– Lui è il signor Weller. – si affrettò a correggere Jane, raccogliendo le sue cose. – Vi lascio parlare…
– Resta. – replicò lui, afferrandole il polso.
– Non abbiamo altro da dirci.
– Per favore.
Rimase un istante immobile poi, inumidendosi le labbra sospirando, annuì.
– Signor Weller, sua sorella sta riposando, è un molto confusa a causa del forte trauma cranico. Il medico verrà a darle tutte le spiegazione non appena avrà terminato il giro visite. – fissò l’orologio da polso. – Più o meno fra un ora e mezza. Purtroppo abbiamo avuto parecchi traumi nell’arco delle ultime ore.
– Non c’è alcun problema. E mio nipote? Come sta Sawyer?
– Lui sta bene. Lo stanno trasferendo in questo momento in pediatria. – Poi, rivolgendosi a Jane, forse perché la presenza di una donna era necessaria per capire le necessità del momento. – Vi consiglierei di andare a casa e prendere un cambio per il piccolo e qualcuno per la madre. E’ altamente probabile che resterà in osservazione per qualche giorno.
Jane annuì, mentre Kurt si passava la mano fra i capelli mentre con l’altra continuava a tenere il polso della donna. – Andiamo subito a prendere qualcosa per Sawyer, così torneremo in tempo per parlare col medico. – Girò lo sguardo verso Kurt e restò in silenzio.

 

 

 

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Adoro leggere, collezionare libri e ordinarli per genere nella mia libreria stracolma di intrighi e storia. Ho una relazione complicata con le serie tv e con i finali di stagione, soprattutto se finiscono con uno dei miei personaggi preferiti morti o, peggio, fra la vita e la morte. Cosa che mi rende particolarmente nervosa per i giorni successivi. Ma l'amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

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Ma l’amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

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