Run away from the darkness: Capitolo 4

Blindspot: Run away from the darkness
Disclaimer:
I personaggi di seguito descritti sono stati ideati
da Martin Gero e fanno parte dello show tv “Blindspot”.

Questa storia non ha scopo di lucro.

Run away from the darkness

“Amami, ma non fermare le mie ali se vorrò volare.
Non chiudermi in una gabbia per paura di perdermi.
Amami con l’umile certezza del tuo Amore ed io non andrò più via
e se sarò in un cielo lontano ritroverò la strada del tuo pensiero.
Se sarai con me ti insegnerò a volare e tu mi insegnerai a restare.”
Preghiera Indiana

Capitolo 4

Come ogni notte, si svegliò di soprassalto con il ricordo di suo fratello che pulsava nella mente. Si sedette nel bel mezzo dell’oscurità, respirando affannosamente e con piccole goccioline di sudore che le imperlavano la fronte. Lanciò uno sguardo verso la finestra della camera: aveva smesso di nevicare e soffusi raggi di luna filtravano fra le tende tirate.
La sveglia sul comodino segnava quasi le quattro del mattino e lei sapeva perfettamente che non sarebbe più stata in grado di riprendere sonno. Era quasi un anno che non riusciva a dormire più di qualche ora per notte. Era stanca, spossata, ma non riusciva a trovare quella normale stabilità mentale che le permettesse di trovar pace, come se ci fosse qualcosa che ancora la teneva attaccata al passato.
Scese dal letto, indossando una felpa. Poi, lentamente, si diresse al piano inferiore facendo attenzione a non svegliare Patterson che dormiva nella camera attigua. Andò in cucina e accese la stufa per cercare di riscaldare un po’ la stanza, in seguito si preparò un caffè caldo e si lasciò avvolgere da quell’aroma arabico.
Sospirò, chiudendo con forza gli occhi nel tentativo di scacciare quei ricordi che continuavano a logorarla. Roman ricoperto di sangue che le urlava di scappare. Le grida di quella che una volta era sua madre. Le sue stesse grida. Zapata che la strappava dalle braccia del fratello. E Kurt, che la stringeva a sé, impedendole di tornare indietro. Un groviglio di pensieri senza redini che la stavano facendo impazzire, riducendo le sue ore di sonno in veri e interminabili incubi. Un senso di nausea le assalì la gola, costringendola a respirare a bocca aperta.

Desiderava ardentemente ritornare indietro, ritornare in quella casa dove aveva abbandonato suo fratello. Desiderava immensamente riabbracciare Shepherd, quella dei suoi frammentati ricordi, quella madre affettuosa che li aveva salvati dall’inferno, tanti anni prima. Desiderava intensamente rivedere Kurt, un desiderio talmente forte da toglierle il fiato e annebbiarle la mente. Ma sapeva che non poteva fare nulla di tutto questo, sapeva che ritornare indietro era impossibile. Sapeva che, ormai, era troppo tardi per tutto. Per salvare Roman. Per riabbracciare sua madre. Per rivedere Kurt.
Chiuse forte gli occhi in un turbinio di emozioni talmente dolorose da farle sanguinare il cuore, li strinse intensamente, forse perché credeva che con la forza avrebbe potuto sconfiggerli. Ma si sbagliava. Quando li riaprì, tutto era rimasto come prima e il dolore che percepiva pulsava sempre nelle sue vene. Afferrò il cellulare che era poggiato sul tavolo, accese lo schermo e cercò un numero di telefono dell’unica persona che avrebbe potuto aiutarla o che, almeno, avrebbe potuto riportarla sulla terra.

 

 

SIX MONTHS BEFORE

 

 – Quindi, adesso, dobbiamo chiamarti Remi? Alice? Come? – la voce di Zapata arrivò fredda e infastidita all’orecchio di Jane. – Magari preferiresti un nome nuovo.
Immobile nell’unico lato del tavolo in cui non c’era nessuno, spostò leggermente lo sguardo verso di lei. Avrebbe voluto chiederle di smetterla, quasi implorarla di cancellare per un solo istante quello sguardo malevolo dal suo volto. Sapeva perfettamente che Tasha provava un risentimento tale nei suoi confronti da arrivare forse ad odiarla, ma avrebbero dovuto lavorare assieme e la cosa migliore sarebbe stata trovare un compromesso che andasse bene ad entrambe. – ‘Jane’ andrà benissimo. – rispose tornando a fissare il tavolo davanti a sé. Una volta si sentiva a casa nel laboratorio di Patterson, ma in quel momento, riusciva sentire solo l’astio che tutti provavano nei suoi confronti. Un astio talmente spesso da riuscire a colpirla in pieno petto e farla vacillare. Come se attorno a loro ci fosse un campo elettromagnetico che la spingeva via.
Nas, che aveva assistito alla scena, puntò gli occhi sulla brunetta, i capelli le sfioravano le spalle. I lividi sul suo volto erano ancora vividi e violacei e il suo sguardo ancora vitreo, come se non riuscisse a trovare una stabilità emotiva e mentale tale da permetterle di sopportare ulteriori torture psicologiche. – Jane. – disse ad un tratto con la sua cadenza leggera e calma. Tutti, compresa Zapata, si voltarono verso l’agente speciale della NSA. – Ho bisogno di te. Seguimi.
Sentitasi probabilmente donare una via di fuga, Jane annuì senza replicare e, passando davanti a Patterson, che le regalò un piccolo sorriso, si diresse verso Kamal. In seguito, uscirono assieme dal laboratorio.

 

PRESENT TIME


Fu dopo quel ricordo che decise di farlo, che decise di premere quel maledetto pulsante e chiamare quella donna che le era rimasta ancora accanto.
Nas chiamava Jane quasi tutte le settimane. Non sapeva se lo facesse perché la Zero Divisione le aveva dato ordine di tenerla d’occhio o se Nas Kamal lo facesse solo per un normale piacere personale, era difficile da dire, ma stava di fatto che sentire la sua voce rendeva Jane un po’ più serena.
Raramente, però, era lei a prendere l’iniziativa e a chiamarla, era capitato solamente una volta, quando proprio non ce la faceva più a sostenere il silenzio di una casa nuova e lontana dalle uniche cose che la legavano alla vita. Allora aveva desistito e aveva preso coraggio per comporre il suo numero. Almeno aveva servito per calmarla.
Aveva un buon ricordo di Nas. Oltre a Patterson, era stata lei ad aiutarla a confrontarsi con il passato, forse al principio sotto costrizione, rilegata in una macchina della verità o quasi sotto minaccia per tenerla legata alla NSA, tuttavia, pian piano, era riuscita ad arrivare a lei senza forzarla. Nas, probabilmente, aveva bisogno che Jane si sentisse al sicuro e non rifiutata come un male incurabile. Alla fine di tutto, a dispetto di ciò che avrebbe sempre pensato Jane, Nas non aveva cancellato quel legame strano che avevano creato, bensì aveva continuato a tenerlo vivo e a dimostrarsi sempre presente e pronta a sostenerla.
E proprio quella sera, a dispetto di qualsiasi suo pensiero, aveva disperatamente bisogno di lei, di sentire la calma incessante della sua voce che riusciva a restituirle un barlume di serenità, quella serenità che avrebbe desiderato più di ogni altra cosa al mondo.
Sapeva perfettamente che l’orario non era dei migliori, ma era convinta che Nas non l’avrebbe rimproverata e nemmeno chiuso il telefono in faccia. E così fu. Ascoltò il suono del telefono riempirle l’orecchio e farle tremare il sangue, ma quando sentì la voce della donna, tutto si calmò. – Jane…?
– Scusami. È notte fonda…
– Non preoccuparti. – disse serenamente schiarendosi la voce – Hai ancora quegli incubi?
La brunetta abbassò lo sguardo mentre affondava le unghie nella pelle del braccio, un vizio che la perseguitava da diversi mesi. Mugugnò, per asserire, ma Nas non aveva bisogno di conferme.
– Jane, avresti davvero bisogno di parlarne con qualcuno, di svagarti, riprendere a mangiare regolarmente e, soprattutto, dormire in modo umano, senza il terrore costante di chiudere gli occhi e vedere il corpo di tuo fratello davanti agli occhi. Roman non vorrebbe tutto questo, lo sai…
Si morse il labbro. Suo fratello. Cosa voleva suo fratello? Non lo sapeva realmente, non lo ricordava e questo la rendeva ancora più nervosa e scoraggiata. – Non so cosa volesse Roman… però… non so come spiegarlo e non so nemmeno il perché, ma mi manca…
– Sai meglio di me che non è vero. Gli incubi che ti porti dietro sarebbero un fardello per chiunque, la maggior parte della gente sarebbe già impazzita. E tu non sei immune. Sei forte, sei addestrata a tutto, ma prima o poi si soccombe. Il corpo cede, la mente magari non subito, però arrivi ad un punto tale di saturazione che per forza ti porta a un crollo. – Fece una piccola pausa nella quale sussurrò piano: – Ascolta, perché al posto che chiamare me, non hai chiamato Weller?

– L’ultima volta che ci siamo parlati, mi ha ricordato quanto male ho fatto a lui e alla sua famiglia, con le mie bugie e le mie menzogne. – ricordò quel momento come una pugnalata allo stomaco.
– Sai perfettamente che in quel momento era fuori di sé e quando è così arrabbiato, parla senza capire cosa dice. Gli manchi, Jane… e a te manca lui. Sono passati sei mesi. Chiamalo.
Trattenne il fiato per ricacciar giù il nodo in gola. – Non credo sia il caso.
– Non hai bisogno dell’ennesima nuova vita, hai bisogno di aggiustare i cocci rotti di quella vecchia. Quella a New York, quella con il tuo team. Scappare verso qualcosa che non conosci non ti aiuterà a star meglio. Forse all’inizio, ma poi? Poi tornerai a sentirti come in questo istante: fragile, debole e sola.
Chiuse gli occhi. – Vorrei tornare indietro. Vorrei salvarlo. Perché forse, così, avrei salvato anche me stessa.
– Non si può tornare indietro. Però puoi provare a guardare ciò che hai con luce diversa. Magari cercando di riallacciare contatti rotti e crearne di nuovi.
– Ci penserò. – mormorò. Forse avrebbe dovuto ascoltarla e provare a ritornare alla sua vita, però in quel momento era troppo difficile. Quando la salutò, un senso di nostalgia l’avvolse. Chiudere quella telefonata significava ripiombare nel silenzio più buio e oscuro. E lei iniziava ad avere davvero paura.

 

 

SIX MONTHS BEFORE

 

 – Cosa vuoi che faccia?
Nas guardò Jane dopo aver chiuso la porta dell’ufficio di Weller, sospirò e si avvicinò al tavolo – Siedi. – le disse indicandole il posto libero di fronte a lei.
Jane non disse nulla ed obbedì al comando. Poi, sguardo stanco e lontano, riprese ad osservare l’agente del NSA. – Quindi?
– Volevo solo darti un attimo di tregua, Jane. – poggiò le mani sul tavolo, congiungendole – Solo questo.
– Perché lo avresti fatto?
– Ascolta… – si spostò una ciocca di capelli dietro l’orecchio – …sono d’accordo sul fatto che tu abbia commesso degli errori, grandi errori. – la vide abbassare lo sguardo. – Però l’hai fatto per proteggere la tua squadra e hai confessato ogni cosa. Forse può non essere compreso da loro al momento, però io credo in questo: credo che alla squadra serva tempo, tempo per comprendere e accettare, come serve tempo a te per guarire.
Jane scosse il capo. – Guarire da cosa?
– Dai tuoi errori. Da questi errori che ti tormentano e ogni giorno si scavano sempre di più. Quello che cerco di dirti è che ciò che stai facendo è estremamente pericoloso. Un piccolo errore e Sandstorm non esiterà ad ucciderti a sangue freddo. Vorrei che tu riuscissi a riposare più di quel che fai, che evadessi almeno un po’ da questa routine di indifferenza che ti circonda dal tuo ritorno.
Jane rimase immobile, quasi incredula di fronte a quelle parole. Sentì, ad un tratto, le lacrime pungerle gli occhi e un nodo in gola talmente grosso da farle male. Trattenne il respiro mentre gli occhi le si arrossavano – E cosa… – deglutì trovando il modo di non far sentire spezzata la sua voce – in che modo dovrei farlo?
– Jane, – allungò la mano e la poggiò su quella dalla ragazza percependo un flebile sussulto, come se avesse paura di essere sfiorata. Non le parve strana quella reazione, tre mesi di torture avrebbero distrutto anche il soldato più forte. – in qualsiasi modo tu voglia. Anche guardando la televisione, leggendo… più rimani sotto questa pressione, più sarà semplice commettere errori. Ti farò riassegnare una safe house vicino al mio alloggio e al FBI, di modo tu possa provare a rilassarti. Ovviamente avrai…
– Agenti di sorveglianza. – terminò lei.
Nas annuì. – Esatto. Ma solamente per far sembrare tutto come prima che la CIA ti catturasse.
Jane non si mosse. – Sarò ancora più in gabbia di come sono adesso, ma non credo faccia differenza. Né per me, né per voi.
– Porta pazienza, Jane. Dai tempo al tempo, vedrai che tutto si risolverà. Le ferite guariranno e quello che è successo passerà in secondo piano. So è difficile e puoi non credermi, ma puoi fidarti di me.


 

PRESENT TIME


Le lancette dell’orologio toccavano quasi le cinque e mezza del mattino. Era passata più di un ora, un ora intensa, immersa in pensieri talmente aggrovigliati da non riuscire più a trovare il bandolo della matassa. La verità era che quelle notti insonni le stavano lentamente togliendo le forze, avvolgendola con un ombra oscura nella quale continuava a sentirsi sempre più inghiottita. Quando si riprese da tutto quel torpore, il caffè era finito, restava solamente il fondo nero della moka. Strinse la tazza ancora tiepida fra le mani. Parlare con Nas l’aveva risvegliata da quella notte tormentata, ma una sensazione strana continuava a renderla irrequieta.
Fu solo dopo qualche minuto, mentre aveva deciso di mettersi ai fornelli per cucinare qualcosa, che sentì Patterson precipitarsi giù dalle scale, avvolta dal suo pigiama – Jane! Jane! – biascicava, ancora con gli occhi e la voce sporchi di sonno. – Devo… io… ha chiamato… noi…
– Calmati! Cos’è successo? – la brunetta cercò di calmare l’amica, accarezzandole le spalle.

Lei si stropicciò gli occhi e guardò l’amica – Ti prego, torna a New York con me.
Jane corrugò la fronte, perplessa e quasi stupefatta dal modo in cui Patterson l’aveva pregata. – Io non…
– Ti prego, Jane! Weller ha bisogno di te!

 

<- Capitolo 3
Capitolo 5 ->

Ringrazio di cuore e vi ricordo di seguire le pagine facebook
Blindspot Fanpage Italia e Attraverso lo specchio-Blog.
e il gruppo facebook Blindspot – ITALIA.
Disclaimer: I personaggi di seguito descritti sono stati ideati da Martin Gero e fanno parte
Disclaimer: I personaggi di seguito descritti sono stati ideati da Martin Gero e fanno parte
Disclaimer: I personaggi di seguito descritti sono stati ideati da Martin Gero e fanno parte

The following two tabs change content below.
Adoro leggere, collezionare libri e ordinarli per genere nella mia libreria stracolma di intrighi e storia. Ho una relazione complicata con le serie tv e con i finali di stagione, soprattutto se finiscono con uno dei miei personaggi preferiti morti o, peggio, fra la vita e la morte. Cosa che mi rende particolarmente nervosa per i giorni successivi. Ma l'amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

Ultimi post di Lara Gussoni (vedi tutti)

Informazioni su Lara Gussoni 58 Articoli
Adoro leggere, collezionare libri e ordinarli per genere nella mia libreria stracolma di intrighi e storia. Ho una relazione complicata con le serie tv e con i finali di stagione, soprattutto se finiscono con uno dei miei personaggi preferiti morti o, peggio, fra la vita e la morte. Cosa che mi rende particolarmente nervosa per i giorni successivi. Ma l'amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


error: Content is protected by copywright !!