Presto

PRESTO

 

Mi affacciai all’unica piccola e angusta finestra che illuminava il nostro alloggio. Più che alloggio, in realtà, era una minuscola camera da stanza che condividevo con mamma, papà e altre quattro persone che non avevo mai visto prima di quel momento.

Mi sentivo sperduta e completamente disorientata. Tutto era accaduto nel giro di poche ore, tutto era cambiato nel tempo di un respiro e dal dolce tepore della nostra casa in periferia eravamo piombati in un gelido ghetto, sporco e sovraffollato, circondato da una spessa nube di terrore salmastro. Mi sentivo come se avessi messo i piedi scalzi in una pozza di melma.

L’unica cosa che riusciva a distrarmi, oltre alle fiabe dalle buonanotte della mamma, era il cielo. Quel cielo terso che sovrastava la mia testa, come se volesse allungare una mano, accarezzare i miei boccoli e sussurrarmi: ‘Andrà tutto bene, Anne. Andrà tutto bene.’

Era una dolcezza che consolava, ribaltando il buio in una luce soffusa, che riusciva a farsi spazio fra le tenebre spesse.

Mi inginocchiai sulla sedia, l’unica in tutta la stanza e ammirai quel cielo bianco e infinito, notando alcuni piccoli e lievi confetti di neve volteggiare nell’aria gelida.

Se la signora Esther mi avesse visto, sicuramente mi avrebbe detto: ‘Tesoro, sul tuo viso è disegnata la meraviglia.’, ma la signora Esther era uscita ore prima e non aveva ancora fatto ritorno al ghetto.

Aprii la finestra, nonostante il freddo che imperversava quell’inverno a Praga, e allungai la mano nel tentativo di prendere uno di quei fiocchi: non avevo mai visto una neve tanto cupa.

Un confetto si posò pesante sul palmo della mia mano e, con dall’eccitazione di bambina, attesi impaziente che si sciogliesse. Ma anche col passare dei secondi, con tutto il mio stupore, il fiocco di neve non diede cenno di volersi scioglieva. Quel fiocco, grigio e nerastro, quasi sporco, era rimasto accovacciato sul palmo della mia mano. Inerme. Come un uomo destinato a un tragico destino.

Mi parve così strano, così innaturalmente strano, che mi sembrò di vedere la cenere di quella che un tempo era legna che ardeva scoppiettante nel camino.

Iniziava a far troppo freddo e rischiavamo di non riuscire a riscaldare la camera per la notte.

La richiusi e lentamente, cullando il fiocco di neve che tenevo sulla mano, mi sedetti sul letto cigolante, dove tutti dormivamo stretti in una vecchia trapunta marrone.

Fu in quell’istante che guardai mia mamma rifocillare la vecchia stufa con altro carbone. Poi sfiorai con lo sguardo papà che sedeva su una sedia, leggendo un libro ammuffito, forse trovato nella stanza al nostro arrivo.

Era inverno, il sole non riusciva più a scaldare le strade, quindi il gelo aveva iniziato a stendersi su di esse come un mantello. Avrei voluto tornare alla nostra vecchia casa e raccogliere la neve per fare un pupazzo. Mamma mi aveva raccontato che la nostra vecchia casa avrebbe ospitato bambini meno fortunati, ma io non volli crederci. Perché avrebbero dovuto portarci in un posto maleodorante come quello dov’eramo per dare la possibilità ad altri bambini di star meglio? Noi cos’eravamo? Animali? Non mi resi subito conto che era proprio quella al risposta, mi ci volle poco altro tempo per apprenderlo.

Avrei voluto strappare quella stella cucita sul maglione, scendere in strada, andare a giocare con gli altri bambini, cantare assieme alla mia amica Sarah e mostrarle quel corpicino grigio che tenevo fra le mani, sicuramente nemmeno lei aveva mai visto un fiocco di neve tanto strano. Ma mia madre non voleva che uscissi da sola dalla nostra stanza nemmeno per andare al bagno, sosteneva ci fossero persone cattive pronte a portarmi via e lei aveva paura che non mi avrebbe più rivista.

Tentai di distrarmi in qualunque modo. Persi anche l’attenzione per il piccolo confetto scuro, che cadde sul copriletto sporcandolo di nero, come fosse un pezzo di carboncino. Cercai di immaginare di essere nel prato di casa, per passare il tempo e trovare un modo per fuggire da quella prigione. Ma sfortunatamente, non ottenni alcun risultato. Non ebbi voglia di fare i compiti, né di giocare con le bambole. Mi guardai semplicemente in giro.

Solo qualche tempo dopo, forse mezzora, venni attratta dal rumore di porte che sbattevano e poi piedi che pestavano la neve ghiacciata.

Di scatto, mi alzai incuriosita e corsi verso la finestra. Senza aprirla, mi affacciai poggiando la fronte sul vetro sporco e notai in strada un corteo nero, silenzioso e forse rassegnato camminare lungo la via, assieme a uomini in divisa da SS che brandivano fucili di metallo luccicante.

Il corteo non parlava, camminava a testa china e sguardo spento come se lo spirito si fosse arreso al suo destino. A un tratto, però, riconobbi una bambina spersa fra sconosciuti: era la mia Sarah.

Camminava sola sul ciglio della strada, avvolta nel suo cappottino rosso, picchiettando le sue belle scarpette di vernice nere, che io e la mia famiglia le avevamo regalato per il suo terzo compleanno. Era piccola, la più piccola fra tutti quei giganti neri.

‘Mamma!’ Chiamai in un impeto di allegria vedendo la mia amichetta allontanarsi sempre di più da me ‘Dove va, Sarah?’

Mamma, con passo lento e incerto, quasi tremante, mi si avvicinò, mi prese fra le braccia e mi baciò come faceva sempre: potei sentire la sua guancia bagnata premere con la sua morbidezza contro la mia ‘Vanno in un bel posto, amore mio.’

‘Dove mamma? In Israele?’

La mamma annuì.

‘Davvero?’ meravigliata sgranai gli occhi. Subito, ricordai quando il rabbino, amico di mio padre, veniva a cena da noi, mi faceva sedere sulle sue gambe ed iniziava a raccontarmi le immense storie di Israele, di Sion, di Gerusalemme e io ne rimaneva sempre talmente tanto affascinata da sognarli di notte.

‘Voglio andare anch’io con loro!’ mi voltai verso di lei indicando la folla col dito.

Mamma mi abbracciò forte, poi cercò lo sguardo di papà. Sedeva con un vecchio quotidiano sulle gambe, in silenzio. ‘Presto… Anne, presto andremo anche noi a visitare Israele, ti porteremo in tanti posti meravigliosi. Vedrai i kibbutz, le ampie distese di ulivi, le valli silenziose…E poi vivremo laggiù, in un piccola casa e avremo anche noi un maestoso ulivo in giardino. Avremo persino un piccolo gatto, come hai sempre desiderato… Te lo premetto Anne…’

Sorrisi in quel momento. Mi ero sempre fidata della mamma e solamente tempo dopo, con dolore di chi ha perso anche l’anima, compresi che il suo desiderio per me non si sarebbe mai avverato.

Così, rincuorata e cullata da quella promessa, tornai a guardare la strada e le persone scivolar via come catrame.

Oramai Sarah era lontana e potevo intravedere solo il suo cappotto spiccare fra il nero che la circondava. ‘Che bello mamma. Potremo giocare io e Sarah quando saremo in Israele? Potremo raccogliere i fiori? E seguire le lezioni del rabbino, eh eh?’ ero piena di domande da farle, ero eccitatissima all’idea di raggiungerli e, finalmente, correre libera nei prati verdi sotto il sole caldo.
Mamma annuì silenziosa nascondendo il viso.

Mi voltai ancora verso la finestra: Sarah era scomparsa all’orizzonte, così guardai i fiocchi di neve ceneri cadere ancora dal cielo e, lentamente, precipitare pesanti come corpi inerti sull’asfalto.

 

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Adoro leggere, collezionare libri e ordinarli per genere nella mia libreria stracolma di intrighi e storia. Ho una relazione complicata con le serie tv e con i finali di stagione, soprattutto se finiscono con uno dei miei personaggi preferiti morti o, peggio, fra la vita e la morte. Cosa che mi rende particolarmente nervosa per i giorni successivi. Ma l'amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

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