Memories, Prima Parte

Memories - Lara Gussoni

Divisorio-Lara-PiccoloRacconti

Memories
~Prima Parte~

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“Ci fu un momento nella mia vita in cui tutto divenne grigio, come se il sole non trovasse più le forze per splendere e si fosse arreso all’oscurità, alle tinte cupe della cenere e alle nubi plumbee e cariche di pioggia. Fu il momento in cui qualcosa dentro di me andò in frantumi e in quel frangente mi resi conto che ogni mio sogno, ogni mia speranza stava crollando come un castello di carte colpito dal vento. Poi, nel bel mezzo di una tempesta che continuava a protrarsi e che credevo eterna, arrivasti tu con la tua allegria sbarazzina e la vitalità di un bambino di fronte alle cose nuove della vita. Regalasti nuovi colori alle mie giornate, riempiendole di sfumature dorate e restituendo il celeste incantato al tetto del mio universo. Ti tramutasti in ancora e corda, per afferrarmi la mano, trainarmi verso la tua riva e strapparmi da quelle acque. Mi restituisti la vita, una vita che pensavo di aver smarrito quella notte di luglio, fra le grida incessanti e gli schizzi di sangue che laceravano i muri.”, smise di leggere quel frammento di romanzo e si fermò a guardare quelle parole scritte con così tanto amore e così tanta sofferenza da strappargli il cuore.

Era certo che Anna, la donna con la quale aveva deciso di trascorrere il resto dei sui giorni, avesse riscritto quel pezzo centinaia di volte, nel disperato tentativo di far riaffiorare le fattezze di quei volti lontani, oscurati dall’orrore e dal tempo. Ma lui sapeva che non sarebbe mai stata in grado di ricordare il volto di sua madre, né quello di suo padre e avrebbe solo continuato a vederli giacere al suolo, corpi inerti rovesciati nel loro stesso sangue, privi di vita e senza più anima.

Troppe volte lui stesso aveva incontrato persone che portavano negli occhi il fardello della morte, un peso talmente enorme da offuscare qualsiasi altro ricordo.

Erano passati più di vent’anni da quella notte, una notte che nemmeno lui era in grado di comprendere fino in fondo, ma era consapevole che quel demone insanguinato ritornava a farle visita nei suoi incubi, tormentandola e ferendole l’anima come una bestia feroce in cerca di carne fresca in cui conficcare i denti. A volte la sentiva svegliarsi molto prima dell’alba, ansimando spaventata, e non riprendere più sonno. Lei faceva sempre finta di nulla, quasi non volesse impensierirlo, ma Jason sapeva perfettamente quanto fosse distruttivo il continuare a rivivere quella notte e gli anni trascorsi in un orfanotrofio, con la consapevolezza di non essere voluta da nessuna famiglia a causa del viso e del petto sfregiati da un lunga cicatrice. Un fardello rovente come una lama di coltello che, guardandosi allo specchio, le ricordavano quotidianamente chi fosse.

Jason si alzò dalla scrivania e uscì a passo felpati dallo studio. Non voleva che Anna lo scoprisse spiare fra le sue cose, ma aveva bisogno di sapere che la donna che amava stesse bene e che avesse finalmente trovato un modo per placare i suoi demoni. Aveva fatto notevoli passi avanti da quando l’aveva conosciuta: ora riusciva a guardarsi allo specchio senza distogliere lo sguardo dal solco che le sfregiava il viso.

Si spostò davanti allo specchio per abbottonare la camicia e sistemare la cravatta, pronto per recarsi al Federal Bureau Investigation e dare il via al quotidiano briefing con i colleghi dell’Unità Anti-Crimine che lo avrebbe aggiornato su gli ultimi avvenimenti della notte e sullo sviluppo delle ultime indagini. Amava il suo lavoro di Supervisore Capo, ma odiava condividere il suo spazio e i suoi briefing con il Direttore del FBI, Peter Premingher, uomo scostante, arrogante e al quale non andava mai bene come venivano condotti gli interrogatori e gestite le inchieste, nonostante la consueta efficacia. A volte sosteneva fossero troppo “rudimentali”, altre volte troppo “sofisticate” e, ogni volta, Jason doveva intervenire per evitare rivolte di protesta nella sua squadra.

Affrancato il nodo alla cravatta, afferrò la ventiquattrore e scese al piano di sotto.

Entrando in cucina incontrò Anna, assorta nei suoi pensieri mentre era intenta a preparare i pancake e le uova con bacon per colazione. – Io vado.

Lei, ridestandosi, gli si avvicinò e gli porse un contenitore di plastica trasparente. – Qualche pancake con succo d’acero e del bacon con uova per il post briefing. Sicuramente Premingher ti succhierà il sangue.

Lui le baciò la fronte con dolcezza. – Fantastico! – Le sorrise e afferrò il suo bottino con aria vittoriosa. – Mi darà energia a sufficienza per arrivare all’ora di pranzo senza prenderlo a pugni.

– Vedi di non dare spettacolo. – Anna sorrise, un sorriso sincero ma spento, uno di quelli che ti spezzano il cuore.

Lui fece finta di nulla, la baciò e uscì di casa. Come ogni giorno, salutò il suo bonsai di quercia che padroneggiava sul tavolo in veranda. Poi, si avviò verso il suo SUV.

Per Jason quella giornata di ottobre era apparentemente iniziata come ogni altra, ma dentro di lui sapeva che finalmente era arrivato il momento di fare quel viaggio che si era prefissato ormai da parecchio tempo.

***

Non appena scese dall’aereo e mise piede su terreno sudafricano, Jason si rese conto che l’odio e la discriminazione razziale, che durante l’apartheid avevano messo a ferro e fuoco gli abitanti di colore, non erano stati debellati con la liberazione e l’elezione di Nelson Mandela del 1994. Nonostante l’amnistia e le lotte da parte degli antiapartheid che avevano tentato di dare voce al bisogno di libertà della loro razza, la popolazione di Pretoria era prevalentemente di pelle bianca e solo una minoranza di neri abitava in quei luoghi. Gli irriducibili avevano aiutato il seme dell’odio a restare in vita col passare degli anni e avrebbero continuato la loro battaglia silente finché la morte non li avesse tramutati in polvere.

Jason aveva analizzato molto bene la situazione attuale del Sudafrica. Prima di partire, si era fatto stilare un rapporto dettagliato sia sulla storia della città, sia sulle numerose guerriglie alle quale era stata coinvolta. Nelle report erano inclusi i nomi conosciuti degli attivisti antiapartheid uccisi per mano dei Servizi Segreti Africani e Jason era ben consapevole che fra di essi vi erano i nomi dei Wessel, la famiglia di Anna.

Con impeto, strinse la piccola scatola che teneva nella tasca dei pantaloni. Una scatoletta in velluto blu, tondeggiante, che conteneva il gioiello più prezioso della sua intera esistenza: un anello di diamanti che ardeva di speranza e che ben presto avrebbe avvolto l’animo della donna che amava.

L’aveva portato con sé perché aveva bisogno di tutta la forza possibile per portare a termine quel compito così estremamente delicato e personale. Con esso si sentiva forte e sicuro. Percepiva quasi la necessità di imprimere in quell’anello il sapore di casa, il sapore d’Africa, dell’Africa buona e vera.

Aveva detto ad Anna che sarebbe stato via per un convegno, ma nonostante fosse a fin di bene, Jason si sentiva tremendamente a disagio, quasi intimorito dall’idea che lei potesse pensare che lui la stesse tradendo. In realtà, voleva solamente restituirle il passato, quei frammenti di se stessa che le erano stati strappati e che aveva bisogno di riavere per cancellare le immagini della morte e del sangue. Per questo si era imbarcato per Pretoria, un viaggio al di là del tempo e della verità.

Aveva percorso tanta strada ed elaborato miriadi di pensieri, aveva avuto dubbi e incertezze, ma ce l’aveva fatta: alla fine era giunto a destinazione.

Aveva attraversato in taxi la via delle Jacarande, via principale di Pretoria, e si era fatto lasciare pressappoco alla fine della strada. Quando scese dal taxi e si trovò davanti alla porta di quella casa, le gambe cominciavano a tremargli e tutto il suo coraggio iniziava a vacillare.

Era giunto sino a lì con informazioni dettagliate, grazie all’aiuto del suo team, dunque sapeva che quella casa era abitata dalla famiglia Wendie Malick, attivisti antiapartheid al tempo delle leggi razziali. Lui, Harold Malick era morto l’anno precedente per un aneurisma cerebrale, mentre la moglie, Alija Wendie Malick era mancata diversi anni prima per un incidente stradale. Ma la figlia e la nonna paterna abitavano ancora quella casa.

Era una villetta con un minuscolo giardino e una veranda che dava sulla via delle Jacarande, piccola ma accogliente. Prima di bussare alla porta, Jason si prese un istante per riorganizzare le idee e capire come gestire la conversazione. Sapeva dello stretto rapporto che la famiglia Wendie Malick aveva con i Wessel. I due padri lavoravano per la stessa fabbrica, con l’unica differenza che Every Wessel era responsabile del reparto produttivo, mentre Harold era un semplice operaio. Le due famiglie passavano molto tempo assieme ed era certo che Savannah Wendie Malick avrebbe potuto aiutarlo.

Dopo un attimo speso a trovare un ritmo respiratorio adeguato, salì le scale della veranda e si avvicinò alla porta di legno bianca. Bussò due volte con fermezza e decisione e attese che qualcuno venisse ad aprire.

In pochi secondi, una donna di media altezza, dai capelli castani e dalla carnagione lignea aprì la porta lasciando uscire un profumo di fiori e una piacevole frescura, dovuta certamente all’aria condizionata accesa. Stupita corrugando la fronte, fece una domanda in un dialetto afrikaans.

Jason riconobbe la lingua parlata dalla donna: aveva studiato qualche parola per cultura personale mentre era a casa con la gamba ingessata e passava le sue giornate all’insegna della noia, fra zapping in tv e giochi alla playstation. Ma prima che lui potesse dire qualsiasi cosa, la ragazza si precipitò a ripetere la domanda in un inglese sporco, probabilmente si era resa conto di non aver davanti un uomo del posto. – Buongiorno, posso esserle d’auto?

Jason, guardando la brunetta negli occhi marroni dalle ciglia corte e rade, sorrise compiaciuto .

– Me lo auguro con tutto il cuore. – Poi si presentò, allungando la mano per poter stringere quella dalla donna.

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Memories,
Fine Prima Parte…

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Memories ~Quarta Parte~   Nonostante l’ora tarda, Anna era ancora sveglia. Si era raggomitolata sul
Memories ~Terza Parte~   Da dietro il cancello di ferro battuto, Jason poteva scorgere un
Memories ~Seconda Parte~   Savannah restò in silenzio per un istante. Non si aspettava di

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Adoro leggere, collezionare libri e ordinarli per genere nella mia libreria stracolma di intrighi e storia. Ho una relazione complicata con le serie tv e con i finali di stagione, soprattutto se finiscono con uno dei miei personaggi preferiti morti o, peggio, fra la vita e la morte. Cosa che mi rende particolarmente nervosa per i giorni successivi. Ma l'amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

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Adoro leggere, collezionare libri e ordinarli per genere nella mia libreria stracolma di intrighi e storia.

Ho una relazione complicata con le serie tv e con i finali di stagione, soprattutto se finiscono con uno dei miei personaggi preferiti morti o, peggio, fra la vita e la morte. Cosa che mi rende particolarmente nervosa per i giorni successivi.

Ma l’amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

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