Memories, Terza Parte

Memories - Lara Gussoni

Divisorio-Lara-PiccoloRacconti

Memories
~Terza Parte~

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Da dietro il cancello di ferro battuto, Jason poteva scorgere un giardino incolto, fatto di sterpaglie, rovi ed erba famelica alta quasi un metro che infestava ogni angolo, soffocando ogni forma di vita. Si vedeva chiaramente che quel luogo era disabitato da lungo tempo e completamente lasciato in balia delle stagioni e delle intemperie.

Amara gli aveva raccontato che nessuno voleva mettere piede oltre quel cancello, nessun agenzia immobiliare o impresa edile si era mai offerta per ristrutturare una casa dove erano stati uccisi attivisti antiapartheid e in tutta la città non c’era nessuno disposto ad avvicinarsi. Per la maggior parte della gente si trattava di mera superstizione: la paura irrazionale degli spiriti che cercano senza sosta la pace, rinchiusi con catene eterne fra quelle mura sporche di sangue. Quella era semplicemente diventata la casa dei fantasmi, abbandonata a se stessa e dimenticata.

Jason fece scattare il cancello cigolante e lo aprì con una leggera pressione della mano. Percorse il vialetto facendosi spazio fra i rovi e l’erbaccia e si accinse a salire sin sulla veranda. La balconata, un tempo dal legno bianco, era marcia e pericolante, ricoperta da piante rampicanti che soffocavano l’intonaco, insieme a gran parte della facciata della casa, come se la natura la stesse inghiottendo in un vortice oscuro. Persino il dondolo era stritolato da quell’amante morbosa.

Jason si avvicinò alla porta d’ingresso e la spalancò con facilità, certo che non avrebbe trovato nessun oggetto di valore: lo sciacallaggio era una pratica molto comune a seguito di tragedie come quella.

La porta cigolò sotto le sue mani, facendo rimbombare lo scricchiolio nella sua testa. Appena mise piede sul vecchio parquet usurato dal tempo e macchiato da escrementi di animali, si sentì avvolgere da una sensazione strana: una forza informe proveniente dalla sua testa, gli stava afferrando le mani, trascinandolo lentamente all’interno della casa. Si sentì avvampare, benché non sentisse alcuna paura dentro di sé, ma solo un senso di tranquillità. Fece qualche passo, osservando i mobili ricoperti interamente da strati di polvere e, qua e là, avvolti da quell’edera velenosa che inghiottiva ogni cosa trovasse sul suo cammino.

Era quello il luogo in cui era morti i genitori di Anna. In quel grande salotto dal pavimento coperto da tappeti dalle tinte calde dell’Africa. Non trovò macchie di sangue né a terra, né sui muri ma tutto era stato completamente ricoperto dai decenni di polvere e detriti. I tappeti erano infangati e puzzavano dell’odore acre di urina di animale, intensa e sgradevole che impediva di concentrarsi su qualsiasi altra cosa.

Al centro della stanza ottagonale, privo di vita e schiacciato dai pezzi d’intonaco del soffitto scrostato, c’era un lampadario di piccoli cristalli che giaceva al suolo in milioni di frammenti di vetro, sparsi da ogni parte della stanza. Un lampadario che un tempo, forte del suo splendore, era appeso al centro della casa ed illuminava il grande salotto come un sole nella notte.

In fondo alla stanza, c’era una scalinata in marmo bianco che portava al piano superiore. Senza pensarci troppo, assecondò la sensazione che gli sussurrava di salire quelle scale. Il corridoio era aperto e si affacciava come un openspace verso il salotto. Jason si sporse ad osservare quel che restava del piano inferiore e un senso di desolazione gli schiacciò il petto. Ogni cosa su cui riusciva a posare lo sguardo era distrutta o divorata dalle erbe selvatiche. Persino la sedia a dondolo accanto alla finestra, era incastonata al suolo e legata a doppio filo con fusti di rovi. Non era rimasto nulla di vivo, tutto era intrappolato e incatenato alla morte.

Poggiò la mano sulla ringhiera della balconata percependo sotto il tatto la sabbiolina di terra che si era depositata con il tempo. Strinse forte i palmi e chiuse gli occhi sentendosi inondare dalla rabbia, una rabbia ribollente, come se si sentisse in colpa per non aver potuto far nulla per salvare quella famiglia ed evitare di trasformare quel luogo nella loro tomba. Poi, cercando di calmarsi, lasciò la presa e si voltò verso il luminoso corridoio che dava verso le camere da letto.

Girò in ogni luogo. Scrutò ogni angolo. Vide due bagni abitati da sola terra, qualche ratto e vipera raggomitolata, un salottino completamente vuoto dalle poltrone dai cuscini squartati, e una piccola biblioteca dal pavimento ricoperto da libri sudici e completamente illeggibili, probabilmente a causa dell’umidità. Finché, dopo aver girato con minuzia per l’intero piano, non trovò quello che cercava: una cameretta dagli spenti e sbiaditi toni del rosa, avvolta in una dolce penombra con dei rami di jacaranda che entravano dalla finestra infranta, come se lo stessero invitando ad entrare. La cameretta era completamente ricoperta da sottili fili d’argento, ragnatele imbastite con meticolosa laboriosità che ricoprivano quasi per l’intero la stanza.

Jason si guardò attorno, mentre se una vocina dentro di sé gli stesse sussurrando che quella era stata la stanza che stava cercando: la camera di Becca. Facendosi spazio fra quei fili argentei, fece un passo verso la testata del letto in legno liscio e la accarezzò. Il piccolo letto aveva ancora le lenzuola, ingiallite e macchiate, ma erano ancora lì, come se Becca si fosse alzata in piena notte e il tempo si forse fermato. Accanto al cuscino, stesa sul materasso, una bambola di pezza gli sorrideva col la bocca di spago rossa. L’afferrò, picchiettandola per eliminare un po’ di sporcizia, e sentì che la stoffa e l’ovatta all’interno erano ancora morbidi. Le cuciture del vestito, degli occhi di bottone verde e degli arti erano fatte con cura, a mano, forse dalla madre. I capelli erano composti da due grosse trecce di rocchetto nocciola e scendevano lunghe fino alla gonnellina a fiori colorati.

Jason sorrise, quel tesoro era rimasto intatto per così tanti anni… nessuno aveva pensato di rubarlo, nessuno l’aveva portato via, anche se quella bambola era più preziosa di tutto l’oro contenuto in quella casa…

Tenendo stretta la bambola con la mano destra, riprese a guardarsi attorno in cerca di qualche cosa di importante, qualcosa che potesse riportare un po’ di speranza nel cuore di Anna. In realtà, non c’era molto da poter portare via. Non vi erano cornici sui mobili spogli, ma solo giocattoli logori e tende strappate sparsi qua e là, buttati alla rinfusa. fino a quando, mentre camminava per la cameretta non sentì un asse del pavimento scricchiolare sotto il suo peso.

Corrugò la fronte, un po’ stranito e provò a rimettervi sopra il piede. Nuovamente quel suono, quel cigolio di legno incrinato che risuonava nella stanza. Senza ripetersi, si inginocchiò a terra, poggiò la bambola accanto a sé e iniziò a tastare le perline del pavimento con le mani. Lo fece fino a quando non sentì una delle assi scorrere e solo in quel momento sorrise soddisfatto. Con le dita della mano, cercò di afferrare il margine dell’asse rimasto scoperto e tirando leggermente verso di sé con l’aiuto delle unghie, lo sollevò facendolo strisciare. Con grande stupore, vide sotto l’asse un mondo pieno di colori, tralicci del pavimento colorate di azzurro e turchese, come se qualcuno avesse costruito quel fortino appositamente perché Becca nascondesse i suoi tesori nascosti.

Jason infilò senza indugio la mano nella fessura del pavimento nel tentativo di capire se ci fosse qualcosa, ma dato la perlina era rimasta al suo posto in tutti quegli anni, immaginò che nessuno avesse scoperto quel fortino. Toccò le travi di legno delle fondamenta, fin quando non percepì sotto il suo tatto una superficie liscia e ben levigata. A quel punto, Jason si sporse di più con il braccio e riuscì ad afferrare l’oggetto che aveva sotto le dita. Lentamente lo riportò alla luce, scoprendo di avere tra le mani un cofanetto di legno d’ebano, liscio e impolverato, ma rimasto intatto e in salvo per tutti quegli anni.

Si sedette a terra, appoggiando la schiena al letto e incrociò le gambe, incuriosito da quel tesoro. Sentì la polvere sottile pungergli il naso, pizzicandogli la gola e inumidirgli gli occhi, forse arrossati da quella sporcizia. Li stropicciò e solo in quel momento percepì la gola in fiamme, scoprendo di stare in realtà trattenendo le lacrime. Non se ne era nemmeno reso conto prima, ma l’aver ritrovato quei piccoli frammenti di passato, lo avevano elettrizzato e reso nel contempo felice.

Con mano tremante, aprì il cofanetto e vi afferrò con delicatezza tremante il contenuto. In quel momento, appena i suoi occhi si posarono su quel prezioso bottino, il suo cuore esplose e non riuscì più a trattenere le lacrime.

 

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Memories,
Fine Terza Parte…

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Adoro leggere, collezionare libri e ordinarli per genere nella mia libreria stracolma di intrighi e storia. Ho una relazione complicata con le serie tv e con i finali di stagione, soprattutto se finiscono con uno dei miei personaggi preferiti morti o, peggio, fra la vita e la morte. Cosa che mi rende particolarmente nervosa per i giorni successivi. Ma l'amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

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