Memories, Seconda Parte

Memories - Lara Gussoni

Divisorio-Lara-PiccoloRacconti

Memories
~Seconda Parte~

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Savannah restò in silenzio per un istante. Non si aspettava di certo che qualcuno si presentasse alla sua porta e le facesse domande del periodo nero nel quale era piombata la sua città.

Era rimasta un attimo rinchiusa in se stessa, mentre faceva accomodare Jason in un piccolo salotto posto subito dopo l’ingresso. Gli offrì una tazza di caffè arabo, cercando di racimolare una parvenza di calma, ma era certa che sul suo volto era disegnata una ruga d’ansia. – Quindi lei è uno scrittore… – mormorò incerta, sedendosi sulla poltrona di stoffa rossa. – …e vorrebbe raccontare la storia di quegli anni.

– Esattamente. – mentì Jason con un ampio sorriso sul volto e un taccuino nella mano sinistra. – Mi hanno detto che lei insegna storia alle superiori. Ho pensato potesse essermi di aiuto.

– Non è un argomento che la gente di qui tratta volentieri.

– Non verrà fatto alcun nome. Tutto sarà steso nell’anonimato, se questo è quello che teme. – la rassicurò con un cenno leggero del capo.

Savannah sospirò, passandosi una mano fra i biondi riccioli. – D’accordo. – Fece spallucce. – Lei non mi ha mai vista e io farò finta di non averla mai invitata ad entrare in casa mia, signor Parker.

Jason aprì il taccuino e fece scattare la penna che aveva estratto dal taschino interno della giacca. – Un ottimo piano. – Esclamò, poi chiese: – Come mai è così restia a parlare del passato?

Savannah si guardò furtivamente attorno, controllando che il salottino fosse davvero vuoto e che nessuno li stesse ascoltando. – La mia famiglia, mio padre e mia nonna, erano convinti che la segregazione razziale dovesse avere fine e fosse il vero male della razza nera e delle nostre terre. Erano antiapartheid, ma si muovevano nell’ombra come facevano tanti altri gruppi rivoluzionari. Era pericoloso avere idee diverse da quelle imposte dal Governo sudafricano, si rischiava davvero la vita, non era un gioco. – Fece una pausa nella quale sorseggiò il suo caffè, in seguito riprese: – Durante quegli anni, aiutavano a organizzare azioni di protesta, a fare propaganda e volantinaggio, non comparivano mai pubblicamente e cercavo sempre un modo per evitare che qualcuno li riconoscesse. E credo fosse grazie a questa ragione che sono riusciti a sopravvivere…

– Sopravvivere?

– Sì. – Annuì abbassando lo sguardo. – Mio padre fu picchiato a sangue, aggredito in un vicolo mentre tornava a casa dalla fabbrica e minacciato di morte se non avesse smesso di agire contro il Governo. Nel male, fummo fortunati.

Jason scrisse qualche appunto, più che altro scarabocchi senza un vero senso. Aveva finto di essere uno scrittore di romanzi perché presentarsi come agente del FBI non avrebbe avuto senso, dato si trovava fuori dalla sua giurisdizione. Inoltre, avrebbe certamente spaventato Savannah. La tecnica dello scrittore, invece, funzionava quasi sempre, soprattutto se accompagnato dalla fandonia dell’anonimato. – C’erano tanti persone che collaboravano con la tua famiglia?

Lei annuì. – Ma non erano comunque abbastanza.

– Conosce qualcuno?

– Molti erano vicini di casa o genitori di compagni di scuola. – Abbassò lo sguardo leggermente ed emise una lieve risatina sommessa, come se stesse ripensando a qualcosa del suo passato. – Sa’, i miei genitori e i nostri amici di famiglia erano sempre coinvolti in queste propagande. Erano fermamente convinti che l’uguaglianza fosse l’unica via verso una vita migliore. E così crebbero me e la mia amica con questi ideali utopistici. Purtroppo, però, questi ideali portarono me e Becca ad essere emarginate e schernite dagli altri bambini.

– Becca? – Chiese lui, alzando lo sguardo dal taccuino.

– Becca Wessel, era la figlia dei nostri amici di famiglia. Passava tutti i pomeriggi a casa con me, mentre la nonna badava a noi. Era più piccola di me, ma riuscivamo ugualmente a capirci.

Jason ascoltò quelle parole e la sua testa iniziò a immaginare le fattezze di una piccola Becca, la Anna di un tempo, libera dalla sofferenza e coccolata dall’ingenuità di quegli anni. – Quanti anni avevate? – Le domandò. Era finalmente giunto al punto che voleva.

– Erano gli inizi degli anni ’90, avevo attorno ai 6 o 7 anni. Becca invece ne aveva 5. Me lo ricordo bene perché gli insegnai a scrivere i numeri fino a cinque. – Emise un risolino. – Scriveva quei numeri ovunque… anche sui muri.

Jason sorrise di rimando, mentre scriveva quell’appunto sul taccuino.

– Poi un giorno, scomparve…

Un fremito lo scosse. – Scomparve?.

Savannah si lasciò avvolgere dal silenzio, un silenzio che Jason rispettò, nonostante i minuti interminabili. Fu come se stesse raccogliendo i ricordi, proiettandoli nella mente. Poi, quando quel film in bianco e nero terminò, riprese. – Erano tempi difficili per tutti. Sia per i neri, sia per molti di noi bianchi.

Lui percepì la frase della donna come una giustificazione, quasi stesse cercando di farsi compatire o, forse, perdonare.

– Come le dissi poco fa, mio padre fu picchiato e minacciato di morte, ma sopravvisse. Non credo fosse considerato una parte così importante nel comitato antiapartheid, ma… – Si inumidì le labbra. – I Wessel prendevano spesso parte alle riunioni come membri attivi del gruppo, senza timore che potesse accader loro qualcosa. Temo pensassero che nessuno avrebbe mai potuto far loro del male perché consideravano l’uguaglianza e la pace un diritto inviolabile…Mentre papà… beh lui era una persona un po’ più realista… Questa fu la nostra più grande fortuna.

– Fortuna? – Esclamò una voce arrabbiata alle loro spalle. – Io non la chiamerei “fortuna”, mia cara. Ma pura vigliaccheria!

Jason si voltò guardando verso le scale infondo al salotto. In cima ad esse, in piedi e poggiata ad un bastone traballante, c’era una donna dai capelli grigi, lunghi abbastanza da sdraiarsi sulle sue spalle. Era magra, leggermente incurvata dal peso dell’età e dalla pelle raggrinzita dal passare delle stagioni.

– Nonna! Non dovresti… – Savannah si alzò dalla poltrona andandole incontro.

– Oh, quante stupidaggini stai dicendo, nipote mia. Insulse bugie solo per paura. – Continuò con voce squillante e severa, non badando alla ragazza che cercava di aiutarla a scendere le scale. – La storia va raccontata senza timore, espressa con chiarezza e verità. La verità è ciò che si deve tramandare ai posteri, non certo la versione romanzata di modo che tutti possano ricamarci sopra fandonie incredibili. – Proseguì ferma e decisa, mentre scendeva piano i gradini passando davanti alla nipote.

Jason poggiò il taccuino e si alzò in piedi per poter presentarsi alla donna. – Perdoni l’intrusione, signora.

– Nessun disturbo, figliolo. – Allungò la mano di modo da poter stringere quella dell’ospite – Amara Wendie.

– Jason Parker. – Lui le afferrò con delicatezza la mano e subito percepì la nodosità delle minute articolazioni e la fragilità delle sue ossa, ma anche la morbidezza candida della pelle ambrata.

Dopo essersi seduta, l’anziana si rivolse alla nipote. – Mia cara, avevi un impegno se non sbaglio. Qui posso proseguire io, se per il signore non è un problema. – Disse mentre poggiava il bastone contro il bracciolo della poltrona.

Savannah si riscosse, come se si fosse dimenticata di qualcosa. – Hai ragione, nonna! – Si voltò verso il suo ospite – Mi perdoni, ho delle commissioni da fare, ma mia nonna ha una grande memoria. Sono certa potrà esserle più utile di me.

I due si salutarono, ma Amara non riprese a parlare fino a che la nipote uscì di casa e la sentì accendere il motore della macchina nel vialetto. In seguito, senza troppi preamboli, diede voce ai suoi pensieri: – Immagino lei abbia ben compreso che nessuno perse la vita per pura disgrazia, vero? Tutti, uomini o donne, vecchi o giovani, furono uccisi e massacrati per l’unica colpa di aver protetto i propri simili. – I due sostennero l’uno lo sguardo dell’altro e Jason non ritrovò alcun segno del timore che aveva visto negli occhi della nipote. – La piccola Becca abitava al confine della città, a ridosso del boschi. I suoi genitori furono trovati in una pozza di sangue talmente vasta da aver macchiato metà del tappeto persiano del salotto. Fu spaccato loro il cranio. E non furono certo ladri di passaggio e delinquenti qualsiasi. – Allo stesso modo della nipote, quasi dimostrando che il DNA non mente, si inumidì le labbra. . – Furono trovati qualche giorno dopo la loro morte. Ma di Becca nessuna traccia. Al principio, si pensò che si fosse inoltrata nel bosco a seguito dello shock e si fosse persa. La polizia e alcuni volontari la cercarono per settimane, ma senza risultato. Finché non iniziarono a morire sempre più persone… tutte aventi a che fare con la lotta contro le leggi razziali. E lì, capimmo: il Governo ci sta eliminando uno dopo l’altro. Eravamo elementi scomodi della società e dovevamo essere estirpati sin dalle radici, come ebrei scomodi alla Germania nazista.

– Uccisero anche i bambini?

Amara piegò il capo di lato. – Non ricordo quanti bambini furono uccisi, ma posso dirle che molti scomparvero semplicemente nel nulla.

– Furono venduti.

– Molto probabilmente. Altri venduti oppure rinchiusi in qualche brefotrofio o orfanotrofio dove fecero loro il lavaggio del cervello.

Jason, senza rendersene conto, abbassò il taccuino poggiandolo sul ginocchio. Continuò a sostenere lo sguardo della donna, la quale rimase semplicemente immobile a fissarlo, come se stesse leggendo la mente attraverso i suoi occhi. Riprese solo dopo aver deposto anche la penna. – Becca non fu mai più trovata?

La donna scosse il capo, decisa. – Mai. E nessun famigliare venne mai a cercar giustizia. Ma so per certo che Becca non è morta.

Jason la fissò, non sapendo se essere felice che qualcuno credesse ancora in quella bambina oppure se essere stupito da quella rivelazione. – Come fa a esserne tanto certa?

La donna respirò lentamente, ma profondamente. Uno di quei respiri stanchi e faticosi che solo chi ha vissuto una guerra può comprendere davvero. – Perché la rividi. A Johannesburg, molti anni dopo. Era passato tanto tempo, tanto… ma avrei riconosciuto quegli occhi ovunque, anche dopo secoli e anche fra mille persone. Verde malva, grandi e luminosi come quelli di un cerbiatto.

Sorrise di fronte a quella descrizione. – Riuscì a parlarle?

Amara scosse il capo, socchiudendo gli occhi. –La chiamai, oh se lo feci! Però lei non mi sentì… o forse non volle sentirmi. Il Signore è l’unico che sa cosa quella bambina ha visto e io rappresentavo il passato. Qualsiasi cosa le fosse accaduto, io le avrei riaperto una ferita. Così, non insistetti… ma era lei. Quegli occhi… – Ripeté. – Quegli occhi li avrei riconosciuti fra mille…

– Doveva esserle molto legata.

– Oh, sì. Per me era una nipote… lei e Savannah erano le luci che illuminavano le mie giornate. Siamo riusciti a salvare la nostra Savannah, ma non a proteggere la piccola Becca. Sapevamo che presto il Governo avrebbe mandato qualcuno a sterminare gli oppositori, però come avremmo mai potuto immaginare che anche i bambini sarebbero stati tirati in mezzo a questo inferno? O forse era solo l’ultima speranza di credere ancora nella nostra razza…

Jason rimase in silenzio e si soffermò a osservare le rughe che Amara aveva attorno agli occhi. Sottili, lunghe e che si aprivano a ventaglio. Non c’erano segni di lacrime nei suoi occhi, però era chiaro che si sentisse morire dentro il cuore.

– Mi dica la verità, signor Parker. – Iniziò. – Perché così tanto interessa per Becca? – Fece una pausa per dare il tempo a Jason di digerire quella domanda e cercare una risposta sensata da darle. – Lei non è uno scrittore, non è così?

Per un istante, rimase immobile, avvolto da un senso di malessere generale, come se si sentisse in difetto per essere stato scoperto da una donna di ottant’anni. In realtà, però, non si era nemmeno preoccupato tanto di creare una vera e propria copertura, chiunque avrebbe capito che non era uno scrittore: bastava una semplice ricerca online su “Jason Parker” per capire chi fosse realmente. Così, sorrise compiaciuto, congratulandosi per la bravura di quella donna tanto attenta ai particolari. Ritirò taccuino e penna nella tasca interna della giacca e scosse piano il capo. – No, non lo sono.

– E non è qui nemmeno per arrestarmi o lo avrebbe già fatto.

– Lo escluderei a priori. Non avrei motivo per farlo, signora.

– Allora perché è venuto in Sud Africa, signor Parker? Lei è un americano, un uomo posato e distinto, un uomo d’affari, oserei dire… cosa l’ha spinta a venire in queste terre? Non certo per la loro bellezza. Non mi offenda propinandomi bugie, non mi prenda per stupida.

Abbassò lo sguardo, sorridendo. – Non penso affatto che lei sia stupida, penso sia una donna che sa osservare e comprendere ciò che succede attorno a lei ed è per questo motivo che è sopravvissuta agli anni neri. – Rialzò lo sguardo e incontrò gli occhi ebano dell’anziana. – Non sono un uomo d’affari. Sono il Supervisore capo di un team del FBI. Non ho voluto creare paure inutili, non sono qui per lavoro, ma per qualcosa di personale. – Guardò Amara sorridendo. – Sono qui per Becca.

Di scatto, Amara si morse il labbro, forse per reprimere quelle lacrime aride che ancora aveva in corpo e le ci volle un istante per riuscire a riprendere a respirare normalmente..

– Sono qui per restituire alla donna che amo i ricordi felici che ha perso.

– Lei è… suo marito?

Scosse il capo. – Non ancora, prima voglio ridarle ciò che ha perso. Vorrei che smettesse di sforzarsi di ricordare il volto dei suoi genitori, perché ogni volta che lo fa, rivive la loro morte. Si ferma sempre a quel punto, quando il proiettile perfora il cranio di sua madre. Non ha ricordi perché questo ha annebbiato ogni cosa.

– Chi l’ha salvata? Cosa le è successo? – La donna si sporse in avanti.

– Nessuno l’ha salvata. Ha vissuto per anni in un brefotrofio e poi in un orfanotrofio fino alla maggiore età. Non è mai stata adottata…

– Santo cielo, era una bambina così dolce, come può essere possibile che nessuno l’abbia voluta con sé?

– Per le cicatrici che le sfigurano parte del volto e il collo. Non ricorda come è accaduto, ma sa che è stata la lama di un coltello a farglielo. Ricorda un uomo dal viso coperto, lo stesso che poi la portò via con sé e l’abbandonò fuori da un brefotrofio. – Si addossò allo schienale ed estrasse il portafogli. Prese una fototessera e la passò con cura ad Amara. – Non porta più il nome Becca, non vuole sentire questo nome. Ora, tutti la chiamano Anna.

Amara osservò quella piccola foto per lunghi e intensi istanti. Posò il suo sguardo su quel viso segnato da cicatrici bianche, la pelle candida, quasi diafana, e i capelli scuri che le ricadevano dritti lungo il volto. Indossava un vestito leggero, turchese sullo sfondo di un roseto in boccio. Le labbra rosee erano piegate in un sorriso vivace rivolto verso un uomo che riconobbe subito come Jason. – Anna… È identica a sua madre… – Sorrise e fece una pausa mentre socchiudeva gli occhi.

– Sul serio?

Annuì. – Ha il suo stesso taglio di occhi. Il medesimo colore… Le lunghe ciglia… – Ricordò, mentre le ragnatele sul suo volto si stendevano in un sorriso pieno di pace. – Vi conoscete da molto?

– Non quanto vorrei, ma è come se la conoscessi da una vita intera.

– Può raccontare ad una povera vecchia come vi siete incontrati? Mi consideri come una nonna invadente.

Congiunse le mani poggiando i gomiti sulle ginocchia. Ricordava sempre volentieri quella storia e comprendeva che Amara sentisse il bisogno di partecipare a quei piccoli ricordi. – La incontrai per la prima volta durante un caso di omicidio. Lavorava come infermiera in un centro di recupero per ragazze con problemi di droga. – Fece spallucce. – Stavo solo svolgendo il mio lavoro. Fu un caso complesso, molto brutale a causa del modus operandi dal’assassino e per come ritrovammo i corpi delle giovani vittime. Anna fu convocata per un interrogatorio, ma ci rendemmo presto conto che era completamente all’oscuro di ogni cosa, perché durante gli omicidi, lei si trovava in viaggio all’estero, a Johannesburg. – Fissò Amara, inumidendosi le labbra: con gli occhi, avrebbe solo voluto dirle che era proprio Becca quella donna dai gli occhi da cerbiatto che aveva visto fra quella folla. – Alla fine del caso, … beh… saltai le cerimonie e tutta quella parte noiosa del corteggiamento e la invitai a bere un caffé. Era Primavera, lo ricordo ancora. Il ciliegio fuori da quel bar era in fiore ed emanava un profumo intenso. Lei era imbarazzata e cercava in ogni modo di nascondere le sue cicatrici ma, oramai, io mi ero innamorato anche di quelle…

Amara percepì quasi in modo tangibile l’immenso amore che Jason provava per Becca. Le sue parole erano talmente sincere e ricolme di affetto da riuscire a placare il suo cuore debole e accrescere il suo bisogno di sfiorare ancora una volta quel viso di bambola. – Non può immaginare quanto vorrei rivederla, ma sono troppo vecchia per un viaggio oltreoceano e non sono mai stata così egoista da poterle chiedere di tornare a casa… – Fece una pausa per recuperare le forze. Si sentiva esausta. – Ma sono altrettanto certa che il suo amore verso di lei è vero, uno di quei sentimenti rari al giorno d’oggi. Ha fatto un lungo viaggio per venire sino a qui e non la manderò a casa a mani vuote. – Sorrise con dolcezza. – Posso aiutarla. Posso dirle dove poter trovare i ricordi che sta cercando.

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Memories,
Fine Seconda Parte…

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Memories ~Quarta Parte~   Nonostante l’ora tarda, Anna era ancora sveglia. Si era raggomitolata sul
Memories ~Terza Parte~   Da dietro il cancello di ferro battuto, Jason poteva scorgere un
Memories ~Prima Parte~   “Ci fu un momento nella mia vita in cui tutto divenne

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Adoro leggere, collezionare libri e ordinarli per genere nella mia libreria stracolma di intrighi e storia. Ho una relazione complicata con le serie tv e con i finali di stagione, soprattutto se finiscono con uno dei miei personaggi preferiti morti o, peggio, fra la vita e la morte. Cosa che mi rende particolarmente nervosa per i giorni successivi. Ma l'amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

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