Memories, Quarta Parte

Memories - Lara Gussoni

Divisorio-Lara-PiccoloRacconti

Memories
~Quarta Parte~

Divisorio-Lara-PiccoloRacconti

 

Nonostante l’ora tarda, Anna era ancora sveglia. Si era raggomitolata sul divano, avvolta nella sua calda coperta e un buon libro da leggere, uno di quei libri dalle trame spesse e articolate sugli intrighi internazionali che potevano piacere solamente agli appassionati del genere. Era solita leggere a letto, sotto il trapuntino e al chiaro dell’abat-jour che rischiarava la stanza, ma quella sera aveva deciso di restare davanti al camino acceso aspettando il ritorno di Jason dal congresso a Washington.

Controllò l’orario sul cellulare. Erano le due meno venti ed il sonno stava iniziando a sporcarle gli occhi stanchi. Sbadigliò, stiracchiando le braccia e le gambe e decise di andare in cucina a preparare una tazza di caffè americano.

Si sedette al bancone della penisola stringendo fra le mani la sua tazza preferita e iniziò a sorseggiare quel bollente liquido nero quando, senza quasi rendersene conto, scorse Jason che la osservava compiaciuto appoggiato allo stipite della porta della cucina.

Era bello da mozzare il fiato. Alto quasi un metro e novanta, i capelli scuri bagnati dalla pioggerella autunnale, la barba vecchia di un giorno e un intenso sorriso sul volto. Aveva le braccia incrociate davanti al petto e la osservava con occhi perdutamente innamorati. – Ce n’è un goccio anche per me?

Anna scoppiò in una piccola risata, raggiante di gioia. – Non potrei mai lavorare come detective. Non ho nemmeno sentito la porta aprirsi! Sarebbe potuto entrare chiunque! – Poggiò la tazza sul bancone e, con passi rapidi, annullò la distanza che li separava. Sentiva il bisogno di sfiorare la sua pelle calda e lasciarsi avvolgere alla sua fragranza.

Subito, lui la prese fra le braccia e la strinse forte nella sua protettiva morsa. – Mi sei mancata. – Le sussurrò, baciandole le labbra color ciliegia.

– Anche tu. Non sai quanto. – Gli prese la mano e lo portò verso il bancone. Lui si sedette su uno degli sgabelli e lei gli versò il caffè ancora fumante nella tazza gemella alla sua. – Bevi, così ti riscaldi. Poi vai a fare una bella doccia e lava via la stanchezza del viaggio. Ti aspettano lenzuola pulite e un bel letto caldo.

Lui annuì, appagato nel sentire il tono sereno di Anna. Afferrò la tazza e assaporò lentamente quella brodaglia che tanto amava e detestava allo stesso tempo. Non assomigliava minimamente al caffè arabo che adorava, ma non riusciva nemmeno a farne a meno. Era quasi una droga, una droga che riusciva a inebriare tutte le cellule del suo corpo. Bevve tutto il caffè sotto lo sguardo sorridente della donna, in seguito si diresse in bagno per far scivolare via dal corpo il freddo americano e la calura africana che portava sulla pelle. Era stato lontano da casa quasi una settimana, si sentiva stanco e stremato, ma con una fiamma nel petto che riusciva a dargli l’energia necessaria per restare in piedi. Cercò di non dare ascolto al sonno che lo richiamava e al bisogno di stendersi fra le calde coltri. Aveva avuto modo di farlo durante il volo aereo, un volo lungo e turbolento che gli aveva dato l’opportunità di ragionare e riorganizzare i pensieri su quanto Amara gli aveva narrato e su quanto aveva visto. Da Pretoria aveva portato via con sé un numero di telefono scritto dalle mani stanche e tremanti di una donna dai capelli d’argento, brandelli di ricordi e la triste consapevolezza che se tutto ciò non avesse aiutato Anna, lui non avrebbe più potuto far nulla per lei. Si sentiva in bilico fra la voglia e il bisogno di credere ancora nella forza di quella donna e la paura di vederla sprofondare ancora una volta nel baratro della depressione. Ma mettendo i dati a sue mani nei piatti della bilancia, decise di prendere fiato, forza e coraggio e credere in lei e nella sua voglia di tornare a vivere.

Si asciugò i capelli rapidamente, infilò una t-shirt e un paio di pantaloni e si diresse nella camera da letto. Anna non era nella stanza, ma la sua valigia era poggiata sotto la finestra, ancora chiusa. Gli si inginocchiò davanti e la aprì per tirar fuori il piccolo cofanetto che aveva avvolto in un panno per evitare che si rovinasse durante il viaggio. Lo nascose sotto al letto, verso la parte in cui dormiva lui e sospirò: la tensione che sentiva nel petto era pressante e intensa, ma era in grado di gestirla e sapeva che ce l’avrebbe fatta.

Anna arrivò poco dopo con passo tranquillo, ignara delle parole che stava per ascoltare. Spense il lampadario che irraggiava la stanza e accese le abat-jour sui comodini. Subito, nella camera da letto calò una dolce e leggera penombra che accompagnò i pensieri di Jason sino a quando Anna non si fu seduta sul letto.

Lentamente, raggiungendola e prendendo un calmo respiro che gli riempì i polmoni di sicurezza, la chiamò dolcemente a sé. – Anna…

Lei gli sorrise, mentre sistemava le coperte. – Dimmi. – Senza rendersi forse conto del segreto celato dietro gli occhi del fidanzato.

Lui le prese le mani e gliele baciò. – So che è tardi, ma non riuscirei a dormire senza parlartene. E so anche che forse passeremo entrambi la notte in bianco, però… – Si inumidì le labbra. – Ho bisogno di farlo. Ho bisogno che tu sappia ogni cosa.

Anna si alzò leggermente dai cuscini ai quali era appoggiata e si sporse verso di lui. Sgranò gli occhi, preoccupata. – Ma… è successo qualcosa?

– Nulla di allarmante. – Scosse il capo. – Ho solo bisogno che tu mi prometta che mi ascolterai. E prima che tu dica qualsiasi qualcosa, vorrei che mi lasciassi finire di raccontare tutto dall’inizio alla fine. Vorrei che restassi tranquilla e che non ti agitassi o ti facessi prendere dal panico. Vorrei che prendessi il mio gesto come un modo per aiutarti e cercassi di farne un nuovo punto di partenza…

Lei aggrottò le sopraciglia, più inquieta di prima. – Jason, ma cosa…

Lui la fermò con decisione. – Prometti.

Anna rimase in silenzio per qualche istante, certamente perplessa. Infine, sospirando, annuì. – Te lo prometto.

Fu in quel momento che Jason iniziò a raccontarle di quella piccola buona bugia che lo aveva fatto sentire sbagliato, del suo viaggio oltre oceano verso un passato nebuloso, di una Pretoria all’ombra delle Jacarande, della voce calma di Amara e della casa ghermita dai rovi ai confini del bosco, fatta di stracci sporchi, cocci rotti ma anche di sete nascoste. Narrò tutto con quella calma che lo distingueva, una calma che voleva Anna percepisse e facesse sua. Scandì bene le parole e cercò di usare un linguaggio armonioso, lento, ma abbastanza deciso da poter darle sicurezza.

Inizialmente temeva che lei si facesse prendere dal panico, che iniziasse ad andare in iperventilazione e che l’incubo del suo passato ritornasse a scorrere nei sui occhi. Invece, con suo grande stupore, vide l’attenzione e la curiosità negli occhi di Anna, il bisogno di sapere e la voglia di ascoltare ancora e ancora. Non vide la calma, vide in lei ansia e quella sfumatura di paura che la contraddistingueva, però non vide il panico irrefrenabile che spesso la rapiva e la portava chissà dove per lunghi minuti.  Le sorrise, fiero che avesse trovato un po’ di forza scavando dentro di sé. – Credevo che tutto ciò di cui avessi bisogno era ritrovare un qualcosa in cui credere, in cui sperare e qualcuno da ricordare… – Le accarezzò il viso caldo, vivo. – Vorrei che quando tu ricordassi il tuo passato, non vedessi solo la morte, ma anche le fattezze e i sorrisi della tua famiglia…

Anna sussultò, scossa da un senso di nausea e sconforto. Piegò di lato la testa, ma si sforzò di non piangere. – Non posso…lo sai… io non ricordo…

Lui la interruppe. – Ora sì. – Non aggiunse altro e si sporse oltre il letto per recuperare la scatola di legno nascosta. Era una scatola semplice e liscia di legno scuro. – Questo è tutto ciò che sono riuscito a trovare. Era nascosta sotto una perlina del pavimento della tua camera e poi… – Si alzò dal letto con velocità fulmine e raggiunse la valigia.

Anna osservò prima la scatola rimasta poggiata sulla coperta, poi scostò lo sguardo incredulo verso Jason. Lo vide aprire la valigia e frugarvi all’interno per poi riportare alla luce fioca delle lampade una bambola di pezza, forse un po’ sporca ma ancora integra e perfettamente mantenuta.

Jason le si avvicinò porgendole quel vecchio tesoro di bambina, un gioiello prezioso che un tempo le aveva riempito le notti di sicurezza. Osservò Anna prendere la bambola fra le mani tremanti, adagio e con una finta serenità ricercata con sforzo. Lui sapeva perfettamente che il suo cuore stava per esplodere e la sua gola era in fiamme, aveva provato le stesse emozioni, ma la vide anche talmente concentrata nell’osservare le fattezze di quell’oggetto che non ebbe il coraggio di distoglierle l’attenzione. Rimase così in silenzio e continuò a osservarla.

Anna accarezzò i capelli di spago percependo al tatto la loro morbidezza, pulì i bottoni impolverati  che componevano gli occhi e seguì col dito il sorriso luminoso delle labbra, in seguito osservò Jason e lui poté vedere le lacrime impigliate fra le sue ciglia lunghe: – Me la ricordo. – Mormorò con dolcezza. – Ora me la ricordo. – Sorrise piena di commozione. – Me la fece mamma a mano. Avevo paura del buio… e mi disse… – Deglutì ricacciando indietro il sapore caldo delle lacrime. – …che in questa bambola c’era una parte di lei, che era magica e che mi avrebbe vegliata e protetta durante la notte…

Jason, scrutandole gli occhi lucidi, le spostò una ciocca di capelli dietro l’orecchio.- Allora non sei arrabbiata con me?

Lei non rispose. Si limitò a stringere forte a sé la bambola, raggomitolarsi fra le coltri e ricavarsi uno spazio caldo e sicuro fra le braccia di Jason.

 

***

 

Quella domenica mattina, Jason dormì fino a tardi. Non si era nemmeno reso conto che Anna si era già alzata e anche da diverso tempo, dato che la sua parte di letto era fredda.

Si mise a sedere, stropicciandosi gli occhi. Cercò di capire che ore fossero e quando lesse sullo schermo del telefono che erano le due del pomeriggio, dovette fare un rapido calcolo per capire quanto avesse dormito. Ovviamente non ci riuscì, così scese dal letto e decise che la cosa migliore da fare sarebbe stato farsi un caffè doppio e aspettare che le sue sinapsi si riattivassero e riprendessero a lavorare normalmente.

Scese le scale con passo pesante, come al solito. Si diresse in cucina dove era certo che avrebbe trovato Anna intenta a cucinare qualcosa per il pranzo. Invece, con grande stupore, lei non era davanti ai fornelli. La trovò in salotto, seduta davanti al camino con le gambe incrociate, il fuoco che le scaldava il viso e la scatola di legno aperta davanti a sé con l’interno sparso sul tappeto.

Sentì il cuore pulsare d’angoscia, quasi temesse che quegli oggetti l’avrebbero resa ancora più chiusa e invece, quando lei si voltò e lo guardò con i suoi grandi e luminosi occhi da cerbiatto, il suo cuore si rasserenò. Aveva letto in lei la riconoscenza e una felicità persa da tempo.

– Questo era il regalo che mamma e papà fecero per il mio compleanno. – Gli disse con un sorriso commosso e mostrò a Jason il bracciale di perle bianche, tonde e luminose. Avevano un minuscolo cristallo che si alternava alle perle e lei lo girava e rigirava fra le mani come se amasse la sensazione pungente che dava al tatto.

Lui le si avvicinò, sedendosi accanto. La aiutò a indossarlo, agganciando il fermaglio attorno al braccio sinistro e notando che le stava alla perfezione. In seguito, dopo un istante di pausa, cercò di riprendere il discorso ma lei lo precedette: – Non sono arrabbiata con te. Non potrei mai esserlo. – Lo guardò con due occhi diversi, cambiati. C’era ancora la scheggia del passato nelle sue iridi,  ma Jason lesse il tutto in maniera diversa, come se lei si fosse resa finalmente conto che tutti i pezzi stavano tornando al loro posto. – Hai fatto per me un qualcosa di meraviglioso, che io non avrei mai avuto il coraggio di fare. Provai, anni fa, ma non andai oltre Johannesburg e tornai a casa cercando di dimenticare tutto ancora una volta. –

Si asciugò una lacrima che le stava rigando la guancia. – Ho smesso di lottare da tanto tempo, eppure tu mi sei rimasto accanto e hai continuato a lottare al mio posto. Sei partito per il Sudafrica e mi hai riportato la mia famiglia. – Prese in mano una foto. Una donna dai capelli neri e mossi e dalla pelle diafana stringeva fra le braccia una bambina dalle lunghe trecce e le labbra color ciliegia. Un uomo dalla pelle ambrata, alle loro spalle, le stringeva come se fossero due tesori di importanza incommensurabile. I volti sorridevano di gioia sincera e viva. – Ho i capelli, la carnagione e gli occhi di mamma, ma il naso di papà. Non lo ricordavo… Non ricordavo nemmeno che mia madre avesse i capelli mossi! – Gli passò la fotografia leggermente rovinata dal tempo e Jason l’afferrò per poterla riguardare meglio. Era quella fotografia, quelle tre vite all’ombra di una Jacaranda, che gli avevano fatto scoppiare il cuore.

– Temevo di perderti del tutto portandoti questi oggetti…

Lei sospirò. Prese un’altra foto dove c’erano lei e sua madre ai fornelli, intente a impastare qualcosa. – Lo temevo anche io. – Mormorò. – Sarà difficile e non posso prometterti che cambierò il mio modo di vedere la vita da un giorno all’altro, ma ora ho un ricordo a cui aggrapparmi. Ho dei sorrisi, ho occhi da fissare… non ricordo le loro voci, però posso immaginarle e sono certa che fossero meravigliose.

– Ne sono certo anche io.

– Hai fatto tutto questo per me, hai creduto nella mia forza… non sai quando vale per me e quanto mi rende felice sapere di avere accanto una persona che mi ama a questo modo e che sa andare oltre alle mie cicatrici e al mio passato.

Jason sorrise. – Io ho fatto solo un viaggio. E ammetto di averlo potuto fare solamente grazie al mio lavoro e alla mia squadra che ha lavorato con me, anche se non erano obbligati. Quindi possiamo dire che è stato un lavoro di gruppo! – Scherzò, mentre la prendeva fra le braccia e la stringeva a sé. – Ora prenditi tutto il tempo di cui hai bisogno… Non sarà facile, ma adesso sai che hai qualcosa da ricordare che non ha nulla a che fare con quella notte.

Lei si lasciò stringere fra le braccia e socchiuse gli occhi. Non c’era molto altro da aggiungere, le parole erano state sostituite da un abbraccio che valeva mille frasi.

Anna rimase lì, giocherellando con il bracciale che portava al polso e lasciando disegnare dalla mente i volti dei suoi genitori che, pian piano, presero il posto dei muri insanguinati. Avrebbe voluto alzarsi e sdraiarsi sul divano, ma stava troppo bene al caldo del camino e fra le braccia di Jason. Si sentì finalmente serena, forse era solo un momento passeggero, ma aveva deciso di godere appieno di quella sensazione di pace che la stava avvolgendo. Schiuse leggermente gli occhi per lanciare uno sguardo a quel bigliettino abbandonato a terra e percepì la nostalgia di un qualcuno che non ricordava. Non aveva memoria di Amara e non ricordava le fattezze dal suo volto. Era passato troppo tempo e lei era troppo piccola per ricordare, ma sentiva dentro di sé che quella persona riusciva a scaldarle l’anima anche così lontana. Forse non era ancora il momento adatto per comporre quel numero e sentire quella voce rimbombare nelle sue orecchie. Però era certa che un giorno, forse non lontano, si sarebbe alzata, avrebbe preso il telefono e avrebbe cercato con l’ansia di un bambino la voce di quella donna che non l’aveva mai dimenticata e che aveva pensato a lei per tutti quegli anni.

Alzò lo sguardo per vedere il sorriso dell’uomo che amava e gli baciò il collo, infinitamente grata per il dono che le aveva fatto.

Lui ricambiò lo sguardo: – Voglio passare la mia intera esistenza qui con te.

– Allora sbrigati a darmi quel dannato anello che ti ostini a nascosto da settimane.

Lui, a quel punto, osservando il suo sorriso sornione, scoppiò a ridere. – Forse non mi sentirai entrare in casa, ma hai una vista da lince! – La strinse forte, poi rilasciò l’abbraccio. – Andiamo a berci un caffè. Ce lo meritiamo. – Ed insieme si avviarono verso la cucina, lasciando alle spalle quei frammenti di passato che da quel momento avrebbero arricchito le loro vite.

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Memories,
Fine

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Memories ~Terza Parte~   Da dietro il cancello di ferro battuto, Jason poteva scorgere un
Memories ~Seconda Parte~   Savannah restò in silenzio per un istante. Non si aspettava di
Memories ~Prima Parte~   “Ci fu un momento nella mia vita in cui tutto divenne

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Adoro leggere, collezionare libri e ordinarli per genere nella mia libreria stracolma di intrighi e storia. Ho una relazione complicata con le serie tv e con i finali di stagione, soprattutto se finiscono con uno dei miei personaggi preferiti morti o, peggio, fra la vita e la morte. Cosa che mi rende particolarmente nervosa per i giorni successivi. Ma l'amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

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Ma l’amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

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