Le interviste impossibili: Lucrezio

Il sole stava sorgendo, tra nuvole e fiumi arrivai rapidamente allo studio nel quale Tito Lucrezio Caro mi attendeva per essere intervistato. Davanti alla porta, però, un uomo mi sbarrava il passo, fissandomi con incertezza. “Devi intervistare Lucrezio?”, mi disse. “Si”. “Allora stai attento, Svetonio diceva che fosse un pazzo”. Se ne andò rapidamente e, solo qualche minuto dopo, collegai i puntini, capendo di chi si trattasse. San Girolamo mi aveva appena messo in guardia.
Entrai titubante nella saletta. Lucrezio era lì, stravaccato su un divanetto, coperto da una toga bianca e con dell’uva in mano. Mi sorrise e mi fece cenno di accomodarmi e io mi sedetti davanti a lui. Indossava un cappuccio che gli oscurava il viso, non permettendomi di distinguerne i lineamenti che, a giudicare dalla sua pancia, dovevano essere arrotondati.

Tito Lucrezio Caro, è un vero piacere conoscerla e, soprattutto, poter testimoniare la sua esistenza.
È un piacere per me farmi intervistare.

Partiamo con una nota dolente: Gaio Memmio.
Non me ne parli.

Perché?
Me lo chiede anche? Gli ho dedicato il De Rerum Natura, ho profetizzato per lui un futuro radioso, felice, da grande uomo e poi? Mi sono ritrovato preso in giro da tutto e tutti. Ha tradito la mia fiducia e, non contento, ha anche distrutto i ricordi di Epicuro. Epicuro, capisce? Imperdonabile.

Però causò anche una “sconfitta” di Cicerone…
Magra consolazione.

Chi è il vero Lucrezio? Un filosofo? Uno scienziato? Un poeta? Uno scrittore?
Mi ricorda la frase di un’opera dei vostri tempi di arte figurativa in movimento in cui un canide antropomorfo sapeva solo ciò che non era. Voi del vostro tempo scegliete di mettere etichette, di dare titoli e suddividere la natura di un uomo in sfere di competenza. Ma un poeta non può essere giurista? Uno scienziato non può parlare di filosofia? Etichettare e dividere non è utile e non permette sviluppi.

Un argomento interessante da sviluppare anche nel nostro tempo.
Esattamente. Voi avete frainteso il progresso con specializzazione indiscriminata. In campo lavorativo il concetto è utile, perché permette di approfondire gli argomenti, ma a livello umano è devastante. Riduce la natura dell’uomo.

Quindi diventa tutto un progresso fine a se stesso?
No, non ha capito. Il progresso, se non è limitato dalla superstizione, è positivo. Ma questo tipo di progresso ha un prezzo altissimo, denatura l’io più profondo di ogni essere umano, facendolo diventare una specie di guscio vuoto.

La superstizione è…
La Religione.

Che rapporto ha con la religione, dopo aver visto l’eternità?
Ci sono dettagli che, per contratto, non posso svelare.

Eppure lei è un’anima di un defunto che parla con me…
Ne è sicuro? O questo è tutto frutto della sua fantasia? Per levarle gli affanni, ignoriamo la questione. Lei mi parla di eternità, ma il mio post mortem non è come quello degli altri. Non c’è Paradiso o Inferno a consolare o punire le mie pene, c’è solo la pace eterna del nulla. Questa poltrona e quest’uva sono solo la proiezione dei miei ricordi e della mia natura.

Non ha cambiato idea sulla religione?
Assolutamente no. È una grande illusione di massa che rallenta lo sviluppo della coscienza del mondo. Ci affidiamo alla religione per lenire i nostri dubbi e dolori, ma non affrontiamo mai la realtà dei fatti.

Non ha niente di positivo la religione?
Non ho detto questo.

Si spieghi meglio.
Lucio lo spiegò meglio di me.

Seneca?
Esattamente. Lui disse che l’uomo non pensa alla morte per poter evitare di vivere in un eterno torpore. Non ci pensa, ma la morte, prima o poi, lo coglie ugualmente. Come il pensiero di essa. E come poter sostenere tale prova e tali pensieri senza un appiglio? Ci creiamo famiglie, abbiamo figli per poter vedere la nostra anima proseguire nel corpo di altri, ma la consolazione maggiore di ogni uomo è la religione. Credere in un Dio, credere che qualcuno, dopo la nostra dipartita, possa accogliere la nostra anima e valutarci ci permette di vivere e andare avanti senza piangere sempre.

Ma lei crede o no nell’immortalità dell’anima?
Anima. Immortalità. Parole vuote. Niente è immortale nel mondo. Ricordi le mie parole e le tramandi ai suoi posteri, perché i  miei non l’hanno compresa: solo ciò che non ha il flebile soffio della vita non morirà mai.

Ma è un paradosso…
Appunto. Adesso capisce? Non si incupisca. Ci passiamo tutti.

La critica posteriore trova nel suo pessimismo una netta separazione del pensiero di Epicuro.
Sempre la solita storia. Quando non vogliamo vedere la verità tacciamo i protagonisti di pessimismo. È più facile dare del pessimista a me che accettare che stia dicendo la verità.

E quindi che cosa resta dell’uomo dopo la sua morte?
Il progresso, ma solo se non è fonte di degradazione morale. Per questo apprezzo alcuni lati della religione.

Quali?
La morale. Non la approvo, ma almeno dona alcune leggi del cosmo all’uomo.

Qual è stata la difficoltà maggiore del suo ruolo?
Direi che la difficoltà maggiore sia stata la creazione di un linguaggio tecnico in grado di superare il limite dell’ellenismo.

Non le sembra di aver esagerato con l’oscurità del linguaggio? Fare divulgazione scientifica o filosofica è complicato quando non si viene compresi.
In media stat virtus. Avrei potuto essere più comprensibile, ma la poesia elevava tutto, rendendo più appetibile il mio prodotto nei circoli degli intellettuali.

Perché ha scritto il De Rerum Natura?
Per due semplici motivi. Volevo far conoscere l’epicureismo ai romani e volevo aiutare la società con il positivismo della mia dottrina. Roma era in crisi. Le lotte interne la stavano devastando. So che intervisterà anche Marco (Cicerone n.d.r.), chieda a lui com’era Roma prima di Augusto.

Eppure la società romana vide come negativa la sua opera.
Non hanno compreso.

Ha qualche rimpianto?
In tutta onestà no. Ho vissuto come volevo vivere. Mi dispiace solo che la società romana abbia deciso di dividere tutto in bianco e nero. Stoicismo ed epicureismo non sono due vie che non possano convivere all’interno della società. Un uomo è unico, ma la società è multiculturale.

Quali filosofi ha apprezzato dopo di lei?
Ovviamente Orazio. Carpe Diem sembra niente, ma in realtà è tutto.

Moderni?
Ingenuo. Orazio è tremendamente moderno. Non è l’anagrafe a rendere moderno un pensiero.

Scusi la domanda a bruciapelo: lei esiste o è solo una maschera che cela il volto di Cicerone?
Vivere è applicare la propria natura sensoriale al movimento cosmico. Tutti siamo parte del cosmo e del tutto, viviamo con la natura e a essa apparteniamo. Viviamo come maschere di una natura diversa che si cela negli anfratti di ciò che noi chiamiamo persona. Lucrezio, Cicerone, Attico o Francesco sono solo maschere e facce che noi vogliamo dare al cosmo. Perché indugiare su questi argomenti?

E quindi? Non mi ha risposto.
Lei sa chi è Cicerone?

Chiaramente.
Le pare possibile che potesse mettere una maschera? Al massimo si sarebbe tolto i vestiti per mostrare al mondo la possanza del suo io.

Siamo alla fine. Risponda a un’ultima domanda: è vero che era affetto da pazzia?
Io pazzo? Lei si sta facendo domande e si sta dando risposte attraverso uno schermo. E non è Marzullo.

 

La nostra intervista finì così. Fossi stato un avvocato avrei perso la causa.

Mi aspettavo uno scenario diverso. Inizialmente avrei dovuto intervistare Niccolò Ugo Foscolo, ma per una
L’ambiente era fumoso, si vedeva poco intorno, ma si sentiva distintamente il brusio. Ero fermo
La luce era fortissima. Il cielo sopra la mia testa, limpido e azzurro, si stava
La primavera, i fiori sbocciati da poco e il calore del mondo che si avvia
L’oblio. Il mondo in cui si perdono le tracce di un Dio, il mondo in

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Francesco C. Inverso

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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