Le Interviste Impossibili: Giuseppe Ungaretti

La primavera, i fiori sbocciati da poco e il calore del mondo che si avvia all’estate. Dalla finestra di questa stanza tiepida e confortevole vedo il mare, mentre una porta alle mie spalle scricchiola e mi trovo costretto a distogliere lo sguardo dalla vetrata.
Voltatomi vedo Giuseppe Ungaretti che, dalle nubi eteree oltre la porta, si avvicina a me, tenendo per mano un’essenza con i contorni poco marcati. Il poeta non dice una parola, ma mi sorride. E in quel sorriso si intravede la sua anima, mentre si siede dietro a una scrivania semi vuota, con solo un foglio di carta e una penna.

 

La ringrazio infinitamente per questa opportunità. Prometto di non rubarle troppo tempo.
Nessun problema. Il tempo è una delle poche cose che non mi manca.

(L’essenza accanto a lui si appoggia sulle sue ginocchia, sembra seduto) Come sta? Mi sembra felice.
Sto bene. È strano poterlo dire, ma sento la leggerezza dell’esser sfuggito alla sfida più difficile.

Sarebbe?
Vivere. Vivere è una sfida.

In che senso?
Vivere è una sfida perché ti pone sempre di fronte a piccoli dolori quotidiani.

Odiava vivere?
Al contrario. La vita è un dono, ma non per questo vivere è semplice. C’è dell’eroismo nell’alzarsi la mattina.

Intende vivere ai tempi della guerra?
No, intendo proprio alzarsi dal letto una mattina qualsiasi, in estate come in primavera. La vita ti porta dove non ti aspetti, ti crea intorno un reticolato di esperienze che possono mutare il singolo e scatenare la reazione della collettività. Anche chi ci sembra fortunato, vive giornalmente i suoi piccoli drammi.

Per esempio?
Pensi al ricco, senza problemi amorosi, senza lutti e con la salute. Chi non è abituato ad affrontare la tempesta, trova insostenibile anche la durezza dell’acqua sotto la doccia. Vivere non è facile. Ti alzi sapendo che, in corso d’opera, soffrirai.

Dice che sarebbe meglio non vivere?
Non mi capisce. La forza dell’essere umano è questo resistere. Vivere è resistere, rialzarsi è essere eroi.

Quanto l’ha cambiata la guerra? In che cosa?
Il tempo. La guerra ti fa capire che cosa sia il tempo. Tutto diventa così veloce da scorrerti tra le mani come acqua. Anche se, devo essere onesto, non sempre funziona così.

Si può spiegare meglio?
Pensi ai diversi momenti della guerra. Quando il mondo esplode, i compagni urlano e la vita sembra agli sgoccioli, lei riesce a guardare la foglia sul ramo più alto cadere come se fosse a rallentatore. Non passa mai. Può solo sperare che il silenzio delle armi giunga prima del silenzio del cuore. Se, al contrario, ha un fucile puntato in faccia, il tempo che la separa dalla morte sfugge via in un lampo. Ne vorrebbe di più, lo bramerebbe, come una bestia famelica che non soddisfa il suo bisogno di cibo da giorni. Alla fine la vita è solo una costante questione di punti di vista.

L’ermetismo le serviva per recuperare il tempo?
Anche. L’emozione trasmessa dalla vita è istantanea. Costruirci righe su righe, parole su parole, fiumi d’inchiostro e revisioni è meno sensato di quello che può sembrare. L’emozione va resa con il minor numero di parole possibili secondo me.

Sembra una regola matematica…
Può sembrarlo, anche se matematica e poesia sono molto distanti.

Distanti anni luce…
Molto, non così tanto. La poesia è disordine. La matematica studia l’entropia. Ordine e caos si toccano, si guardano e vanno via su rette che sembrano parallele, ma non lo sono. Prima o poi s’incontrano.

Perché va sempre a capo?
Questione di capitoli. Pensi alla vita. È un flusso costante che passa attraverso esperienze che a volte possono sembrare scollegate tra loro. È frammentaria. La poesia è una resa grafica della vita. Vado a capo per curare la frammentazione del mio io.

Si sente completo adesso?
In parte.

Completo e in parte sono quasi un ossimoro.
Lo so (Sorride dolcemente, mentre l’essenza sulle sue gambe continua a muoversi e a sfiorargli il viso)

Ha creduto in Dio?
Si.

Perché?
Ho cercato Dio in ogni istante della mia vita, tra le lacrime di sangue di un amico e il dolore straziante di un cuore sepolto sotto urla e camici bianchi. L’ho cercato e l’ho visto uscire dalle ferite di un uomo, mentre il mondo dietro piangeva di nostalgia.

Che cosa cambierebbe della sua vita?
Diversi aspetti direi.

A livello di concezione religiosa?
Niente. Dubitare è conoscenza. La Fede è volontà di sapere. Dio esiste solo per chi crede.

A livello di poetica?
Avrei voluto liberare il mio dolore attraverso poche parole, ma credo di averlo saputo fare solo a tratti, quando il mio male interiore non era poi così grave. Ci sono molte esperienza più tragiche della morte di un amico. L’ho capito solo dopo.

Il tempo a disposizione è quasi scaduto. Ha apprezzato qualche scrittore negli ultimi anni?
Devo essere onesto?

Certo.
No. Posso trovare simpatiche certe riletture, ma non potrò mai accettare l’uso criminoso che certi autori fanno della carta e della penna. Ho sempre visto in maniera distaccata la mia professione, se così possiamo chiamarla, ma non posso accettare chi scrive solo per la voglia di denaro. Sembrerà strano, ma pensandoci bene un autore non mi era dispiaciuto.

Chi?
James Joyce. È vero, il suo stile e il mio sono agli antipodi, ma il flusso delle sue emozioni era molto autentico. Così come non ho mai disdegnato la poesia del naturalismo sporco. I termini sono forti, ma molto efficaci.

Musicale invece?
Johnny Cash. Era particolare, ma esprimeva emozioni sincere.

‘Mattina’. Che cos’è l’immenso?
Tutto. È la voglia di vivere che ti assale quando il sole si alza nel cielo, ma è anche il dolore che ti resta sulla spalla, compagno di un’altra giornata. Pensare che uno dei due possa esistere senza l’altro è folle. Capisce? È una dicotomia costante, ma al tempo stesso sono l’uno causa dell’esistenza dell’altro. Bene e male sono due risvolti della stessa medaglia.

Ci lascia un suo lavoro inedito?
Cuori di carta
Su strade sterrate
Tra visioni di città
E solitudine di campagna.
Il silenzio,
la tua assenza
che si ripete.

Un’ultima domanda e poi la lascio andare. Che cos’è l’essenza che ha sulla gamba?
E’ il tempo che avrei voluto avere.

Si alzò e se ne andò in silenzio, sorridendo e portando per mano quel fiotto d’luce e fumo. Ho capito tardi chi fosse e, da quando l’ho capito, non posso fare altro che piangere.
Penso di aver compreso la metà di ciò che mi ha detto, ma è più che sufficiente.

 

 

L’ambiente era fumoso, si vedeva poco intorno, ma si sentiva distintamente il brusio. Ero fermo
La luce era fortissima. Il cielo sopra la mia testa, limpido e azzurro, si stava
L’oblio. Il mondo in cui si perdono le tracce di un Dio, il mondo in
Niente Paradiso questa volta. Nessun San Pietro a guardarmi male, mentre mi siedo tranquillamente, in
Ero immobile e ghiacciato davanti a quell’enorme cancello da mezz’ora. San Pietro mi guardava torvo,

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Francesco C. Inverso

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino.
Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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