Le Interviste Impossibili: Alessandro Manzoni

Mi aspettavo uno scenario diverso. Inizialmente avrei dovuto intervistare Niccolò Ugo Foscolo, ma per una sua defezione dell’ultimo minuto c’era stata una sostituzione. Stavo aspettando il mio intervistato in un ambiente grigio, freddo e abbastanza triste, seduto su una seggiola di dubbia fattura, quando un foglio su una scrivania attirò la mia attenzione: un elenco di parole con accanto la definizione. Probabilmente stava scrivendo un vocabolario. Non feci in tempo a leggere bene, la porta si spalancò e Alessandro Manzoni mi salutò sorridendo. Era alto poco meno di me, magro e con le spalle larghe. Si sedette e mi fece cenno di cominciare.

La ringrazio di essersi presentato a questa intervista, spero di non averle rubato troppo tempo.
Non si preoccupi. L’eternità è lunga, potrò riprendere senza problemi le mie faccende. E poi dovevo un favore a Ugo.

Ugo?
Foscolo.

Che genere di favore?
Non doveva intervistare lui?

Esatto.
Ecco. Ci sono io.

Come mai?
Ugo stava componendo un’ode.

Sa su quale argomento?
Si. “Ad Andrea Dovizioso caduto da cavallo”. Non rida. Ultimamente ha una forte passione per quei cavalli con ruote che corrono in pista.

E lei invece? Segue qualche sport?
In realtà non sono mai stato un grande sportivo. Diciamo che seguo le competizioni internazionali per patriottismo. Niente di più.

Per cui ha visto Italia-Svezia…
Stendiamo un velo pietoso. Sono giorni che Claude (Fauriel n.d.a.) e Napoleone mi prendono in giro.  Io non seguo il calcio, ma giocare a palla alta contro gente di due metri mi sembra st…

Parla spesso con Napoleone?
Certamente. Mi ha ringraziato personalmente per il mio sentito epigrafe.

Il 5 maggio?
Certo. Dice che non avrebbe potuto leggere parole più belle.

5 Maggio. Una giornata difficile.
Si riferisce all’Inter? Si, è dispiaciuto anche a me.

Tifa Inter?
No, tifo la mia Milano. Inter o Milan non mi fa molta differenza. Anche se di milanese non hanno più nulla…

Troppi stranieri?
Si. È il campionato di calcio italiano. Perché giocano tutti questi stranieri?

Diciamo che il mondo è un po’ cambiato. La globalizzazione, l’Unione Europea e altri organi. Non è più come nel XIX Secolo.
Questo lo capisco. Io sono sempre stato fautore di un nazionalismo, ma non mi lamento per la presenza di organi sovrastatali. Credo, anzi, che possano essere importanti per migliorare la gestione e impedire l’eccessivo potere nelle mani di pochi.

Come ha preso il passaggio da Monarchia a Repubblica?
Credo che la Monarchia Parlamentare, come gli inglesi, sarebbe stata la scelta migliore. Una figura autoritaria come il Re avrebbe sicuramente ridotto l’incidenza degli autoritarismi politici di inizio Novecento. Combattere per un Re giusto dà motivazioni inaspettate. Combattere per un Governo di persone qualunque, invece, non fa altro che stimolare rabbia per i privilegi ottenuti in nome di non si sa che cosa.

Che cosa pensa del multiculturalismo?
Non ho niente contro la miscela di razze, etnie e orientamenti religiosi o sessuali, ma credo sia necessario che, per entrare in un’ottica di nazione, ci possa essere un’omogeneizzazione di usi e costumi. Una nazione non è solo un confine geografico, ma un insieme di esseri umani uniti da valori e costumi comuni.

Poche settimane fa c’è stato un Referendum per l’autonomia regionale in Lombardia e Veneto. Che cosa ne pensa?
Penso che non sia la scelta giusta. In vita ho lottato con forza per l’unità dello Stato, adesso non posso essere favorevole al processo creativo di nuove differenze interregionali. Non siamo più ai tempi del Regno delle Due Sicilie. L’Italia è una e una deve rimanere.

Quindi è contro l’autonomia regionale?
Mio malgrado devo dire di sì. Sono per uno stato unitario.

Ha detto di aver lottato per la libertà e l’unità. Eppure l’impressione a posteriori è che si sia sempre barcamenato e mai realmente esposto, come per Marzo 1821.
Che cosa vuole insinuare?

Non voglio insinuare nulla. Dico solo che è un controsenso chiedere ai giovani di morire per una causa e non essere disposti a mettere su carta il proprio pensiero.
Non capisco.

Lei ha scritto Marzo 1821, in cui invitava i giovani a rischiare la vita, ma, messo alle strette, ha scelto di strappare l’opera e metterla su carta solo anni dopo, facendola girare solo in via orale. Non le sembra un controsenso?
Non capisco.

Lasciamo stare. Passiamo alla questione della lingua. Lei ha sempre sostenuto l’importanza dell’italiano come lingua nazionale. Crede che i progressi siano stati validi?
Ritengo che il percorso intrapreso sia andato nella direzione giusta fino agli anni 60. L’insegnamento dell’italiano era accessibile a quasi tutti e si era ridotta di molto la differenza tra scritto e orale. Poi il limite è stato superato. L’italiano che viene studiato e tramandato non è più quello classico. La lingua è imbastardita dal web. Ci sono troppi prestiti. Troppi neologismi. E la parola “petaloso” penso sia un insulto a quello per cui ho combattuto. La lingua serve per unire, ma adesso sta diventando motivo di contrasti generazionali. Ho provato, per pura curiosità professionale, a leggere qualche libro del vostro tempo. Non ho capito una parola. Va bene ridurre le distanze, ma Federico Moccia ha esagerato. La scuola ha diverse colpe.

Non le piace l’organizzazione scolastica?
Per carità. La scuola al posto di creare progresso, in certi casi, crea disadattati. Insegnare dovrebbe essere una missione. Le motivazioni si sono perse dietro uno stipendio mensile e molti giovani vengono lasciati a sè stessi. Raramente un giovinetto apprezza passare ore a leggere e studiare. Un bravo insegnante deve fare appassionare costruendo un dialogo, non un interrogatorio.
L’analfabetismo va combattuto e condannato sull’altare del progresso, ma adesso sembra essere diventato un fattore positivo. “Ignoranti e bomber” contro “grammarnazi”. Conflitti inutili. La società dovrebbe cercare di migliorare progressivamente e coadiuvandosi. Non lasciando indietro i casi persi. Va bene cercare un compromesso, ma non si può creare una nuova lingua con regole (s)grammaticali

Cambiamo argomento. Poesia. Lei è stato anche un ottimo poeta, ma il mondo sembra spesso ignorarlo. Come mai secondo lei?
Parliamoci chiaro. Prima di me, in Italia, il romanzo era visto con sospetto. La lirica aveva ancora un posto preminente e tutto ciò che usciva dalla poesia era visto male. Quando ho scritto il Fermo e Lucia ho dato vita a una piccola rivoluzione, ho creato un genere nuovo per gli italiani. E quando poni le basi per una rivoluzione verrai ricordato per quello. Copernico viene ricordato per la teoria eliocentrica, non per il buon giurista che fu. E, inoltre, se devo essere sincero, le mie poesie affrontavano tematiche diverse da quelle del romanticismo alle mie spalle. C’erano sempre in sottofondo la libertà e la politica. E c’era la religione. Quando affronti temi simili una lirica non potrà essere particolarmente apprezzata.

Le dispiace?
In tutta onestà no. Se lei è qui vuol dire che il livello della mia lirica ha influito il giusto. Semplicemente non ero adatto alla vostra epoca. Poeticamente mi avrebbero apprezzato maggiormente nel secolo precedente. XX e XXI secolo hanno avuto derive stilistiche diverse. Meno rima, meno musicalità. Componimenti molto ridotti nella lunghezza. Rispetto Giuseppe (Ungaretti n.d.a.), ma come gli ho detto in diverse occasioni, la mia poesia e la sua non hanno nulla in comune.

Sicuro?
Intendo stilisticamente. Tematicamente e religiosamente siamo più affini di ciò che può sembrare.

Quale componimento poetico la rende più orgoglioso?
Direi Del trionfo della libertà. Un componimento in terzine dantesche scritto quando non avevo neppure 16 anni. L’animosità giovanile. Quando lo feci leggere ai compagni del collegio non volevano credere che non fosse stato Dante Alighieri in persona a scriverlo. Dante stesso ha avuto dei dubbi.

Ci parla spesso con Dante?
Non molto in realtà. Dice che il mio accento toscano è troppo forzato.

Il tempo è tiranno purtroppo. Che cos’era per lei la scrittura?
Scrivere era recuperare il tempo, sfuggire da un mondo in cui troppe volte non mi riconoscevo, mostrare a tutti che Alessandro Manzoni non era solamente un parente di Beccaria, ma che aveva del talento. Scrivere era combattere la sofferenza dell’anima, creare un mondo in cui io ero giudice, giuria e giustiziere, non sottomesso alle scelte della Provvidenza.

L’Homo Faber di Ficino?
(Resta in silenzio qualche secondo). Letterariamente parlando si. Un romanzo è un microcosmo in cui i personaggi sono i mortali e lo scrittore è la Provvidenza che ne decide gli affanni e le gioie.

Parlando di Provvidenza. Credeva in Dio?
Sono cattolico convertito. Ho sempre dato molta fiducia alla ragione. L’illuminismo è stato un punto cardine dei miei ideali, ma non bastava. Avevo bisogno di qualcosa di più. Una via d’uscita al male del mondo. La ragione non ti fa stare meglio. Giacomo (Leopardi n.d.a.) ha passato una vita di sofferenza. Se pensi che tutto sia parte di un piano più grande di una mente superiore anche il dolore diventa più lieve. Quindi si, credo in Dio.

Eppure Calvino diceva che ne I Promessi Sposi ci fosse quasi un’assenza del bene, quasi che lei, in realtà, non credesse in Dio, e che, anzi, la vita dei due lecchesi fosse in balia del caos totale. Una prova del fatto che la sua conversione non fosse poi così convinta. Che cosa ci può dire?
L’essere è fin dove inizia il non essere, ma tutto ciò che è nell’essere è essere.

Non capisco.
Stavolta tocca a lei. Prima o poi capirà.

Ma…
No. Prima o poi capirà. Non posso rispondere a ogni domanda. La generazione del ‘No Spoiler, grazie’ pretende un’anticipazione anche sulla vita e la morte?

No, ha ragione. Siamo arrivati alla fine. Parliamo del suo romanzo. Chi è il suo personaggio preferito? Renzo o Lucia?
Nessuno dei due in realtà. Sembrerà strano, ma negli anni ho imparato ad apprezzare molto un terzo personaggio.

L’innominato?
No.

Eppure l’innominato ha dei tratti che, per certi versi, possono essere anche autobiografici per lei, come una sorta di conversione e pentimento.
Vero, ma non è lui. Il mio personaggio preferito è Don Abbondio.

Come mai?
Pensiamo sempre di essere gli eroi. Nessuno ammette a se stesso o agli altri di essere un personaggio secondario o di basso spessore morale. Cerchiamo sempre dei personaggi eroici e pronti a tutto per il loro ideale. Buono o malvagio poco importa. Don Abbondio, invece, è un personaggio mediocre e pavido. Cerca di sopravvivere e, per farlo, è disposto ad abbandonare la propria coscienza. Un personaggio perfetto e coerente che, nel corso della storia, compie azioni inclini al suo carattere, non a quello che gli altri pensano di lui. Don Abbondio non finge di essere ciò che non è. È un pavido e non lo nasconde.

Come passa le sue giornate?
Facendo quello che non ho potuto fare nella mia vita: stare con la mia famiglia.

Come fa con le sue due mogli?
Da Lunedì a Venerdì nessun problema.

E nei fine settimana?
Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all’ultima
ora dell’uom fatale.

Non capisco.
Ha idea di quanti negozi Ikea e Mondo Convenienza abbiano aperto nel milanese? Ecco. Due mogli e tanti negozi simili. Pessimo accoppiamento. Non posso neppure fingere di avere impegni improrogabili.

Le piace la musica?
Si, ma sono un nostalgico. Non ascolto la musica “moderna”. Meglio la classica. Aiuta a concentrarsi sulla scrittura.

Scrittori preferiti?
Tolstoj e Dostoevskij.

Moderni?
Tolstoj e Dostoevskij.

Intendevo attuali…
Oh, amico mio, i russi sono sempre attuali.

Mi lasciò così, mentre altre domande frizzavano nella mia testa.

L’ambiente era fumoso, si vedeva poco intorno, ma si sentiva distintamente il brusio. Ero fermo
La luce era fortissima. Il cielo sopra la mia testa, limpido e azzurro, si stava
La primavera, i fiori sbocciati da poco e il calore del mondo che si avvia
L’oblio. Il mondo in cui si perdono le tracce di un Dio, il mondo in
Niente Paradiso questa volta. Nessun San Pietro a guardarmi male, mentre mi siedo tranquillamente, in

The following two tabs change content below.

Francesco C. Inverso

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

Ultimi post di Francesco C. Inverso (vedi tutti)

Informazioni su Francesco C. Inverso 34 Articoli

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino.
Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


error: Content is protected by copywright !!