La valigia di Marco Marsullo

Luce.
Finalmente, dopo ore di buio e odore di catrame e petrolio.
L’aria fredda e sprezzante del mattino, quando il sole ancora è solo un miraggio all’orizzonte. Barcellona non lontana, la sento ancora una volta così vicino a me, frenetica e vibrante. Certi momenti ti rimettono al mondo. Lieto, ma per quanto?
Il tempo di un sospiro, mentre la luce aumenta e il mio incubo si materializza proprio accanto a me.
Eccoli lì, loro e il loro orrendo giubbino arancione, il passo pesante di chi ha la fortuna di vivere e nemmeno se ne rende conto. Li sento muoversi.
Le gambe che si piegano e mi afferrano ruvidamente, per tirarmi su oltre la testa. Il tonfo e il dolore.
Come se ogni mia articolazione si spezzasse al contatto con il metallo freddo.
La delicatezza non esiste più in questo mondo, la grazia neppure.
Mentre addosso me ne lanciano una decina e più, di poveracci come me, li sento li scambiarsi opinioni, con quell’accento tanto seducente quanto irritante. Fermi, vane considerazioni sulla vita, ignari del mio dolore e della mia presenza. Fate pure come se non esistessi.
Secondi, forse minuti, interminabili in ogni modo.
Era ora che quell’uomo si sbrigasse, sento la brina sulla pelle.
– Faltan dos semanas para dejar! Mancano due settimane alle ferie.
Li sento vicini, quando uno dopo l’altro veniamo sommersi da altri di noi. Anime affini destinate al massacro. Io sono qui, non mi muovo. L’aspetto.
Un tremolio e un rumore sordo mi fanno tornare al mio dolore, il movimento sotto di me è inequivocabile, mi porta verso quel procedimento che conosco fin troppo bene. Ogni volta è così. Umiliante.
È il momento.
Ho sempre invidiato gli uccelli, la loro capacità di volare senza bisogno di un motore mi ha sempre affascinato, ma la picchiata dev’essere spaventosa. Eccitante, ma terribile.
Sollevato osservo i miei compagni, mentre il sole è ormai sorto. Sembrano morti, consapevoli del loro destino o semplicemente stanchi? Soli.
Pronti. Il vuoto.
Si, adesso capisco che cosa provano gli uccelli. Vorrei poter non atterrare mai.
Eppure un altro tonfo e un altro dolore mi riportano alla triste realtà. Ancora una volta qui.
So come funziona, eppure non riesco a eliminare questo orrendo pensiero.
Se si fosse dimenticata?
La vita è movimento. Non devo pensarci.
Vedo i compagni di mille avventure svanire, catturati. Uno dopo l’altro mi abbandonano.
Si abbandonano.
Sembrano felici.
Quanto ci mette? E se le fosse successo qualcosa?
Questo momento è il peggiore. Io so che arriverà, ma non riesco a togliermi dalla testa il suo sorriso. E la sua assenza.
Non c’è. Mi ha abbandonato.
Vorrei piangere, ma non posso, mentre il terrore mi assale e il ghiaccio che si scioglie sembra solcarmi il dorso come una lacrima.
E’ finita, mi ha…Eccola!
Si fa spazio tra la folla con il suo cappottino rosso, quello sguardo vispo che mi cerca. Mi vuole ancora.
Sulle punte, piccola. Si sporge in avanti, mentre due energumeni si affannano a dimenarsi tra mogli pesanti e bambini iperattivi, scambiandosi sguardi di solidarietà che, prima d’ora, avevo visto solo in qualche negozietto della stazione.
Quanto mi sei mancata! Vorrei poterti stringere forte, come se il mondo non fosse altro che il nostro abbraccio.
Tanti mi hanno toccato, tanti hanno accarezzato la mia pelle, ma nessuna come lei. Mai così delicatamente, mai mani tanto morbide mi hanno permesso di sentire nuovamente la mia pelle respirare, mentre un mare di pois illuminava le tenebre della mia triste vita.
Amo quel viso, amo il suo profumo. Amo lei e quel sorriso dolce e fragile che mi riserva ogni volta che una nuova avventura ci attende. Forte, anche se non lo sa, un cristallo delicato che fugge il mondo e si nasconde.
Spallata dopo spallata è sempre più vicina, mentre riserva parole impronunciabili a quei due. Ma tanto non la capiscono.
E’ arrivata, al solo contatto sento un brivido che mi scuote.
Mi trascina via, il peso del mondo tra le sue mani.
Il viaggio è rapido, nemmeno un verso, solo respiri e sorrisi. Sono felice.
Dio solo sa quanto gli sia grato per avermela donata.
Non sono sempre stato suo, ma non m’importa. Chi mi aveva prima non mi meritava. Quante volte mi ha lasciato in giro a soffrire? Quante altre mi ha obbligato a contenere i suoi scheletri maleodoranti, figli della sua trasandatezza e del caffè del mattino.
Con lei non è così. Mi stima.
Solo una volta mi ha fatto male, ma ho visto il pentimento nei suoi occhi castani, con quelle venature verdi che la luce faceva risaltare, mentre i capelli corvini svolazzavano nel panico.
La candeggina che mi colpì bruciò la mia pelle, ma riscaldò il mio Io.
Su un taxi verso il centro, dove un albergo di dubbio igiene ci attende, non riesco a fare altro che pensare alla fortuna che ho nell’accompagnarla, mentre lei in silenzio mi guarda, e io in quel silenzio la amo.

Ero di Marco, adesso non lo sono più.

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Francesco C. Inverso

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino.
Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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