La casa della cultura

La casa della cultura

“Da quanto tempo è lì dentro?”
“Boh, credo da ieri mattina”
“Quindi da un giorno e mezzo”
“Sai fare i conti, ma che bravo”
“Dicevo solamente che non l’abbiamo vista uscire e quindi sta lì dentro senza cibo e senza fare pipì”
“La pipì l’ha fatta” Una ragazza con in mano un cucchiaio e un barattolo di gelato di grandi dimensioni si aggiunse accanto ai due ragazzi che stavano fissando la  porta.
“E tu che ne sai?” Il ragazzo alto e magro incrociò le braccia in tono di sfida.
“In bagno, stamattina, il dispenser del sapone era di nuovo pieno. Io non l’ho caricato e voi due” Disse indicando con l’enorme cucchiaio i due ragazzi. “ Non sapete nemmeno dove sia la ricarica del sapone”
“Magari  è stata Anna” Braccia sempre incrociate.
“Anna non è rientrata ieri sera” Un’altra cucchiaiata di gelato.
“Beh comunque è chiusa lì dentro da un giorno e mezzo. Pipì e crackers non sono sufficienti.”
“Io ho bisogno dello studio comunque” Il ragazzo rasato picchiò il pugno alla porta con il suo braccio tatuato. “ Ti do un’ora al massimo e poi ti voglio fuori di lì. Il tempo di farmi un panino e ok, una birra”
“Se continui a picchiare sulla porta non credo uscirà” Disse la ragazza agitando il cucchiaio.
“Ma solo io sono preoccupato del fatto che non sia ancora uscita?”
“Mh, sì.” Dissero all’unisono gli altri due.
“Cos’è successo sta volta, Anita?” Chiese il ragazzo alto.
“Niente, Paolo, sta lì dentro da ieri. Non è successo niente” La ragazza infilò il cucchiaio nel barattolo sbuffando. “Non abbiamo litigato. Non è colpa mia se non esce da lì. Lo sai di che cos’è la colpa. E non è la prima volta che qualcuno si chiude lì dentro. Nico l’anno scorso ha scardinato la porta perché Anna l’ha barrata per tre giorni per farci una camera oscura.”
“Brava! Ora vado a prendere la cassetta degli attrezzi” Il ragazzo tatuato si mosse con un nuovo spirito, fino a che la porta non si aprì.

Una ragazza minuta con i capelli castani raccolti malamente in uno chignon ne uscì con lo sguardo infuocato.

“Ma per quale ragione, state facendo tutto questo casino?”
“Eravamo preoccupati per te” Disse Paolo, contento di vederla.
“Lui, era preoccupato, io no. Ho solo bisogno dello studio perché devo disegnare un dannato tatuaggio grosso per un potenziale cliente che non ho intenzione di farmi scappare. Quindi se tu uscissi da lì, visto che c’è ancora luce, io posso approfittarne e disegnare qualcosa di decente senza che mi si abbassi la vista”
“Ma non dovevi farti un panino? E comunque c’è la lampada e la lente fluorescente” Lara sbuffò contro tutti quei muscoli tatuati, per niente intimorita.
“La luce naturale è tutta un’altra cosa. Mi ispira di più”
“Sì, va beh” Lara spalancò la porta abbandonando momentaneamente la stanza.
“Va beh, cosa? Io preferisco disegnare con la luce naturale. Tu scrivi su carta e poi riscrivi tutto in Word e non ti ho mai detto nulla, anche se rompi le palle a tutti quando lasci le cartacce nello studio.”

Lara andò verso la cucina a braccia aperte. “ Ma per quale motivo io ancora sto qui a vivere con voi? Paolo me lo spieghi?” Guardò il ragazzo alto e riccio che stava cercando di placare gli animi. “Perché non me ne torno dai miei, dove almeno non c’è tutto sto casino?”
“Se tu riuscissi a sfondare con quel dannato libro, poi potrai andare a vivere dove vuoi insieme a tutti i tuoi tanti soldi.” Continuò Nico, ormai nel vivo della discussione. “ Ma invece un appartamento a Milano adesso non te lo puoi permettere, come nessuno di noi altri quattro sfigati e quindi pensa un po’ devi sopportarci ancora un po’ nella casa della cultura.”

La casa della cultura, così, quell’appartamento mansardato nella zona più rivalutata di Milano era conosciuto da tutti gli amici dei cinque coinquilini e anche dai vicini di casa, grazie a quella targa fatta da Nico attaccata alla porta.
Il fatto che fossero all’ultimo piano di quel palazzo, impediva ai vicini di sentire il caos delle loro liti o delle loro feste e questo per cinque anni li ha resi immuni da denunce per schiamazzi o diffide da parte del proprietario.
Dopo tutti quegli anni, c’erano dei giorni particolarmente difficili per loro. Come quello, in cui tutti si stavano trovando davanti ad una porta a gestire una “crisi artistica”.

“Prenditi lo studio, tanto non riesco a scrivere. Non riesco a scrivere nemmeno la parola più brutta che ci può essere sul dizionario.”
“Evvai!”Nico fece un salto con tutta la sua grande massa muscolare. “Ma prima il panino e la birra”

“Eh no. Ormai sono uscita, se non occupi subito quella stanza già so che tra dieci minuti ci entro di nuovo persa in un buco nero di silenzio”.
Nico stava per protestare. “Vai, te lo faccio io quel panino” Anna, nel frattempo uscì dal bagno.
“Ah, sei tornata?” Paolo le sorrise.
“Sì, ho dormito a Torino alla fine dello shooting, perché di tornare con quei cretini in macchina proprio non ce la facevo.” Si fermò a guardare i tre amici intorno alla cucina a isola. “Ma a quanto pare non mi sono persa niente” I tre sbuffarono, mentre Anna prese dal frigo il necessario per il panino di Nico. Poi il suo sguardo andò verso Lara, appoggiata al bancone. “Ma si può sapere che cavolo hai adesso?”

Anita chiuse con un tonfo lo sportello del freezer e se ne andò con passo militare verso la sua stanza. A ruota, Paolo, sgusciò dentro prima che questa si chiudesse con un altro tonfo.

“E tu che ci fai qui?” La ragazza  allargò le braccia per accompagnare un tono di voce esasperato.
“Voglio sapere che succede e che cos’hai” Si sedette sul letto, come sempre attento a non picchiare la testa contro il bordo del letto a castello.
“Senti Paolo, ti devi rilassare. Sei agitato. Sei preoccupato, che quella non esce dallo studio, che quell’altra non è tornata ieri notte, che quell’altro non mangia il suo panino. Adesso io, che ho fatto?”

Lo sguardo di Paolo, per nulla turbato, continuava a stare su Anita. Alzò le sopracciglia, sapendo che nel giro di pochi secondi quell’artista con l’aria da dura si sarebbe sciolta.

“ Ok.” Lo indicò con il dito in tono di sfida. “ Non ero preoccupata. Non è la prima volta che si chiude lì dentro. E tu sai perché non ero preoccupata. Perché non ho più diritto di esserlo. Vuole stare là dentro a marcire sperando che le arrivi l’ispirazione così? Che ci posso fare io adesso? Che ci rimanga. Di certo non la tiro fuori.”
“Non è vero che non hai diritto di essere preoccupata Anita. Non è cambiato nulla rispetto a prima. Vivete sempre insieme, dormite sempre nella stessa stanza..”
“Ma non stiamo più insieme, Paolo.” Anita lo interruppe prima che lui potesse continuare con la sua ondata di ottimismo. “ Non è più possibile stare con una che ha sposato un romanzo anziché la vita. Lei sta con i suoi personaggi, con la loro storia. Lei ha scelto di stare con loro e non con me.”
“Sì, ma finirà prima o poi di scriverlo. Ha la scadenza tra poche settimane.”
“E poi tornerà con me per alcuni giorni, per poi tornare a scegliere i suoi personaggi.” Anita si lasciò cadere sul letto parallelo a quello in cui sedeva ingobbito Paolo.

C’era una punta di sofferenza in quella frase. Una sofferenza che si era persa nella caotica vita di quella casa. Una vita fatta di turni delle pulizie, turni per cucinare, turni per la spesa, turni per utilizzare lo studio. E nottate, nottate svegli a lavorare, a bere birra dandosi consigli, a parlare della giornata e del loro futuro incerto. Ma Anita aveva quella nube grigia dentro il cuore, che si portava dentro da settimane e non se ne voleva andare.

“ Lara è una scrittrice, lo so. Ma dopo quasi cinque anni di relazione non posso continuare ad essere sconfitta dai suoi mondi narrativi.”

In cucina, Lara se ne stava appollaiata sullo sgabello con i gomiti appoggiati al bancone e la testa castana tra le mani.

“Ti manca un capitolo, alla fine.”
“E tutto l’editing. Ah, e un titolo, sai com’è”
“Hai una casa editrice adesso, c’è gente che è pagata per fare l’editing” Anna chiuse il panino di Nico e lo mise su un piccolo vassoio dove c’era già trionfante una Ceres ghiacciata.
“Sì, ma lo devo controllare, altrimenti, se fa schifo, il contratto non me lo fanno firmare” Poi sbuffò.
“Senti, esco a farmi un giro.”
“Vengo con te?” Chiese Anna.

“No. Questo lo devo fare da sola” Prese degli occhiali da sole tondi che erano appoggiati al tavolino d’ingresso e un golf di cotone raggomitolato sullo schienale del divano al centro dell’appartamento. Poi puntò il dito verso Anna. “E spargi il verbo. Non c’è bisogno che Paolo mi rincorra per Milano.”
E così, uscì, lasciando invece il telefono sul bancone della cucina, mentre Anna si dirigeva perplessa verso lo studio, con il vassoio carico.

“Nico, sto entrando” Aprì la porta con il piede. “Ma che cavolo…” E vide l’amico seduto sul davanzale della finestra che dava sui palazzi milanesi, con una gamba tesa e una gamba piegata sulla scrivania messa a ridosso per prendere più luce possibile.
“Oh, mamma, ma che avete tutti oggi?” Anna posò il vassoio, mentre l’amico guardava dalla finestra, senza dare peso al suo ingresso nella stanza.
Anna, conosceva quella posizione, la crisi. Come gli altri coinquilini conoscevano Lara e il suo chiudersi nello studio per giorni interi. Altra crisi. E non mancava Anita con la sua vaschetta di gelato alla crema, crisi emotiva.
“Lara è uscita?” Chiese poi Nico, continuando a guardare oltre la finestra.
“Sì, adesso. È scesa con il golf grigio e senza cellulare, stava alla grande proprio” Poi scura in volto si avvicinò alla scrivania. “Avanti Nico, che hai?”

Allungò la mano per porle un foglio bianco. “Il tatuaggio che dovrei disegnare per farmi clienti miei in quello studio. Bianco, vuoto totale.” Un sospiro, per continuare un discorso che sembrava essere più grande di lui. “Un cantautore, indie, un po’ strambo, che ha appena firmato con un’etichetta discografica di Milano, vuole che gli tatui il suo album” Indicò con la mano stanca un pacchettino di cartone accanto al foglio bianco. “Cioè, non proprio l’album. Devo leggere i titoli, ascoltare le canzoni e tatuare qualcosa che riassuma tutto questo” Un riso amaro.
“Sembra una cosa grandiosa, ma dalla tua faccia, no.” Anna lo guardò perplessa. “Qual è il problema vero, al di là del blocco creativo?”
“Quel tipo strambo ha 23 anni e un dannato album tra le mani” Un altro sospiro. “E io che cosa ho? Noi cosa abbiamo?” Poi tornò ad indicare l’album. “Qui racconta di lui, di chi è lui. E io chi sono? Noi cosa siamo? “ Si fermò di nuovo, con quel tono di voce stanco e lento, così diverso da quando poco prima voleva sfondare la porta per mettersi al lavoro. “Siamo ancora qui a quasi trent’anni, da quanto ormai, cinque anni? E che cosa è cambiato da cinque anni fa, quando abbiamo deciso di venire tutti qui ad esprimere la nostra creatività e realizzare i nostri sogni?”

Anna sgranò gli occhi, non aveva mai visto l’amico così abbattuto. Non le sembrava un delirio quello, ma un ragionamento lucido.
Un ragionamento che rimase sospeso in un silenzio.
Quello stesso silenzio che c’era nella stanza accanto, con Paolo che fissava Anita e quello stesso silenzio che contornava Lara, che con le mani in tasca si stava allontanando dal palazzo.
Si allontanavano anche i palazzi ultramoderni costruiti negli ultimi anni, palazzi che sono andati a contornare quello in cui abitava da quasi cinque anni.
Un appartamento all’ultimo piano con affitto bloccato. Lara si ricordava molto bene come era finita là dentro. Una storia che lei e gli altri coinquilini raccontavano spesso, ad amici e altri che finivano per caso nel loro appartamento.
Era diventata quasi una storiella. “Ma com’è che sono finito qui io?” Si chiedeva Nico ogni volta che Anna gli finiva le barrette al cioccolato.
“Paolo, prenditela con Paolo” Rispondevano sempre tutti in coro.
Sì, era partito tutto da Paolo, che non ne poteva più di dividere quel bilocale minuscolo con un coinquilino di trent’anni che non aveva ancora imparato a cucinare senza bruciare la padella.
All’ultimo anno di specialistica di scienze educative musicali, lui voleva un posto suo. Un posto dove poteva comporre la sua musica e portare avanti i suoi progetti, un posto che potesse essere stimolante al suo futuro lavoro.

Un’utopia, trovarlo a Milano. Fino a che ad una festa fuori città a casa di un tizio che conosceva di vista, aveva rivisto un vecchio compagno di suonate.

“Mio zio, ha un appartamento, dietro la stazione di porta Garibaldi. Sì, zona Isola, ma una zona spettacolare, tra qualche anno diventerà il top.”
Paolo non lo stava prendendo molto sul serio, era alla sua terza birra e anche i suoi  concetti erano confusi.
“C’era una famiglia, ma adesso sono usciti e mio zio non lo vuole affittare a Studi legali o altro, vuole una cosa snella senza casini o rogne. Ci sono tre stanze, un bagno, la cucina a isola, un salottino, amico uno spettacolo! Lì ci puoi fare tutto quello che vuoi, produci musica, ti trovi altra gente che fa quello che fai tu e create un posto bellissimo” Paolo rimase perplesso, 150 metri quadrati di quasi open space, a 2000 euro al mese, doveva trovarci almeno cinque persone per permetterselo. E come le trovava?

Poi, si fece convincere ad andare a vederlo. E la sua mente di allontanò, trasportandosi direttamente nel futuro di quel posto. Tutto si fece chiaro in mezzo a quella sua nube di pensieri: le due stanze diventavano camere da letto e la terza che dava su quella finestra enorme al quinto piano, diventava lo studio. Uno studio con cui avrebbe potuto attirare tantissimi aspiranti artisti come lui che in un buco di bilocale non potevano combinare molto.

E così, partì,  deciso, ad una velocità tale, che nessuna perplessità delle persone accanto a lui potevano fermarlo. Doveva procedere per tasselli, per trovarle tutte e cinque e il primo tassello fu Lara.
Incrociata sul treno mentre entrambi rientravano a Milano da Cernusco sul Naviglio, lui per delle lezioni di pianoforte ad un ragazzino e lei perché cercava un appartamento che fosse meno caro di Milano. “ Non posso vivere ancora in provincia, devo stare in città se voglio combinare qualcosa”.
Sembrava facile. Lara aveva fatto il suo stesso liceo, la vedeva ogni tanto a Milano, sui treni, stava finendo Lettere, ma voleva fare la scrittrice.
Anche lei era perplessa alla proposta di Paolo, ma poi si fece trascinare a vedere l’appartamento. E anche per lei fu una folgorazione. Capì subito cosa intendeva lui.

“Sì, ma come le troviamo altre tre persone? Io più di 500 euro non posso proprio spenderle”

Arrivò un’altra festa, in un locale di via Lecco, per Lara. Dove alcune amiche le presentarono Anita, architetto appena uscita dal politecnico, con quel look bizzarro che facevano trapelare qualcosa di più di una che se ne stava seduta di fronte a delle planimetrie. I suoi capelli color carota, corti con quel ciuffo riccio che ogni tanto scendeva e ogni tanto veniva relegato ad una banana sulla testa, il naso pieno di lentiggini, l’anellino tribale penzolante sul setto del naso.

Anita progettava istallazioni di arte contemporanea, nel frattempo, lavorava per allestimenti, di gallerie d’arte o giardini. Bingo, pensò Lara.
“Io sono di La Spezia, finché non trovo lavoro fisso posso fare anche avanti e indietro da casa mia” Le disse. “Però, parlami di questo posto”.
Lara gliene parlò quella sera e i suoi occhi scintillanti le bastarono già per incuriosirla, ma volle anche vedere l’appartamento, un po’ anche per rivedere quella ragazza magnetica sbucata dal nulla.
Qualche giorno più tardi stava saltando di gioia di fronte al bancone di un piccolo bar accanto al Teatro Verdi, Anita era la terza.

“Però, per la quarta persona, potrei aiutarvi. C’è una ragazza che ho conosciuto qualche settimana fa ad un set fotografico di un allestimento che ho fatto per una galleria in via Savona. Ho il suo numero, fa la fotografa, nelle pause mi stava dicendo che ha bisogno di trasferirsi a Milano, ma non ha intenzione di condividere la stanza con universitarie ansiose”
“Beh, tu ti sei appena laureata, a me mancano pochi esami..” Lara ammiccò. “Direi che le potremmo andare bene”

“Paolo, siamo a quattro. Se non vuoi che ti inondiamo la casa di donne, impegnati e cerca il quinto” Due settimane dopo, Lara urlava a Paolo al telefono, mentre stava bevendo una birra con Anita e Anna, che aveva appena accettato di entrare in quel folle progetto.
“Come a Brera?” Le altre strabuzzarono gli occhi a seguire quel discorso al telefono.
Lara, chiuse la conversazione. “ Paolo, ha messo un annuncio sulla bacheca di Brera, per cercare un altro aspirante artista”
“Ma così va a pescare alla cieca, arriva il primo che capita” Disse Anna, finendo la sua media.

E Nico, arrivò perché si fermò a parlare con Paolo mentre stava uscendo dal laboratorio di incisione e voleva sapere di che annuncio si trattasse. Spesso per racimolare qualche soldo posava nudo come modello per i corsi di disegno e scultura o per qualche altro artista che aveva bisogno. La palestra e l’allenamento dovevano ripagarlo in qualche modo.
Lesse il foglietto, ma no, quella volta si trattava di un appartamento in affitto con una formula alquanto folle e bizzarra.
Lui pagava la stessa cifra, per stare stipato con tre idioti in periferia e aveva bisogno di spazio per i progetti dell’ultimo anno. Ma soprattutto per le prove con la macchinetta da tatuaggio, perché era proprio il tatuatore quello che voleva fare.
Con grande soddisfazione, una settimana dopo, Paolo riunì le ragazze per dargli la conferma che aveva avuto una grande idea, perché Nico era entusiasta del posto e di quello che poteva farci.
“Lo è anche dopo che ha conosciuto voi tre” Aggiunse Paolo, nel vedere che in poche settimane le ragazze avevano già formato un trio piuttosto eccentrico.

E così Lara stava ricordando, arrivata ormai al bordo della Darsena, dove andava sempre a pensare quando aveva il blocco.

Però questo era un blocco diverso. Era una sorta di guado, con due strade abbastanza facili. Forse era questo il problema, Lara non era abituata alle due possibilità, alle alternative. Non era abituata a ad avere la strada che la portava ad una tappa. E non erano abituati neanche i suoi coinquilini, che pensavano che dal futuro di Lara dipendesse anche il loro.
Se ne stavano lì dentro l’appartamento seduti ognuno in un punto diverso a fissare un punto che esisteva solo nei loro pensieri. Paolo con i sensi di colpa, Anita con il cuore spezzato, Anna e Nico incerti sul loro futuro.
E anche per questo Lara era uscita di lì. Perché non aveva idee per l’ultimo capitolo e per il titolo e lì dentro le mancava solo il fiato.
Anita che aveva dovuto pagare il prezzo del suo lavoro, Nico e Anna che temevano di dover continuare a lavorare per piccoli progetti semi gratuiti per tutta la vita e Paolo che si sentiva responsabile per aver portato lì tutti.

“Ma io che c’entro?” Pensava Anita guardando l’acqua putrefatta della Darsena.

Pensava che per cinque anni non ha vissuto di altro che cercare di realizzarsi come scrittrice, passando gran parte del suo tempo in quell’appartamento con i suoi coinquilini o in vacanza con i suoi coinquilini.
Che poi, non era stata mai proprio una vera vacanza. Partivano con altri amici per quelle poche mete che si potevano permettere. Quelle mete che chiedevano niente di più che non ci potesse stare in uno zaino da campeggio.
Continuava a fissare l’acqua in Darsena Lara. Credendo che come succedeva in passato, poi potesse avere l’ispirazione per finire quel dannato romanzo. A volte ci volevano un paio d’ore. A volte anche una nottata di cammino.
Che poi, davvero dannato? Era uscito così semplicemente. “Io racconto di me, mica di cose inventate” Diceva sempre quando discuteva di arte con Nico. “Quindi se mi annoio è meglio che non scrivo proprio”
“Stai dicendo che io ti annoio?” Attaccava Nico. E così i due iniziavano una breve litigata che finiva sempre con una partita di birra pong sul tavolo dello studio che veniva giustamente trascinato in salotto per avere più raggio di azione.
“Sì, ma la vuoi lavare prima quella pallina Nico? Che poi la devo baciare io la tua avversaria” La classica frase di Anita che raramente si univa all’incontro tra i due, perché si divertiva molto di più a stare sul divano a guardarli con il suo calice di vino bianco.

La mente di Lara continuava ad andare verso i suoi amici e quella casa.
Sbuffò. Doveva pensare al finale del libro, non a cose già successe e che le levavano il fiato.
Rimase lì a fissare la Darsena ed ebbe come la sensazione che quella notte non sarebbe tornata a casa.

Alle sette del mattino del giorno seguente, Paolo si era addormentato sulla poltrona in pallet fatta da Anita due anni prima, Anna sul divano di Ikea.

Nico era rimasto in camera con Anita. La ragazza aveva fatto la dura tutto il giorno con il suo cucchiaio di gelato, fingendo che quanto stava accadendo a Lara non le importasse, ma poi non vederla tornare per tutta la notte la fece agitare senza poter fingere il contrario.
Mezz’ora dopo erano tutti in salotto valutando se andare davvero a cercarla. Preoccupati in volto, ma con lo sguardo perso di chi ha pensato troppo, tutta la notte.
Passarono solo dieci minuti, quando la porta di ingresso si aprì senza troppo ossequio.

“Che cavolo!” Lara sussultò a vedere i quattro amici seduti li di fronte. “ Ma che diamine ci fate qui, come tre cadaveri?”

“Stai scherzando?” Nico si alzò di scatto e iniziò a dimenare le braccia urlando che era impazzita, che era stata via tutta la notte ed erano preoccupati marci e lei se ne frega di tutto.“…ti sembra per caso il modo? Ma lo sai che così mica lo finisci quello schifo di libro? E ci hai lasciato qui come dei cretini. Anita stava preoccupata, Anna mi ha finito la birra..”
“Ohh”Seguì un fischio che Paolo aveva imparato quando giocava a basket.

Lara si avvicinò a Nico, per nulla intimorita dal suo discorso, con lo stesso sguardo disincantato di quando era entrata in casa.
Aveva dei fogli in mano. Gli appoggiò sul tavolino del salotto. “L’ho finito”
“Ieri sera ho chiesto al bar di Massimo dei fogli e l’ho finito sulla panchina. Ci sono rimasta tutta la notte”

La guardarono tutti interdetti.

“Avete capito o no? E’ fatta. Non è finito niente. Hai capito testa pelata?” Guardò Nico, indicandolo con il dito. “ Non finisce niente qui dentro. Io ce la farò e tutti noi ce la faremo” Poi guardò Anita e sorrise. “Non è finito niente. Anzi credo sia appena cominciata”

Riprese i fogli e si infilò nello studio chiudendo la porta.
Alla fine Lara si ricordò che “lei scrive della sua vita, mica di cose inventate” E che le bastava scrivere dei suoi amici. Loro erano il suo finale.Così riprese il manoscritto e ci scrisse in alto quella cosa che mancava ancora prima del finale. Il titolo.

La casa della cultura.

La stanza è fredda e dalla porticina di legno maltagliato spifferano aliti di vento ancor
  Immagine di Anna Romanello Tirava la pallina gialla contro il
Tutte le illustrazioni che troverete in questo racconto sono opera di Marga Biazzi (Blackbanshee). Ringraziamo Marga
Vi mancavano le mie guide eh? Cani. Eccomi, sono tornato. Questo è un argomento veramente
Una raccolta di favole destinata a disegnare mondi nuovi dove nuotare con tutto il potere

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Eva Pettinicchio

Eva Pettinicchio, nata il 12 Agosto del 1990. Si è laureata in Economia e gestione dei beni culturali per mescolare la tecnica gestionale ad una grande passione per l’arte e la cultura di ogni tipologia. Considera il mondo del cinema e delle serie tv come una coperta di Linus da portarsi in giro a scuola e sul lavoro per sentirsi a proprio agio. Scrive per sentirsi bene e ascolta certa musica come se fosse una boccata di ossigeno puro dopo una scalata in alta montagna.

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Eva Pettinicchio, nata il 12 Agosto del 1990. Si è laureata in Economia e gestione dei beni culturali per mescolare la tecnica gestionale ad una grande passione per l’arte e la cultura di ogni tipologia. Considera il mondo del cinema e delle serie tv come una coperta di Linus da portarsi in giro a scuola e sul lavoro per sentirsi a proprio agio. Scrive per sentirsi bene e ascolta certa musica come se fosse una boccata di ossigeno puro dopo una scalata in alta montagna.

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