L’amore in centro a Natale

Il sole stava tramontando sulla città dei due galli, il Natale era vicino e le luci delle macchine su Corso Sempione sembravano colorare la sera di una sfumatura di felicità, mentre le persone si accalcavano nei negozi a caccia di regali e vestiti. I saldi erano lontani, ma certi acquisti non si potevano rimandare. A Federico piaceva l’atmosfera delle feste. Sembrava che il sorriso si capovolgesse dopo il dolore di un Novembre più grigio del solito.
– Ci prendiamo un caffè prima di andare per negozi?
Era in auto con Chiara, ma sembrava fosse da solo. Lei non rispondeva, ignorava ogni sua parola e sembrava quasi frutto della sua mente. Sospirava cambiando stazione radio e riservava a lui solo sguardi di sbieco.
Federico non capiva. Ci riprovò. Forse Chiara non aveva sentito.
– Ci prendiamo un caffè prima di andare per negozi?
Ancora una volta nessuna risposta, nessuna parola, ma solo uno sguardo funereo che gli fece gelare il sangue.
“Ce l’ha con me.”
Ormai era sicuro che lei non fosse sorda, ma semplicemente furibonda. Non rimaneva altro da fare se non cercare di capire quale potesse essere il motivo questa volta.
Aveva dimenticato una data importante? Non gli sembrava. Era il 4 Dicembre. Il suo compleanno era ad Agosto, l’anniversario a Marzo. Si ricordava benissimo la rabbia di lei per una data mancata, gli interrogatori e le litigate per l’ultima volta che si dimenticò un compleanno. Da allora aveva fatto progressi. Aveva annotato su un’agendina tutti i compleanni, gli anniversari e le loro date importanti. Per evitare errori aveva addirittura segnato i compleanni di tutti i membri della famiglia di lei. Non erano molti, ma era meglio non correre rischi.
Non era una data, che cos’altro poteva essere?
“Rifletti. Che cosa hai combinato stavolta?”
Vivevano insieme da 4 mesi. Avevano trovato un bilocale in affitto vicino alle Torri e, tra uffici e uomini in cravatta, erano riusciti a costruire una parvenza di nido. Erano in giro anche per addobbare l’appartamento per le feste. Lei gli aveva proposto l’Ikea, ma lui aveva strappato una capatina in centro come alternativa. C’era un negozio particolare che a lui piaceva molto, dove sembrava sempre festa. Era stata lei a portarlo lì la prima volta. Ricordava ancora l’emozione del momento. Le scale, le bomboniere. I loro sguardi che s’incrociavano. Lei sorrideva. Federico non avrebbe potuto chiedere altro. Si era ripromesso di comprare lì il necessario per il loro primo albero di Natale insieme.
“L’Ikea!”
Ecco la soluzione. Il motivo. Tutto che diventava chiaro.
“Voleva andare all’Ikea.”
– Amore, mi dispiace non averti portato all’Ikea. So che ci tenevi. Non ci ho pensato.
Sperava di sistemare tutto, ma lei si girò di scatto fissandolo come fosse un mostro.
– Non ci ho pensato – gli fece il verso – Non sai dire altro? Non sai quanto ti odio quando dici questa frase!
Almeno aveva parlato per un secondo, prima di ricadere nuovamente nel silenzio.
“Mi sa che non era l’Ikea.”
Un pensiero dopo l’altro, tra nubi di idee e lampadine intermittenti, arrivò in Piazza Garibaldi. Trovò parcheggio praticamente all’istante. Non gli capitava mai.
“Oggi sarà un pomeriggio molto difficile. Se trovo anche parcheggio al primo colpo vuol dire che anche lassù provano pena per me”.
Scese dalla macchina titubante, appoggiò la portiera con dolcezza, come se emettere eccessivo rumore potesse causare una guerra da un momento all’altro. Lei, invece, sembrava volergli far ricordare con ogni gesto che non avrebbe avuto scampo. Lo sportello sembrava essersi staccato per l’intensità della chiusura.
“Da che parte incontreremo meno gente?”
Sembrava rassegnato a non capire la causa della guerra in procinto di scoppiare. Doveva solo limitare i danni e le brutte figure. Davanti agli occhi gli passavano uno dopo l’altro tutti i momenti in cui avrebbe voluto nascondere la testa sotto la sabbia per non dover discutere ancora.
La peggiore era stata un anno prima, quando lui aveva pubblicato su Facebook…
“Oh mer*a”.
Magari era l’anniversario di quella litigata? No. Doveva cominciare a ragionare con calma. Era la sua ragazza, mica Bellatrix Lastrange. Non se la sarebbe mai potuta prendere per un fatto di quasi un anno prima.
“Si che potrebbe.”
Era capitato più volte di vedersi rinfacciare avvenimenti degli anni precedenti.
Si avviarono verso il Carù con passo lento. Il vapore acqueo che gli usciva dalla bocca per il freddo gli appannava le lenti degli occhiali. Sembrava tanto la radiografia dei suoi pensieri: le nuvole che si addensano prima della tempesta.
Entrarono.
– Salve, stavo cercando…
La commessa non gli diede retta. Non si era accorto che stava servendo già un’altra cliente.
L’attesa gli stimolò il coraggio.
– Senti Chiara, ti va se prima di continuare ci fermiamo un attimo al bar? Così parliamo e mi spieghi.
– Sai che cosa mi manda fuori di testa? – disse lei con un tono calmo e preoccupante.
– Ehm… – “mettiti sulla difensiva. Pensa al gatto morto e accenna una faccia dispiaciuta” – no.
– Stiamo insieme da anni. E tu non hai ancora capito ciò che mi fa soffrire.
“Scacco matto”.
Non disse altro. Uscì e lo lasciò con la commessa. Il tempismo era contro di lui. Si precipitò a salutare la commessa, abbastanza perplessa dalla situazione, e le corse dietro.
Chiara non era particolarmente alta, ma aveva un passo decisamente svelto e i suoi lunghi capelli biondi svolazzavano ritmicamente. A lui, invece, cadevano i pantaloni. Si sentiva goffo, ma non poteva fermarsi a sistemare la cintura.
– Ti prego, fermati.
Lei si fermò, proprio davanti alla galleria Crocetta, mentre in centro le persone guardavano le vetrine ipnotizzate. Il centro di Gallarate non era particolarmente affollato in un giorno qualsiasi della settimana, ma oggi ribolliva della fiumana delle feste.
“Sono sempre tutti nei centri commerciali. Proprio oggi dovevano essere in strada?”
La guardava immobile davanti a se.
“Sta per esplodere.”
Si sentiva come un artificiere non particolarmente dotato, davanti a una bomba inesplosa, il suo primo giorno di lavoro. Era disperato. Lei si girò. Era il momento di subire l’ira. Era un ragazzo alto, con le spalle larghe e la mascella squadrata. Raramente provava paura, ma in quel momento si sentiva come un gattino abbandonato.
“Fa troppo freddo per la posizione fetale. Mi chiuderò a riccio.”
Ancora uno sguardo collerico e nessuna parola. Federico fece un passo verso di lei, cercò di abbracciarla e far rientrare la crisi, ma Chiara non ne voleva sapere.
Intorno a loro il buio era ormai calato, le luminarie illuminavano la notte e il grosso albero di Natale svettava nella piazza. Uomini e donne andavano e venivano, i bambini erano allegri. I sorrisi si sprecavano. Solo lui, in tutta Gallarate, sembrava triste. SI guardò intorno, forse cercando un volto amico, forse cercando una luce nella notte del suo smarrimento, forse volendo solo sparire. Non trovò nulla di tutto ciò, ma un anziano su una panchina non distante lo guardò e sorrise. Con gli occhi e con la bocca gli fece capire benissimo il messaggio: “ci siamo passati tutti, tocca anche a te”. O almeno, in quel momento voleva che significasse questo. Solidarietà.
– Non ti voglio più vedere. È finita.
Un fulmine squarciò la notte. Si sentiva risucchiato in un vortice di dolore. Sentiva le lacrime calde spingere dietro gli occhi, ma la sorpresa era tale da non farle uscire.
– Come?
– Stiamo insieme da anni. Non impari mai. Commetti sempre gli stessi errori. È inutile andare avanti.
Lei si avviò verso la Botega, dove, una volta entrata, si mise in coda.
Lui rimase fuori. Il mondo sembrava improvvisamente essersi silenziato. Gli unici rumori provenivano dalla sua testa. Sentiva la guerra con se stesso, rumori di cocci rotti e vetri infranti.
Doveva capire che cosa avesse fatto prima di andare da lei. Cercò un fioraio, voleva portarle qualcosa, ma la conosceva bene.
“Mi darebbe del ruffiano e butterebbe il regalo”.
No. Non doveva portare niente. Doveva solo capire quale fosse il motivo e chiedere scusa.
“Se chiedessi semplicemente scusa? No. Sa che non ho capito. Mi chiederebbe per che cosa mi sto scusando e sarei al punto di partenza.”
Le parole di lei risuonavano nella sua testa. Non credeva volesse veramente chiudere, ma un dubbio si insinuò in lui.
“E se fosse davvero finita?”
Chiara era sempre stata una ragazza molto razionale, precisa e decisa. Sia sul lavoro, sia nella loro relazione, non aveva mai lasciato niente al caso. Ogni parola, ogni azione. Tutto sensato e programmato.
Ripensava intensamente alle ultime ventiquattro ore. Cercava segnali. Ripercorreva ogni secondo per capire che cosa diavolo avesse potuto fare e, mentre rifletteva, cominciava a innervosirsi.
“Che sia per la spazzatura? No. Stavolta ho buttato anche l’umido. Che sia per la scrivania in disordine? No. Non arriverebbe a tanto.”
Non capiva. Prese il cellulare. Cercò tra le chiamate e tra i messaggi delle tracce.
“Che sia per la chiamata di Ilenia? Magari si è ingelosita.”
A Chiara non stava simpatica Ilenia. Chiara odiava Ilenia. Era sempre stata convinta che, dietro la loro amicizia, ci fosse qualcosa.
“No. Non può essere per la chiamata. È successo ieri pomeriggio. Ieri sera mi parlava normalmente.”
E allora che cosa poteva aver fatto di tanto grave?
“Forse perché mi sono girato a guardare una ragazza con il cane mentre venivamo qui? No. Mi conosce. Sa benissimo che stavo guardando il cane. Probabilmente avrò anche fatto dei versi da scemo per il cane come “Ma chi è lui?”. Non può essere per quello. E riflettendoci, già non mi parlava prima di questo.”
Aveva finito le motivazioni. Non trovava nulla.
Lei era seduta al tavolo. A separarli c’era solo un vetro.
“Non posso più stare qua. Se mi vuole lasciare mi deve almeno dire che cosa ho fatto”.
Entrò nel locale lentamente e con il capo chino. Sembrava un cane con la coda tra le gambe. Si sedette sulla sedia davanti a lei.
– Chiara, continuo a pensarci. Ti giuro che non ho capito perché tu sia arrabbiata con me. Avrei voluto capire per chiederti scusa, ma non ci sono arrivato. Non so nemmeno che cosa dirti, però sono sicuro che tutto si possa risolvere.
Sembrava non lo stesse neppure ascoltando.
– Chiara…
Negli occhi di lei, adesso, c’era qualcosa di diverso.
– Vuoi sapere che cosa hai fatto?
– Si.
– Davvero?
– Disperatamente.
Era immobile. Pendeva dalle labbra di lei. Le guardava muoversi sensuali, mentre le parole uscivano in un flebile suono.
– Niente. Non hai fatto assolutamente nulla.
Lei rideva, lui non parlava.
Il mondo ricominciò a scorrere. La fontana davanti alla basilica, le luci, le persone. Tutto riprese vita. Il freddo di Dicembre sembrava più sopportabile, in sottofondo iniziò a sentire le classiche canzoni natalizie provenire dai negozi. Non si era accorto neppure che ci fosse della musica.
– Vuol dire che…
– Che ti ho preso in giro. È troppo divertente vederti affannare alla ricerca di una risposta.
– Solo per questo?
Lei non disse più nulla. Lo guardava negli occhi e sorrideva con dolcezza.
Al tavolo vennero portati un thè e un caffè, mentre lui, attonito, continuava a fissarla.
– Ho già pagato. Appena finisci andiamo a prendere i regali di Natale.
“Avevo ragione. Non è Bellatrix Lastrange. Lei è una dilettante al confronto.”

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Era il 1985 quando in Giappone vide la luce un manga che avrebbe cambiato definitivamente

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Francesco C. Inverso

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino.
Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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