How to say goodbye

Divisorio-Lara-PiccoloRacconti

How to say goodbye

 

-Tu non ci hai mai pensato?- mi domandasti con un sorriso mentre mi fissavi col tuo solito sguardo curioso.
-Di trovare un fidanzato?- Risi. – È un po’ difficile trovare un compagno col mestiere che facciamo, non credi?
Allora tu aggiunsi: -Forse ti serve solamente l’uomo giusto.

 

Arrivai sino al cancello di ferro e lo osservai.
Impiegai qualche istante prima di decidermi finalmente a oltrepassarlo.
Non avevo ancora trovato il coraggio di venire a trovarti.

Una volta provai, una sola.

Era un venerdì sera di quattro mesi fa, dopo la chiusura di un caso piuttosto difficile, uno di quelli che ti si appiccica addosso e ti lacera la carne lasciandoti piena di cicatrici. Arrivai fino al parcheggio del cimitero, ma all’improvviso e senza motivo, feci retromarcia e ripresi la strada di casa.

Avevo solamente paura. Paura di capire che non c’era solo amicizia fra noi. Paura di capire finalmente cosa provava il mio cuore per te. Paura che, se avessi visto il luogo in cui il tuo corpo riposava in quel sonno eterno, il mio cuore si sarebbe spezzato ed avrei lasciato scivolare quelle lacrime che ero riuscita a trattenere sino a quel momento.

Ed invece, quel pomeriggio di luglio, ci ero riuscita. Avevo attraversato il cancello ed avevo percorso il vialetto di ghiaia bianca fino a raggiungere quella spoglia lapide che bruciava sotto il sole cocente.

Mi avvicinai alla pietra.

Mi inginocchiai e poggiai un mazzo di gigli sull’erba fresca, proprio accanto alla tua lapide. Una piccola bandiera sventolava, accarezzata dalla brezza estiva, mentre il filo dorato delle stelle cucite sulla stoffa luccicavano al sole. La osservai ondeggiare per qualche secondo e un brivido freddo mi percorreva la schiena, raggelandomi.

Tornai a fissare la lapide: non c’era nulla che ti ricordasse. Chiunque fosse passato davanti a quella pietra avrebbe visto una semplice stele di granito chiaro, liscio e spoglio, con solo il tuo nome e due gelide date incise in nero. Non c’era nemmeno una tua foto.

Cercai di ricacciare indietro le lacrime, che avevano iniziato a pungermi gli occhi. Ripensai ai momenti in cui, grazie a te, mi ero sentita felice, voluta e non più sola e sperduta. Serrai le palpebre, mentre sentivo la gola in fiamme e una lacrima scivolare silenziosa lungo la mia guancia: era come se tutti i miei sforzi, tutti i miei tentativi di allontanarti dalla mia mente e dal mio cuore stessero vacillando.

Ed era proprio questo che mi terrorizzava: la consapevolezza di essere arrivata in ritardo, ancora una volta. Ma per un gioco del destino, questa volta, era troppo tardi.

Ogni notte da quasi un anno, il mio cuore ritorna a quel gelido e grigio giorno d’inverno, quando due colpi di pistola ti colpirono all’addome ed uno, quello letale, ti lacerò la carotide.

Ogni interminabile notte, ti rivedo lì. Accasciato a terra. In una pozza di sangue. Non avrei mai immaginato che il corpo umano potesse contenere così tanto sangue. Eppure quella pozza, che ancora vedo dinanzi ai miei occhi, si estendeva a chiazza d’olio. Veloce, silenziosa. Correva sulla terra umida, senza sosta, uscendo dal tuo corpo per spogliarti della tua vita.

Per te non c’era più nulla da fare. E tu lo sapevi. Ti stringevo e ti osservavo mentre il sangue abbandonava il tuo corpo tiepido, osservavo la tua mano stendersi debolmente verso di me e sfiorarmi la guancia. Mi donasti un sorriso, uno di quei sorrisi che solamente tu eri in grado di disegnare: era quel sorriso che riusciva a scaldarmi sempre le giornate, anche quelle più fredde.

Non piansi, ma avrei tanto voluto farlo. Trovasti la forza di sorridermi, facendomi capire tutto l’amore che provavi per me e io, invece, non fui in grado nemmeno di salutarti… ti strinsi soltanto la mano ormai fredda, mentre percepivo il mio corpo tramutarsi in pietra.

Tu mi hai aperto il tuo cuore ed io sono fuggita. Sempre.

– Ho dovuto farlo. – Mormorai con un tono pacato, composto, come se tu fossi ancora accanto a me, col tuo sorriso sornione, curioso, buffo, i tuoi luminosi occhi verdi e il tuo capello sbarazzino, mai al suo posto. Come se fra me e te non ci fosse il muro della morte ma solo quella solita distanza di sicurezza per impedirti di avvicinarti troppo. Fu con l’immagine di quel ricordo davanti agli occhi che non trattenni più le lacrime – Credo che dentro di te, sapessi che era la cosa giusta da fare. – Rimasi in silenzio per qualche istante, poi, dopo aver indossato gli occhiali da sole per impedirti stupidamente di vedere i miei occhi gonfi e permetterti così di prendermi in giro, aggiunsi: – Sì. Ho sempre pensato che un giorno avrei voluto qualcuno accanto. Aspettavo solo la persona giusta.

Feci una pausa distogliendo lo sguardo dalla lapide. – Ian – mormorai a fior di labbra mentre sentivo la mia stessa voce spegnersi in gola – avrei voluto arrivare in tempo. Prenderti e portarti lontano, in un paese dove nessuno ti avrebbe cercato e, una volta là, ricominciare una nuova vita. Daccapo. – Passai una mano sulle guance per asciugarle – ma sono arrivata troppo tardi, come sempre. Quella notte, in realtà, siamo morti entrambi, perché una parte di me se n’è andata assieme a te.

Osservai il cielo. – Non sono venuta al tuo funerale. Mi sono fermata sul cancello, non sono riuscita a oltrepassarlo… sono una vigliacca, Ian. – Feci una pausa – Lo so, lo sai. Non ti ho potuto salutare o, forse, non ho voluto. Volevo tenerti qui, nel mio cuore, e ricordarti per sempre con quel sorriso che mi regalavi ogni giorno quando entravo in ufficio, e tu eri lì ad aspettarmi con due tazze di caffè, uno doppio per te e uno al caramello per me.

Allungai il braccio per accarezzare la lapide e sfiorai lentamente le lettere nere che componevano il tuo nome, percependo, sotto la pelle, il vuoto dell’incisione. Un vuoto che ritrovai anche nel mio cuore.

Mi alzai. Non riuscivo più a sopportare quel luogo. Sentivo l’ansia pressarmi il petto. – Sono venuta per salutarti, Ian. Ma non voglio dirti addio. Non so se esiste un inferno o un paradiso, ma sono certa che anche se esistessero, noi due ci rincontreremo. Entrambi abbiamo peccato. Entrambi abbiamo commesso gli stessi errori. – Chiusi gli occhi e mi voltai lentamente e con titubanza, come se qualcuno mi stesse osservando. Percepii qualcosa di caldo ed ovattato posarsi sulla spalla, in seguito una folata di vento si impigliò fra i miei capelli sfiorandomi la guancia. Sorrisi senza motivo e tornai da dov’ero venuta, senza voltarmi indietro.

‘Arrivederci, Ian.’

Tutte le illustrazioni di questo racconto sono opera della nostra disegnatrice, Naomi Manca (Neevart), nome d'arte
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Disclaimer: I personaggi di seguito descritti sono stati ideati da Martin Gero e fanno parte

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Adoro leggere, collezionare libri e ordinarli per genere nella mia libreria stracolma di intrighi e storia. Ho una relazione complicata con le serie tv e con i finali di stagione, soprattutto se finiscono con uno dei miei personaggi preferiti morti o, peggio, fra la vita e la morte. Cosa che mi rende particolarmente nervosa per i giorni successivi. Ma l'amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

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Ho una relazione complicata con le serie tv e con i finali di stagione, soprattutto se finiscono con uno dei miei personaggi preferiti morti o, peggio, fra la vita e la morte. Cosa che mi rende particolarmente nervosa per i giorni successivi.

Ma l’amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

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