Fiaba di Natale

FIABA DI NATALE

Vigilia di Natale 2017

Ero accoccolata nella mia cuccia, sdraiata beatamente sulla schiena mentre il focolare mi scaldava la pancia rosea e senza pelo. Stavo sognando un tacchino ripieno che mi correva incontro ad ali aperte, pronto a lanciarsi fra le mie fauci per lasciarsi assaporare per bene. Avevo già l’acquolina alla bocca. Ma, proprio nel momento in cui la mia cena si stava avvicinando, ecco che Santa Claus spezzò il magico idillio e con un “Oh oh oh!” mi riportò alla realtà. Con un balzo e un brontolio di disappunto, mi misi seduta nella cuccia, aguzzando le orecchie e cercando di capire cosa stesse combinando il mio padrone.

Vestiva con la sua consueta giacca ed un paio di pantaloni rosso brillante, scarponi da neve neri di pelliccia calda e un cappello infilato sulla testa. Era tondo, grande e grosso, quasi come il tacchino ripieno che avevo sognato e del quale assaporavo ancora il profumo invitante.

Stiracchiandomi, uscii dal mio cantuccio, abbandonai il mio cuscino morbido, il focolare scoppiettante e zampettai velocemente verso di lui. Mi sedetti sulle zampe posteriori e lo fissai con occhio languido, tecnica che utilizzo quando voglio ottenere qualcosa e che, nella maggior parte dei casi, funziona sempre.

Santa Claus, accorgendosi dei miei occhi tondi e scintillanti che si erano poggiati su di lui, si lasciò andare ad una grassa risata. – Oh, giovane amica. Non è tempo. Nevica e impera una fredda bufera qua fuori. Per te, è tempo di riposo. Oggi tocca alle tue amiche renne!

Corrugai la fronte, scontenta della risposta. Non era la prima volta che la vigilia di Natale, Santa Claus mi lasciava a casa e scompariva tutta la notte in giro per il Mondo con quel gruppo di cornute. Abbaiai con disappunto, replicando e facendo valere il mio pensiero. Ero certa mi avrebbe capita. Lui mi capisce sempre.

– Oh, oh, oh! Non puoi venire con me, Mia. Non sei una renna. Il tuo posto è accanto al camino e devi badare alla casa in mia assenza.

Abbaiai nuovamente. Alla casa avrebbe potuto badare l’impianto d’allarme o l’asino nella stalla, tanto non aveva mai nulla da fare se non ragliare, o comunque qualsiasi altra cosa sarebbe stata meglio di me.

Zampettai sul posto come un soldatino e liberai un pianto di compassione che, sfortunatamente, Santa Claus non recepì. Lo vidi prendere i suoi guanti imbottiti e accingersi verso la porta d’ingresso. – Dormi bene, mia fedele amica. Ci vediamo per la colazione di Natale! – e detto ciò, lo scrutai imbronciata mentre apriva la porta e si faceva largo nella bufera di neve che si era scatenata quella sera.

Sbuffai senza darmi per vinta. Balza in piedi e corsi velocemente verso la porta sul retro, diretta alla stalla dove le renne stavano facendo il pieno di cibo ed energie. Sapevo bene che prima di raggiungere la scuderia, Santa Claus sarebbe dovuto passare prima dal laboratorio degli elfi per riempire gli ultimi magici sacchi con i regali per i bambini buoni, quindi avevo ancora un po’ di tempo per mettere in atto il mio piano: convincere il capo delle cornute a portarmi con loro.

Entrai nella stalla schiarendomi la voce e facendomi strada fra la paglia. Salutai subito con baldanzosa allegria, giusto per rabbonirle un po’. – Dasher, Dancer, Pracer, Vixen, Comet, Cupid, Donner, Blitzen e Rudolph buonasera. Pronti per fare da chaufour anche quest’anno?

Le nove renne si girarono all’unisono per squadrarmi come se avessero appena visto un ippopotamo. Ok, non avevo un paio di corna affusolate e nemmeno un fisico slanciato come il loro, ero piuttosto tracagnotta perché mi ingozzavo di cibo e come pitbull ero pure nanetta, ma da lì a fare quei musi scorbutici proprio no. – Suvvia. Che brutti caratteri… Non mi ho mica portato via la cena…

Dasher, il capo delle giovani marmotte, quello che aveva inconsapevolmente un po’ di mangime sparso attorno alla bocca, fece la sua fece due zampate verso di me – Buonasera, Antifurto. Non dovresti prepararti a fare da allarme alla casa piuttosto che bighellonare in giro? – Mi canzonò come al solito.

Grugnii. Ma presi un bel respiro, ricacciai in gola una rispostaccia e mi misi a sedere sulle zampe posteriori. – Quest’anno non intendo restare a casa, può pensare Dora a controllare la casa. Voglio venire con voi!

Proprio in quell’stante, tutti quanti noi ci voltammo verso l’asinella infondo alla stalla. Aveva il muso immerso nella sua mangiatoia, ma si vedeva e sentiva chiaramente che stava dormendo come un sasso, contornando il tutto un fastidioso e irritante russare.

– Ehm… – Comet deglutì il suo fieno, poi con un filo di voce: – Credo sarà fuori gioco almeno fino a capodanno. – Facendo cenno verso di lei con le corna.

Roteai gli occhi. – Chi pensate possa venire a rubare a casa di Santa Claus? La Befana?

Nessuna rispose.

– Eddai! Non c’era mica quella frase che diceva “A Natale non si era mica tutti più buoni”?

Rudolph, dal suo cantuccio di fieno, scosse la testa e con la sua distinta grazia mormorò: – Per me potrebbe unirsi a noi, magari nascondendosi fra i sacchi di Santa Claus.

– Grazie, naso rosso!

– Ehi, ehi calmo! E chi controllerà la casa?

Fu Blitzer ad intervenire. – Ammettiamolo, quando mai Mia ha vegliato sulla casa?

– Ok. È vero. – Mi intromisi sentendo il bisogno di giustificarmi. – Quando sono nella mia cuccia, al caldo del camino, ho la leggerissima tendenza ad addormentarmi, ma non è vero che non bado alla casa! Dico solo che… – Deglutii abbassando le orecchie. – …vigilare non è proprio la mia dote primaria. – Subito, sfoderai il mio sguardo lumino con Dasher, facendo brillare i miei occhioni grandi e marroni come fossero due stelle comete.

Dasher, sotto lo sguardo dei colleghi e pressato dalle mie iridi piene di lacrime, roteò gli occhi e capitolò. – E va bene! D’accordo. Ma guai a te se ti sporgi troppo dalla slitta. – Poi, come bravo responsabile di reparto, si voltò e si diresse verso i suoi subalterni. – Ci manca solo che ci cade di sotto, poi chi lo va a dire a Babbo Natale che gli abbiamo perso il cane!

In quattro e quattr’otto, mi ero impellicciata con un cappello di pelo e una sciarpina di lana di pecora che mi aveva prestato nasone rosso. La dolcezza degli ultimi arrivati! Quanta soddisfazione… Speriamo solo che gli altri non lo contagino con il loro caratteraccio, altrimenti ora di Capodanno ci saremo già azzuffati per la colazione.

Mi ero infilata fra due enormi sacchi e mi era accucciata sorridente e baldanzosa nel mio cantuccio. Da lì, avrei visto tutto il mondo senza che il mio padrone potesse scoprirmi. Forse. Ma non ci avrei mai scommesso la cena.

Era la notte di Natale. Una notte che avrei ricordato per tutta la vita come una stupenda fiaba di Natale.

Quando Santa Claus arrivò col suo ultimo sacco e lo lanciò spensieratamente sull’enorme e incantata slitta, le renne si misero tutte ai loro posti come bravi soldatini. Tutte in fila per due col resto di una. No, quella era un’altra storia. Insomma, tutte in coppia tratte Dasher. “Per forza, chi se lo piglia?”

– Comitato renne di Natale, in postazione! – Esclamò con pancia dentro e petto in fuori.

– Ottimo lavoro, Dasher. – Rispose di rimando il nostro padrone, mentre si metteva comodo sulla slitta. Istante in cui percepii un leggero abbassamento della pavimentazione, come se un dinosauro avesse messo piede sopra la slitta. – Forza, amici miei. È ora di prendere il volo. Abbiamo una lunga notte davanti a noi!

Ci volle poco. Uno schiocco di dita, una risata cristallina, una rincorsa delle renne fuori dalla stalla ed eccoci in volo fra la neve dicembrina, la polvere di fate e la speranza del Natale. Non sentivo freddo, nonostante il mio naso fosse diventato blu. Sentivo solamente un formicolio nello stomaco, certa che non fosse fame di tacchino. Era un formicolio di meraviglia, di gioia e divertimento. Sentire la magia di una notte colma di stelle scivolarmi addosso era il cibo più buono che avessi mai assaggiato.

Abbaiai dalla felicità, una felicità che non mi fece ricordare che Santa Claus non sapeva della mia presenza. Ma, oramai, era tardi. Sentii solo un leggero – Porca misera… – uscire dalla bocca di Blitzer poi, con le orecchie abbassate e la coda ben appiattita fra le zampe, attesi che il mio padrone mi richiamasse a sé.

– Oh, Oh, oh! Mia, sbuca fuori! Sapevo già che ti eri nascosta là in mezzo!

Lentamente uscii dal mio nascondiglio e mentre Santa Claus guidava la slitta mi regalò un dolce occhiolino che mi fece illuminare lo sguardo. Abbaia di gioia più e più volte e saltai persino sul posto non riuscendo a trattenermi. Infine mi accovacciai ai suoi piedi e con occhio attento osservai tutto quello che accadeva attorno a me.

Dasher dirigeva la corsa con maestria, quasi fosse venuto al mondo proprio per essere a capo della slitta di Babbo Natale. Aveva un movimento leggero, rapido e delicato, come un pilota esperto. Fluttuavamo su e giù come gabbiani in volo sull’oceano e mi parve quasi che ogni stella che incontravamo avesse per noi il dono di un sorriso, quasi se stessimo regalando al mondo la magia più pura di tutte.

La prima volta che atterrammo su un tetto e che Santa Claus mi fece scivolare assieme a lui nel camino, mi sentii importante e orgogliosa di essere al suo fianco. Non ero più un semplice cane da salotto, che in pochi capivano e che molti odiavano. Ero diventata importante perché ero lì con lui, ed era la cosa più bella del mondo. Avrei regalato i miei ossi preferiti per poter vivere per sempre quelle notti.

Casa per casa, camino per camino, lo aiutavo a portare i regali. Portavamo i doni, riempivamo le calze appese sul camino, ammiravamo i meravigliosi alberi vestiti a festa e ravvivavamo i focolari. Ok, va bene… ogni tanto mi fermavo su qualche cespuglio per fare la pipì, ma faceva davvero freddo e non potevo mica farmela addosso! Poi chissà per quanti anni mi avrebbero preso in giro quei nove!

E fu proprio lì, in una di quelle calde case, l’ultima che visitammo, che compresi che il Natale non era solamente la notte dei doni, ma era un mondo immenso, incantato e meraviglioso che viveva negli occhi e nel cuore dei bambini. Un mondo che aveva il gusto della speranza, dell’amore e della gioia, dove la tristezza era bandita e dove l’unica regola che vigeva era quella della felicità.

Fu quella risata contagiosa che mi aprì il cuore. Una risata squillante, ma che cercava di celarsi nella penombra della casa. Però io l’avvertii. La fiutai. Fiutai quella bambina così piccola che mi osservava nascosta dietro l’albero. Rideva, rideva come un piccolo angelo dalle ali bianca. Mi guardava.

Dal canto mio, la fissai da lontano, mentre Santa Claus si arrampicava su per il camino cercando di non rimanere incastrato ancora una volta.

La bambina continuò a guardarmi e intanto iniziò ad avvicinarsi a me con i suoi piccoli piedi scalzi, senza paura che potessi farle del male.

Io, invece, rimasi ferma. Zampettai un po’ sul posto, com’ero solita fare quando aspettavo che arrivasse qualcosa di importante. Così, attesi fosse lei a venirmi vicino.

E così fece.

Pian piano, con la delicatezza di una piuma, allungò la sua mano e mi accarezzò la testa più e più volte. Mi sarei buttata per terra per lasciarmi strapazzare dalle coccole e sentirla ancora ridere, ma rimasi immobile e continuai a guardare i suoi occhi celesti, grandi come il mondo: fu come se quella piccola umana mi stesse consegnando le chiavi per il suo cuore.

Io ero solo un cane, per molti spaventoso, eppure lei non aveva timore me e leggevo nei suoi occhi la meraviglia. Accettai quell’invito e le leccai le guance cercando di fare appiglio alla poca delicatezza che avevo in corpo. Ero piuttosto famosa per la mia goffaggine.

La piccina, continuando nel suo risolino, prese il fiocco rosso che aveva fra i capelli e me lo lego attorno alla zampa anteriore. Non fece un fiocco, forse non ne era capace, però lo annodò bene perché non lo perdessi.

Quello fu il mio primo, vero regalo di Natale.

Abbaia dalla gioia, rimproverandomi immediatamente per averlo fatto e per aver rischiato che i genitori mi sentissero. Abbassai le orecchie e la coda dispiaciuta e lei mi accarezzò nuovamente come se mi stesse dicendo: – Non è successo nulla! -. La guardai e lei mi sorrise.

Era bellissima con quei dolci boccolo castani illuminati dal risveglio del giorno.

E purtroppo, dalla finestra iniziava a farsi spazio una debole e fioca luce.

Significava solo una cosa per me: era ora di tornare a casa.

– Ciaciao, bel caniolino. – Mi salutò e mi diede un bacio sul naso.

Avvampai di caldo e fu come arrossire. La salutai con gli occhi, con la solenne promessa che sarei tornata a trovarla anche l’anno successivo. Mi avviai verso il camino, facendomi strada fra la magia lasciata da Santa Claus e, con un ultimo ululato, salutai quella dolce creatura che mi aveva donato la cosa più preziosa al mondo: la fiducia.

Una volta tornata sulla slitta, Santa Claus non disse nulla, ma ero certa che sapesse perfettamente cos’era successo perché mi legò il nastro rosso attorno al collo e fece un fiocco ben saldo. – Così non lo perderai durante la strada di ritorno, mia piccola Mia. – Poi, si rivolse alle renne. – Avanti Dasher, l’ora è tarda e si fa giorno! Torniamo a casa…

Così, allo schiarirsi del giorno, come polvere di diamanti, brillammo cielo percorrendo la strada di casa, lasciandoci alle spalle un mondo che si svegliava e andando incontro al meritato riposo.

 

Con questa piccola e dolce fiaba,
vorrei augurare a tutti voi un sereno e felice Natale.
Che possa essere un giorno carico di amore
e affetto da poter passere con i vostri cari.
…e anche con i vostri amici pelosi!
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Adoro leggere, collezionare libri e ordinarli per genere nella mia libreria stracolma di intrighi e storia. Ho una relazione complicata con le serie tv e con i finali di stagione, soprattutto se finiscono con uno dei miei personaggi preferiti morti o, peggio, fra la vita e la morte. Cosa che mi rende particolarmente nervosa per i giorni successivi. Ma l'amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

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