Non prenderla sul serio

Non prenderla sul serio

“Piede destro, piede sinistro, piede sinistro, no no. Piede destro, piede sinistro..”
Una mente confusa cercava di coordinare dei piedi nudi su un pavimento di gomma.
Non erano dei passi complicati, ma quei piedi sembravano non volersi muovere.
“Bene, ottimo, questi non si scollano da terra e io sto nel posto giusto oggi..” La mente confusa rimuginava per un attimo senza concentrarsi su quel che succedeva a terra.

Alzò la testa, guardandosi intorno. Chiacchiericcio, poi chiacchiere forti, qualcuno che urlava, qualcuno che batteva le mani.
La testa tornò per terra.

Pam.

Un colpo sordo di fronte a lei la riportò nella realtà.

Pam.

Due guantoni rossi da box si schiantarono di nuovo tra di loro per caricare l’animo di quella persone di fronte a lei sul ring.
“Avversaria. C’è pure un’avversaria” La sua mente tornò a navigare oltre quello che stava vivendo.
Si chiedeva chi glielo avesse fatto fare, come fosse arrivata ad accettare quella cosa.
Le chiacchiere aumentavano, le urla a tratti a seguire, l’aria si appesantiva mano a mano che entravano persone.
E così, quell’odore di sudore, di fatica intrappolato dentro le pieghe dei guantoni, intriso dentro le fasce elastiche, così tanto confortante in palestra stava per diventare un campanello di allarme.

“Scappa. Adesso alzo questi talloni e me ne vado” Piedi immobili.
“Ma come faccio che non riesco neanche a saltellare, suvvia”

Primo match di agonismo, un po’ per gioco, un po’ per divertimento, un po’ per non pensare troppo ad altre cose.
Senza realizzare che poi quel giorno arriva e la paura finisce per paralizzare un corpo che fino a qualche giorno prima aveva così bisogno di muoversi.
“Basta che sferri un colpo e per oggi può andare bene così. Mi hanno detto. Ma vallo a sferrare questo colpo. Con sta roba da omino Michelin addosso e sto caschetto che non è neanche in tinta con i para tibie. Che nervoso”

Pam.

“Eh, ho capito. Quanto manca? 2 minuti. Lasciami stare per due minuti. Lasciami qui in piedi in questo angolo elastico ancora per due minuti, prima di scagliarti contro di me”

Pugni, calci, ginocchiate, le piacevano. Piacevano a quella ragazza in piedi all’angolo del ring, con lo sguardo perso verso chissà che altro. Le piacevano da sferrare, ma le piacevano soprattutto da prendere. Quel tonfo dei guantoni contro la fronte era quasi rassicurante.
Un saluto sorridente a tante cose che sarebbero uscite momentaneamente dalla sua testa.
“Ciao, ci vediamo tra un’ora se volete ritornare.” Come se dicesse così a quei pensieri, ansie inadeguatezze.
Però poi improvvisamente non era più tanto catartico o giocoso. Era una sfida vera.
Una persona di fronte a lei batteva i guantoni energicamente, mentre i suoi piedi non si scollavano da terra. E improvvisamente quel “Ciao ci vediamo tra un’ora” voleva dirlo a tutti i presenti.
Se solo quei piedi avessero risposto ai comandi.
1 minuto.

“1 minuto? Tutto sto lamento mentale, mi ha portato via 1 minuto?” Il fiato se ne andò di nuovo.
L’unico modo era affrontare quella sfida. Senza più giochi o leggerezze.
“Prendo qualche randellata in fretta, che così ce ne andiamo prima. Le tolgo sta soddisfazione”

Un bambino passò sotto il ring urlando al papà che i guantoni della ragazza nell’angolo erano troppo belli.
Quel nero, quell’argento. Quelle dita che li stringevano.
Alla fine era lì solo per sè. Non è che la gara le interessava.
C’era lei sul quel ring. Con i suoi guantoni strani, quelle lune tatuate all’interno dell’avambraccio e tutti i loro significati. Lo smalto alle unghie dei piedi, quella scritta a pennarello sopra il ginocchio.
Lo faceva sempre. Prima di un esame in università, prima di un esame medico, prima di un appuntamento. Prendeva un pennarello e si scriveva qualcosa sulla gamba.
Quel mattino si era fissata la coscia per molti minuti. Non sapeva che scrivere per quell’occasione. Poi più passavano i minuti, più l’ansia aumentava e il fiato si appesantiva. E quindi, solo una frase poteva scrivere.
Tolse il tappo dall’indelebile rosso, lo fece rotolare per terra.  Non prenderla sul serio

Tin. tin.tin.

I campanelli suonarono e il brusio delle persone in platea si fece più forte, ma più legato.

Di nuovo nella realtà. Il fiato tornò a entrare e uscire regolarmente.
Anziché su quei piedi immobili, spostò lo sguardo sopra il ginocchio e su quello stampatello preciso.

Sorrise a quei guantoni rossi e iniziò a saltellare.

 

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Eva Pettinicchio

Eva Pettinicchio, nata il 12 Agosto del 1990. Si è laureata in Economia e gestione dei beni culturali per mescolare la tecnica gestionale ad una grande passione per l’arte e la cultura di ogni tipologia. Considera il mondo del cinema e delle serie tv come una coperta di Linus da portarsi in giro a scuola e sul lavoro per sentirsi a proprio agio. Scrive per sentirsi bene e ascolta certa musica come se fosse una boccata di ossigeno puro dopo una scalata in alta montagna.

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Eva Pettinicchio, nata il 12 Agosto del 1990. Si è laureata in Economia e gestione dei beni culturali per mescolare la tecnica gestionale ad una grande passione per l’arte e la cultura di ogni tipologia. Considera il mondo del cinema e delle serie tv come una coperta di Linus da portarsi in giro a scuola e sul lavoro per sentirsi a proprio agio. Scrive per sentirsi bene e ascolta certa musica come se fosse una boccata di ossigeno puro dopo una scalata in alta montagna.

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