Il quadro

C’era un quadro, storto ma ben pulito.

Era appeso solitario a un muro azzurro, aveva degli arcobaleni dipinti ai margini della tela e mille altri colori tutti mischiati tra loro come sfondo. Non aveva un soggetto particolare, sembrava incompleto, come se quegli arcobaleni facessero da cornice a qualcosa che era scappato dal disegno per andarsene chissà dove. Era bello da guardare, chiunque lo osservasse ne riceveva in dono un liberatorio senso di semplicità e immensità.

Un bambino se ne stava seduto sul pavimento della stanza proprio poco distante da quel quadro, dandogli le spalle, a gambe incrociate, vestito solo del suo pigiama invernale metà azzurro e metà rosso. Di fronte a lui c’era una finestra, bella grossa, sporcata all’esterno da alcuni gelidi fiocchi coraggiosi che resistevano al calore del vetro. Da lì il bambino si godeva la magica visione del giardino di casa ricoperto di neve, tutta mossa, con dei tentati pupazzi sparsi in giro, lo steccato di legno congelato e poco più in là le altre case del quartiere, anch’esse d’un bianco invernale, che riflettevano il chiaro del sole in quel limpido pomeriggio di dicembre. Il bambino si perdeva in quella visione. Tutto era così allegro che lo metteva di buon umore.

I rumori concitati di alcuni passi al di fuori della stanza lo fecero voltare alla sua destra, verso l’entrata della cameretta. Guardava la porta in legno e vetro, montata proprio al centro della parete azzurra. Passarono pochi secondi che la vide spalancarsi velocemente, facendo comparire un altro bambino, ancora imbacuccato nei vestiti imbottiti: pantaloni e giacca a vento, entrambi blu, cappellino e sciarpa di lana rossa e gialla. Appena superata la soglia, il piccolo chiuse subito dietro di sé la porta, lanciò in giro per la stanza cappotto, cappello e sciarpa, mandandoli a far compagnia al ordine personalizzato che aveva creato con altri vestiti e giocattoli. Si lanciò nel vuoto con un tuffo degno delle olimpiadi, atterrando divertito sul suo lettino. Rideva, dai capelli scuri gocciolavano fiocchi di neve che stavano cedendo al caldo della cameretta, bagnando a macchie il piumone stropicciato su cui ora saltava.

“Hai visto, Tommy? Hai visto? Guarda, ci sono ancora i nostri pupazzi, hai visto?” Urlava eccitato il saltellante bambino, indicando affannosamente la finestra che Tommy stava osservando affascinato fino a poco prima. Non gli rispose, sorrideva con tutto il volto e guardava l’amico, che tanto domandava ma non dava realmente tempo per rispondere. Michele era fatto così, quando si emozionava per qualcosa non lo si poteva più fermare, nessuno lo sapeva meglio di Tommy.

“Oggi a scuola Giovanni è stato cattivo, mi ha detto che i suoi pupazzi sono più belli, ma non è vero, dopo li ho visti e i nostri sono più belli, non è vero? E poi i suoi non avevano i vestiti! Non sono veri pupazzi senza vestiti, no? E poi mamma mi ha portato a casa e ho visto i nostri ancora vivi, sono più belli i nostri no?”

Tommy fece per rispondere, ma in pochi secondi si sentirono di nuovo altri passi fuori dalla porta.

“Michele, la merenda, dai vieni.”

“Aspetta devo dire una cosa a Tommy, aspetta.”

“Porta anche Tommy allora, vieni sennò tuo fratello finisce tutto.”

Nemmeno il tempo di sentir finire la frase che Michele si fiondò giù dal letto e volò verso la porta ma poco prima di uscire si voltò verso l’amico e lo vide ancora seduto, con le gambe incrociate che gli sorrideva.

“Andiamo Tommy, c’è la merenda!”

L’amico continuò a guardarlo e fece un cenno con la testa indicando la finestra, Michele capì che non aveva fame. Allora corse verso di lui abbracciandolo e poi, ancora mezzo bagnato, uscì finalmente dalla porta.

Poco prima che si richiudesse, una mano la bloccò e nell’azzurra stanza comparve il volto della mamma. Tommy la notò di sfuggita ma appena si volse la vide fargli un occhiolino e sussurrargli con un filo voce: “Grazie Tommy”

C’era un quadro, storto ma ben pulito.

Il bambino seduto si mise a ridere delicatamente, felice. Appena la porta si richiuse soffermò il suo sguardo ancora per qualche attimo sul giardino. Poi si alzò, si stiracchiò e sbadigliò con forza. Diede ancora un’occhiata in giro, più per abitudine che per altro, fece un paio di passi verso il muro alle sue spalle, mise le mani sulla parte bassa della solitaria cornice del quadro appeso al muro e saltò per sedervisi sopra. Si alzò in piedi, passeggiò verso il miscuglio colorato dello sfondo, saltellando e accarezzando gli arcobaleni che lo circondavano. E quando si fermò si voltò. Allegro ammiccò verso la stanza e tornò a essere il sorridente dipinto colorato che Michele qualche mese prima aveva creato con tanto impegno.

I bambini possiedono il dono più grande che l’umanità abbia mai visto.

Avevo un amico da piccolo.  L’avevo disegnato io, era uscito un bel quadro. Gli volevo bene e aveva un potere speciale. Mi faceva sempre sorridere. Avevate anche voi un amico così?

La stanza è fredda e dalla porticina di legno maltagliato spifferano aliti di vento ancor
“Da quanto tempo è lì dentro?” “Boh, credo da ieri mattina” “Quindi da un giorno
  Immagine di Anna Romanello Tirava la pallina gialla contro il
Tutte le illustrazioni che troverete in questo racconto sono opera di Marga Biazzi (Blackbanshee). Ringraziamo Marga
Vi mancavano le mie guide eh? Cani. Eccomi, sono tornato. Questo è un argomento veramente

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Carlo Marchioni

Vorrei dire che sono convinto che volare sia possibile poiché basta solo avere pensieri felici, ma sarebbe solo citare in malo modo un mio idolo. Dico solo quindi che sono uno scrittore, autore della saga di Àdaran e co-creatore di IoVoceNarrante.com

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